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Nella giornata mondiale del libro, voglio ricordare due scrittori stranieri tra i miei preferiti. Se non l’vate fatto ancora, leggeteli, il loro mondo narrativo è saldo, tenero, brusco, doloroso, appassionato. Insomma è la vita.

Antonia Byatt: grazie per Possessione, Angeli e insetti, Il libro dei bambini, Le storie di Matisse, La donna che fischia e tutto quello che ancora mi resta da leggere.

 

Torgny Lingren : grazie per Miele, Betsabea, La bellezza di Merab, Per amore della verità, Il pappagallo di Mahler e tutto quello che ha scritto e non è stato ancora tradotto.

canto primo

I

A Caprona, una sera di febbraio,

gente veniva, ed era già per l’erta,

veniva su da Cincinnati, Ohio.

La strada, con quel tempo, era deserta.

Pioveva, prima adagio, ora a dirotto, 5

tamburellando su l’ombrella aperta.

La Ghita e Beppe di Taddeo lì sotto

erano, sotto la cerata ombrella

del padre: una ragazza, un giovinotto.

E c’era anche una bimba malatella, 10

in collo a Beppe, e di su la sua spalla

mesceva giù le bionde lunghe anella.

Figlia d’un altro figlio, era una talla

del ceppo vecchio nata là: Maria:

d’ott’anni: aveva il peso d’una galla. 15

Ai ritornanti per la lunga via,

già vicini all’antico focolare,

la lor chiesa sonò l’Avemaria.

Erano stanchi! Avean passato il mare!

Appena appena tra la pioggia e il vento 20

l’udiron essi or sì or no sonare.

Maria cullata dall’andar su lento

sembrava quasi abbandonarsi al sonno,

sotto l’ombrella. Fradicio e contento

veniva piano dietro tutti il nonno. 25

II

Salivano, ora tutti dietro il nonno,

la scala rotta. Il vecchio Lupo in basso

non abbaiò; scodinzolò tra il sonno.

E tentennò sotto il lor piede il sasso

d’avanti l’uscio. C’era sempre stato 30

presso la soglia, per aiuto al passo.

E l’uscio, come sempre, era accallato.

Lì dentro, buio come a chiuder gli occhi.

Ed era buia la cucina allato.

La mamma? Forse scesa per due ciocchi… 35

forse in capanna a mòlgere… No, era

al focolare sopra i due ginocchi.

Avea pulito greppia e rastrelliera;

ora, accendeva… Udì sonare fioco:

era in ginocchio, disse la preghiera. 40

Appariva nel buio a poco a poco.

“Mamma, perché non v’accendete il lume?

Mamma, perché non v’accendete il fuoco?”

“Gesù! Ché ho fatto tardi col rosume…”

E negli stecchi ella soffò, mezzo arsi; 45

e le sue rughe apparvero al barlume.

E raccattava, senza ancor voltarsi,

tutta sgomenta, avanti a sé, la mamma,

brocche, fuscelli, canapugli, sparsi

sul focolare. E si levò la fiamma. 50

III

E i figli la rividero alla fiamma

del focolare, curva, sfatta, smunta.

“Ma siete trista! siete trista, o mamma!”

Ed accostando a gli occhi, essa, la punta

del pennelletto, con un fil di voce: 55

“E il Cecco è fiero? E come va l’Assunta?”

“Ma voi! Ma voi!” “Là là, con la mia croce”

I muri grezzi apparvero col banco

vecchio e la vecchia tavola di noce.

Di nuovo, un moro, con non altro bianco 60

che gli occhi e i denti, era incollato al muro,

la lenza a spalla ed una mano al fianco:

roba di là. Tutto era vecchio, scuro.

S’udiva il soffio delle vacche, e il sito

della capanna empiva l’abituro. 65

Beppe sedè col capo indolenzito

tra le due mani. La bambina bionda

ora ammiccava qua e là col dito.

Parlava; e la sua nonna, tremebonda,

stava a sentire, e poi dicea: “Non pare 70

un luì quando canta tra la fronda?”

Parlava la sua lingua d’oltremare:

“…a cicken-house” “un piccolo luì…”

“…for mice and rats” “che goda a cinguettare,

zi zi” “Bad country, Ioe, your Italy!” 75

IV

Italy, penso, se la prese a male.

Maria, la notte (era la Candelora),

sentì dei tonfi come per le scale…

tre quattro carri rotolarono… Ora

vedea, la bimba, ciò che n’era scorso! 80

the snow! La neve, a cui splendea l’aurora.

Un gran lenzuolo ricopriva il torso

dell’Omo-morto. Nel silenzio intorno

parea che singhiozzasse il Rio dell’Orso.

Parea che un carro, allo sbianchir del giorno 85

ridiscendesse l’erta con un lazzo

cigolìo. Non un carro, era uno storno,

uno stornello in cima del Palazzo

abbandonato, che credea che fosse

marzo, e strideva: marzo, un sole e un guazzo! 90

Maria guardava. Due rosette rosse

aveva, aveva lagrime lontane

negli occhi, un colpo ad or ad or di tosse.

La nonna intanto ripetea: “Stamane

fa freddo!” Un bianco borracciol consunto 95

mettea sul desco ed affettava il pane.

Pane di casa e latte appena munto.

Dicea: “Bimbina, state al fuoco: nieva!

Nieva!” E qui Beppe soggiungea compunto:

Poor Molly! Qui non trovi il pai con fleva!” 100

V

Oh! No: non c’era lì né pieflavour

né tutto il resto. Ruppe in un gran pianto:

Ioe, what means nieva? Never? Never? Never?

Oh! No: starebbe in Italy sin tanto

ch’ella guarisse: one month or two, poor Molly! 105

E Ioe godrebbe questo po’ di scianto.

Mugliava il vento che scendea dai colli

bianchi di neve. Ella mangiò, poi muta

fissò la fiamma con gli occhioni molli.

Venne, sapendo della lor venuta, 110

gente, e qualcosa rispondeva a tutti

Ioe, grave: “Oh yes, è fiero… vi saluta…

molti bisini, oh yes… No, tiene un frutti-

stendo… Oh yes, vende checche, candi, scrima…

Conta moneta! Può campar coi frutti… 115

Il baschetto non rende come prima…

Yes, un salone, che ci ha tanti bordi…

Yes, l’ho rivisto nel pigliar la stima…”

Il tramontano discendea con sordi

brontoli. Ognuno si godeva i cari 120

ricordi, cari ma perché ricordi:

quando sbarcati dagli ignoti mari

scorrean le terre ignote con un grido

straniero in bocca, a guadagnar danari

per farsi un campo, per rifarsi un nido… 125

VI

Un campettino da vangare, un nido

da riposare: riposare, e ancora

gettare in sogno quel lontano grido:

Will you buy… per Chicago Baltimora.

Buy images… per Troy, Memphis, Atlanta, 130

con una voce che te stesso accora:

cheap! Nella notte, solo in mezzo a tanta

gente; cheap! cheap! tra un urlerìo che opprime;

cheap!… Finalmente un altro odi, che canta…

Tu non sai come, intorno a te le cime 135

sono dell’Alpi, in cui si arrossa il cielo:

chi canta, è il gallo sopra il tuo concime.

“La mi’ Mèrica! Quando entra quel gelo,

ch’uno ritrova quella stufa roggia

per il gran coke, e si rià, poor fellow! 140

va pur via, battuto dalla pioggia.

Trova un farm. You want buy? Mostra il baschetto.

Un uomo compra tutto. Anche, l’alloggia!”

Diceva alcuno; ed assentiano al detto

gli altri seduti entro la casa nera, 145

più nera sotto il bianco orlo del tetto.

Uno guardò la piccola straniera,

prima non vista, muta, che tossì.

You like this country…” Ella negò severa:

Oh no! Bad Italy! Bad Italy!” 150

VII

Italy allora s’adirò davvero!

Piovve; e la pioggia cancellò dal tetto

quel po’ di bianco, e fece tutto nero.

Il cielo, parve che si fosse stretto,

e rovesciava acquate sopra acquate! 155

O ferraietto, corto e maledetto!

Ghita diceva: “Mamma, a che filate?

Nessuna fila in Mèrica. Son usi

d’una volta, del tempo delle fate.

Oh yes! Filare! Assai mi ci confusi 160

da bimba. Or c’è la macchina che scocca

d’un frullo solo centomila fusi.

Oh yes! Ben altro che la vostra ròcca!

E fila unito. E duole poi la vita

e ci si sente prosciugar la bocca!” 165

La mamma allora con le magre dita

le sue gugliate traea giù più rare,

perché ciascuna fosse bella unita.

Vedea le fate, le vedea scoccare

fusi a migliaia, e s’indugiava a lungo 170

nel suo cantuccio presso il focolare.

Diceva: “Andate a letto, io vi raggiungo”

Vedea le mille fate nelle grotte

illuminate. A lei faceva il fungo

la lucernina nell’oscura notte. 175

VIII

Pioveva sempre. Forse uscian, la notte,

le stelle, un poco, ad ascoltar per tutto

gemer le doccie e ciangottar le grotte.

Un poco, appena. Dopo, era più brutto:

piovea più forte dopo la quiete. 180

O ferraiuzzo, piccolino e putto!

Ghita diceva: “Madre, a che tessete?

Là, può comprare, a pochi cents, chi vuole,

cambrì, percalli, lustri come sete.

E poi la vita dite che vi duole! 185

C’è dei telari in Mèrica, in cui vanno

ogni minuto centomila spole.

E ce n’ha mille ogni città, che fanno

ciascuno tanta tela in uno scatto,

quanta voi non ne fate in capo all’anno” 190

Dicea la mamma: “Il braccio ch’io ricatto

bel bello, vuole diventar rotello.

O figlia, più non è da fare, il fatto”

E tendeva col subbio e col subbiello

altre fila. La bimba, lì, da un canto, 195

mettea nello spoletto altro cannello.

Stava lì buona come ad un incanto,

in quel celliere dalla vòlta bassa,

Molly, e tossiva un poco, ma soltanto

tra il rumore dei licci e della cassa. 200

IX

Tra il rumore dei licci e della cassa

tossiva, che la nonna non sentisse.

La nonna spesso le dicea: “Ti passa?”

Yes, rispondeva. Un giorno poi le disse:

“Non venir qui!” Ma ella ci veniva, 205

e stava lì con le pupille fisse.

Godeva di guardare la giuliva

danza dei licci, e di tenere in mano

la navicella lucida d’oliva.

Stava lì buona a’ piedi d’un soppiano; 210

girava l’aspo, riempìa cannelli,

e poi tossiva dentro sé pian piano.

Un giorno che veniva acqua a ruscelli,

fissò la nonna, e chiese: “Die?” La nonna

le carezzava i morbidi capelli. 215

La bimba allora piano per la gonna

le salì, le si stese sui ginocchi:

Die?” “E che t’ho a dir io povera donna?”

La bimba allora chiuse un poco gli occhi:

Die! Die!” La nonna sussurrò: “dormire?” 220

No! No!” La bimba chiuse anche più gli occhi,

s’abbandonò per più che non dormire,

piegò le mani, sopra il petto: “Die!

Die! Die!” La nonna balbettò: “morire!”

Oh yes! Molly morire in Italy!” 225

canto secondo

Italy allora n’ebbe tanta pena.

Povera Molly! E venne un vento buono

che spazzò l’aria che tornò serena.

I

Vieni, poor Molly! Vieni! Dove sono

le nubi? In cielo non c’è più che poca 5

nebbia, una pace, un senso di perdono,

di quando il bimbo perdonato ha roca

ancor la voce; all’angolo degli occhi

c’era una stilla, e cade, mentre gioca.

Vieni, poor Molly! Porta i tuoi balocchi. 10

Dove sono le nubi nere nere?

Qualche lagrima sgocciola dai fiocchi

delle avellane, e brilla nel cadere.

II

Porta the doll, la bambola, che viene,

povera Doll, anch’essa dal paese 15

lontano, ed essa ti capisce bene.

E quando tu le parli per inglese,

presso le guancie pallide ti pone

le sue color di rosa d’ogni mese.

Dal suo lettino lucido, d’ottone, 20

levala su, che l’uggia non la vinca.

Non dorme, vedi. Vedi, dal cantone

sgrana que’ suoi due fiori di pervinca.

III

O Moll e Doll, venite! Ora comincia

il tempo bello. Udite un campanello 25

che in mezzo al cielo dondola? È la cincia.

O Moll e Doll, comincia il tempo bello.

Udite lo squillar d’una fanfara

che corre il cielo rapida? È il fringuello.

Fringuello e cincia ognuno già prepara 30

per il suo nido il mustio e il ragnatelo;

e d’ora in ora primavera a gara

cantano, uno sul pero, uno sul melo.

IV

Altre due voci ora dal monte al piano

s’incontrano: uno scampanare a festa, 35

con un altro più piano e più lontano.

L’una tripudia, e i mille echi ridesta

del monte, bianco ancora un po’ di neve.

Di tanto in tanto ecco la voce mesta;

ecco un rintocco, appena appena un breve 40

colpo, che pare così lungo al cuore!

No, non vorrebbe, o gente, no; ma deve.

C’è là chi sposa, ma c’è qua chi muore.

V

Buoni villaggi che vivete intorno

al verde fiume, e di comune intesa 45

vi dite tutto ciò che fate il giorno!

Si levano. Ora vanno tutti in chiesa,

ora son tutti a desinare, ed ora

c’è in ogni casa la lucerna accesa.

Poi quando immersi ad aspettar l’aurora 50

sembrano tutti, ecco più su più giù,

più qua più là, le loro voci ancora.

Pensano a quelli che non sono più…

VI

Lèvati, Molly. Gente odo parlare

la tua parlata. Sono qui. Cammina, 55

se vuoi vederle. Hanno passato il mare.

Fanno un brusio nell’ora mattutina!

Ma il vecchio Lupo dorme e non abbaia.

È buona gente e fu già sua vicina.

Vengono e vanno, su e giù dall’aia 60

alla lor casa che da un pezzo è vuota.

Oh! La lor casa, sotto la grondaia,

non gli par brutta, ben che sia di mota!

VII

SweetSweet… Ho inteso quel lor dolce grido

dalle tue labbra… Sweet, uscendo fuori 65

e sweet sweet sweet, nel ritornare al nido.

Palpiti a volo limpidi e sonori,

gorgheggi a fermo teneri e soavi,

battere d’ali e battere di cuori!

In questa casa che tu bad chiamavi, 70

black, nera, sì, dal tempo e dal lavoro,

son le lor case, là, sotto le travi,

di mota sì, ma così sweet per loro!

VIII

O rondinella nata in oltremare!

Quando vanno le rondini, e qui resta 75

il nido solo, oh! Che dolente andare!

Non c’è più cibo qui per loro, e mesta

la terra e freddo è il cielo, tra l’affanno

dei venti e lo scrosciar della tempesta.

Non c’è più cibo. Vanno. Torneranno? 80

Lasciano la lor casa senza porta.

Tornano tutte al rifiorir dell’anno!

Quella che no, di’ che non può; ch’è morta.

IX

Quando tu sei venuta, o rondinella,

t’hanno pur salutata le campane; 85

ti venne incontro il nonno con l’ombrella,

ti s’è strusciato alle gambine il cane.

Pioveva; ma tu, bimba eri coperta;

trovasti in casa il latte caldo e il pane.

Il tuo nonno ansimava su per l’erta, 90

la tua nonna pregava al focolare.

Brutta la casa, sì ma era aperta,

o mia figliuola nata in oltremare!

X

Ha la pena da parte, oggi, e la vita

gli sente, e il capo, alla tua nonna, e il cuore; 95

e siede al focolare infreddolita.

Ieri si colse malva ed erbe more.

Oggi sta peggio. Ha due rosette rosse,

che non le ha fatte il fuoco che rimuore.

Molly, tu vieni e guardi. Ecco, ha la tosse 100

che avevi tu. Tosse ogni tanto un po’.

Sta lì nel canto come non ci fosse.

E non tesse e non fila. Oggi non può.

XI

Ha tessuto e filato, anche ha zappato,

anche ha vangato, anche ha portato, oh! tanto 105

che adesso stenta a riavere il fiato!

O dolce Molly, tu le porti accanto

Doll nel lettino lucido, e tu resti

con loro… Tanto faticato e pianto!

Pianto in vedere i figli o senza vesti 110

o senza scarpe o senza pane! Pianto

poi di nascosto, per non far più mesti

i figli che… diceano addio, col canto!

XII

Addio, dunque! Ed anch’essa, Italy, vede,

Italy piange. Hanno un po’ più fardello 115

che le rondini, e meno hanno di fede.

Si muove con un muglio alto il vascello.

Essi, in disparte, con lo sguardo vano,

mangiano qua e là pane e coltello.

E alcun li tende, il pane da una mano, 120

l’altro dall’altra, torbido ed anelo,

al patrio lido, sempre più lontano

e più celeste, fin che si fa cielo.

XIII

Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,

cielo deserto. O patria delle stelle! 125

O sola patria agli orfani del mondo!

Vanno serrando i denti e le mascelle,

serrando dentro il cuore una minaccia

ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia, 130

indifferenti al tacito diniego;

e cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia

no, dietro mormorare odono: Dego!

XIV

Ma senti, Molly? Dopo pioggie e brume

e nevi e ghiacci, con la sua gran voce 135

canta passando a piè dei monti il fiume.

Passa sotto la gran Pania alla Croce

cantando, ed una lunga nube appare,

bianca di sole, al suo passar veloce.

Passa cantando: Al mare! Al mare! Al mare! 140

e l’Alpe azzurra ne rimbomba in cerchio,

e il cielo azzurro vede là fumare

l’alito che si lascia addietro il Serchio.

XV

O fiumi, o delle rupi e dei ghiacciai

figli rubesti, che precipitate 145

a pazza corsa senza posar mai,

con l’eterno fragor delle cascate,

ruzzando come giovani giganti,

senza perché, per atterrir le fate

delle montagne; e trascinate infranti 150

boschi e tuguri, urtate le città,

struggete i campi, sempre avanti, avanti,

avanti, pieni di serenità…

XVI

Acqua perenne, ottima e pessima, ora

morte ora vita, acqua, diventa luce! 155

Acqua, diventa fiamma! Acqua, lavora!

Lavora dove l’uomo ti conduce;

e veemente come l’uragano,

vigile come femmina che cuce,

trasforma il ferro, il lino, il legno, il grano; 160

manda i pesanti traini come spole

labili; rendi l’operato umano

facile e grande come quel del Sole!

XVII

La madre li vuol tutti alla sua mensa

i figli suoi. Qual madre è mai, che gli uni 165

sazia, ed a gli altri, a tanti, ai più, non pensa?

Siedono a lungo qua e là digiuni;

tacciono, tralasciati nel banchetto

patrio, come bastardi, ombre, nessuni;

guardano intorno, e quindi sé nel petto; 170

sentono su la lingua arida il sale

delle lagrime; alfine, a capo eretto,

escono, poi fuggono, poi: – Sii male…

XVIII

Non maledite! Vostra madre piange

su voi, che ai salci sospendete i gravi 175

picconi, in riva all’Obi, al Congo, al Gange.

Ma d’ogni terra ove è sudor di schiavi,

di sottoterra ove è stridor di denti,

dal ponte ingombro delle nere navi,

vi chiamerà l’antica madre, o genti, 180

in una sfolgorante alba che viene,

con un suo grande ululo ai quattro venti

fatto balzare dalle sue sirene.

XIX

Non piangere, poor Molly! Esci, fa’ piano,

lascia la nonna lì sotto il lenzuolo 185

di tela grossa ch’ella fece a mano.

T’amava, oh! sì! Tu ne imparavi a volo

qualche parola bella che balbetti:

essa da te solo quel die, die solo!

Lascia lì Doll, lasciali accosto i letti, 190

piccolo e grande. Doll è savia, e tace,

né dorme: ha gli occhi aperti e par che aspetti

che li apra l’altra, ch’ora dorme in pace.

XX

Prima d’andare, vieni al camposanto,

s’hai da ridire come qua si tiene. 195

Stridono i bombi intorno ai fior d’acanto,

ronzano l’api intorno le verbene.

E qui tra tanto sussurrio riposa

la cara nonna che ti volle bene.

O Molly! O Molly! Prendi su qualcosa, 200

prima d’andare, e portalo con te.

Non un geranio né un boccio di rosa,

prendi sol un non-ti-scordar-di-me!

Ioe, bona cianza!…” “Ghita, state bene!…”

Good bye” “L’avete presa la ticchetta?” 205

Oh yes” “Che barco?” “Il prinzessin Irene

L’un dopo l’altro dava a Ioe la stretta

lunga di mano. “Salutate il tale”

Yes, servirò” “Come partite in fretta!”

Scendean le donne in zoccoli le scale 210

per veder Ghita. Sopra il suo cappello

c’era una fifa con aperte l’ale.

“Se vedete il mi’ babbo… il mi’ fratello…

il mi’ cognato…” “Oh yes” “Un bel passaggio

vi tocca, o Ghita. Il tempo è fermo al bello” 215

Oh yes” Facea pur bello! Ogni villaggio

ridea nel sole sopra le colline.

Sfiorian le rose da’ rosai di maggio.

Sweet sweet… era un sussurro senza fine

nel cielo azzurro. Rosea, bionda, e mesta, 220

Molly era in mezzo ai bimbi e alle bambine.

Il nonno, solo, in là volgea la testa

bianca. Sonava intorno mezzodì.

Chiedeano i bimbi con vocìo di festa:

“Tornerai, Molly?” Rispondeva: – Sì! –

 Marika Borrelli

È una provincia da amare, per la sua autenticità: niente affettazioni, niente smancerie, l’Irpinia è a volte rude, ma sincera. Ci vogliono tempo e curiosità per scoprirla tutta, ricca com’è di tesori nascosti e non delude. Ci vengono gli inglesi ad acquistare case, per esempio, (succede a Calitri) per un buon ritiro, anche perché la posizione è ottimale: il capoluogo (Avellino) dista 30 km dal Golfo di Salerno e 50 da quello di Napoli, circa 140 da quello di Manfredonia, 200 da Bari, 270 da Roma.

Si mangia bene, in Irpinia. Alcuni tra i migliori ristoranti della zona si sono riuniti in una raffinata Associazione I Mesali, ovverosia “le tovaglie”, dalla parola latina mensa. Propongono tutta la ricca tradizione culinaria irpina. Già solo per I Mesali vale farsi il viaggio.

Forse non tutti sanno che l’Irpinia è culla di ben tre DOCG (Fiano, Greco di Tufo e Taurasi). Li gustate nelle tante aziende enologiche, tutte premiatissime: Molettieri, Mastroberardino, Colli di Lapìo di Clelia Romano (il miglior Fiano, secondo noi); Feudi di San Gregorio (dove c’è Marenna, ristorante figlioccio di Heinz Beck, lay-out progettato da Hikaru Mori); La Molara; Caggiano, Fratelli Urciuolo; Cantina Ponte dei Fratelli Di Stasio; Tenuta del Cavalier Pepe, dove Milena, la brillante amministratrice italo-belga, produce un intrigante rosé di tendenza – e si possono prenotare weekend, pranzi e degustazioni nell’annesso ristorante (La Collina); last but not least, Di Meo, fantasmagorico animatore di caratura europea (e non solo) di eventi super-star.

A Bagnoli Irpino si alloggia dalla dolcissima Daiana Bruno, B&B di alta qualità nella casa di famiglia restaurata, Alle volte, per via delle volte a sesto incrociato della villa. Si può pranzare nella sua braceria, Un posto carino.

Si alloggia nel Capoluogo all’Hotel De la Ville, oppure al Civita di Atripalda, di fronte alla sede di Mastroberardino, 4 km da Avellino. I celebri caciocavalli podolici (cioè da latte prodotto da mucche di razza podolica, per lo più in libertà per i monti) si trovano un po’ ovunque in Alta Irpinia, ma se volete delle prelibatezze studiate ed ammirate anche dai Giapponesi, andate a Calitri, Irpinia d’Oriente, zona di argille azzurre (c’è una scuola ceramista di antica scuola faentina), isola linguistica dalla glottologia caratteristica, terra del vento. C’è una cantina “ipogea” strapiena di esemplari di formaggi ed insaccati.

Nel borgo restaurato di Calitri, (si alloggia al B&B Palazzo Zampaglione) è stato ricostruito un muro fatto di antichi “bicchieri” forati, epoca romanica, un tempo utilizzati per creare camere d’aria isolanti a soffitti e pareti. Ora, invece, è il vento che lo fa risuonare come un flauto di Pan. Calitri è anche famosa per le “cannazze”, ovverosia ziti malamente spezzati conditi con ragù ricchissimo e, volendo, ripassati in padella con abbondante grattugiata di ricotta stagionata, per “arroscarli”. Ci si riconcilia con gli dèi.

A Calitri, poi, vive e scrive un architetto, Vito De Nicola, che ha scritto un noir fantasy molto particolare, Le cetonie dorate di Vincent. Vincent è Van Gogh, ça va sans dire. Un’altro architetto, Emilia Cirillo, ha scritto a sua volta di una terra particolare, altrettanto ventosa, il Formicoso di Andretta, dove per mesi le popolazioni hanno fatto barricate contro una discarica che avrebbe distrutto la vita di quei luoghi, in un romanzo dal titolo Una terra spaccata.

Altra terra del vento è Bisaccia, paese d’origine del poeta-scrittore-paesologo Franco Arminio, molto noto (nonché apprezzato), soprattutto da quando Roberto Saviano ne declamò alcuni versi da Fabio Fazio. Il fratello di Franco ha ereditato la locanda (Il Grillo d’Oro) che fu del loro padre Luis, un cuoco-filosofo dalle grandi mani e dall’accoglienza affettuosa.

L’Irpinia è stata zona longobarda, vestigia ed eredità ce ne sono dappertutto, dai castelli alla toponomastica (“Lombardi” o “dei Lombardi” sono termini diffusi), oltre che in diversi tratti fisiognomici della popolazione, come in Puglia e a Palermo sono rimaste le impronte genetiche dei Normanni. Dal Golfo di Salerno, in epoche antiche, ci si muoveva in pellegrinaggio fino a Monte S.Angelo, in Puglia. Lungo il percorso “ad peregrinos” s’incontravano e s’incontrano ancora paesini ricchi di storia e memoria, come S.Michele di Serino, dove esiste uno spettacolare ed enorme plastico – che sembra un vero paese fotografato in tilt, – del borgo com’era prima che il terremoto lo distruggesse. Se andate a S.Michele, chiedete di Aurelio De Mattia, giovane consigliere comunale e vi racconterà ogni cosa assieme a Giulio (della ProLoco) e al capo della Municipale, Nicola.

Se Trevico, dove è nato Ettore Scola, è il tetto d’Irpinia, perché è il paesino più alto, Greci, sulla Nazionale 90 (al confine est con la Puglia) non scherza mica. Greci è l’unica isola albanofona d’Irpinia, varietà coronea. È una delle colonie-castrum-presidio albanesi più antiche. Nel 1462 il Re di Napoli chiamò il guerriero-generale Giorgio Castriota Skanderbeg contro gli Angioini (rifugiatisi a Lucera). Poi, quei soldati sono rimasti lì, a Greci, da dove nei giorni di tempo terso si ammirano entrambi i mari, Tirreno ed Adriatico, dalla villa comunale, detta Bregg-u. Si mangia all’agriturismo Arberesh.

Torella dei Lombardi è il paese di origine di Sergio Leone, nonché sede di un bel castello (Candriano) che ospita rassegne e premi cinematografici. Anche Gesualdo ha un bel castello, ma è più famosa per il suo figlio illustre, quel Carlo Gesualdo, madrigalista (e forse uxoricida), che visse e operò anche presso gli Estensi. E a Carlo Gesualdo è dedicato il Teatro del Capoluogo, dal cartellone sempre molto ricco.

Vicino allo storico paese di Gesualdo si trova la zona di produzione del Carmasciano (Villamanina, sede delle Terme di San Teodoro, Rocca San Felice e Guardia Lombardi), formaggio unico nel suo genere, nonchè introvabile, diffidate dalle imitazioni. Prodotto dal latte di pecore pascolanti nella zona delle mefiti, ad alta concentrazione sulfurea, è un pecorino dall’allure rosso-arancio.

Spostandoci verso ovest della provincia, incontriamo il secondo gruppo montuoso, quello del Partenio, entro cui si erge Montevergine, sede di un santuario benedettino molto famoso nel sud (fondato da Guglielmo da Vercelli, come il Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi), meta di pellegrinaggi per onorare una madonna nera, dalle caratteristiche somatiche mediorientali, molto palestinesi. Pure Michele Santoro (un salernitano) ci sarebbe andato scalzo se Masi (ex direttore della RAI) se ne fosse andato, come disse in una delle sue più burrascose e seguite puntate di Annozero.

A febbraio, nei giorni della Candelora, quando fa un freddo polare (circa 1400 mt di altezza e non ci va nessuno), diventa meta del pellegrinaggio del popolo LGBT, come nelle epoche passate lo era dei cosiddetti “femminielli” napoletani. Si organizza un’allegra comitiva (a volte un bus rosa) e si sale per la cosiddetta “juta”, ovverosia “l’andata” o “il viaggio”. Vladimir Luxuria a Montevergine è di casa, più che all’Isola dei Famosi. Ai piedi di Montevergine c’è il complesso abbaziale di Loreto, da vedere l’antica farmacia monacense. Nel meraviglioso piazzale di Loreto, per lustri sono state organizzate importanti rassegne di musica classica.

Il caffè migliore si beve al Saint-Tropez, in Piazza d’Armi (davanti al Palazzo di Giustizia) di Avellino. Ma il caffè della Città più “in” e colto è Il Caffè Letterario stile “Grande Mela” (in Via Brigata Avellino): solo tè in foglia, 12 miscele di caffè, vini, birre rigorosamente artigianali, 14 metri di banco-dolci, cioccolate e yogurt. Un happy hour continuo dalla colazione (a buffet) fino alle degustazioni della sera inoltrata. In 300 metri quadri, su due livelli, ricchi di libri, stimoli sensoriali e culturali vengono ospitate mostre, presentazioni, musica live, laboratori d’arte e di lettere con wi-fi libero e gratuito. Chiedere di Filippo, Claudio o Patrizia.

I migliori dolci li trovate da: Ciotola a Grottaminarda (omonima uscita autostradale della A16); da Magà (soprattutto torte spettacolari, dalle sapienti mani di Gael Godas, avvocatessa controvoglia, ma pasticcera appassionata) e da Dolciarte, di Carmen Vecchione (ottimi studi di economia, ma l’amore per i dolci ha vinto su tutto), entrambe ad Avellino centro; da Caffè Vignola a Solofra, nel distretto della concia di alta qualità.

Il babà più profumato della città è da De Pascale (anche incredibile scelta di vini, spumanti e champagne, nonché di una raffinata birra artigianale irpina e da Dolci Tentazioni al Corso Umberto I (dove vi accoglierà la dolcissima signora Pina). Prodotti tipici irpini nel capoluogo: da Ghi (“aperificio” nonché gelateria artigianale nel centro storico), Candeo (Stella Maccario, teutonica occhio-azzurrata bionda, miele di produzione propria), Il Salumiere di Via Terminio (di Ciro Stramaglia), anche take-away di sola gastronomia locale.

Golf al raffinato Radici Resort (Mastroberardino), a Mirabella Eclano, con annesso ottimo ristorante, La mora bianca, uno degli amministratori, Piero è anche romanziere (Umano errare – Albatros).

Ceramiche tipiche di tradizione osco-sannita ad Ariano Irpino (grosso centro a 50 km dal capoluogo) dove si può fare shopping vario e variegato nonché fermarsi da Biffy per un caffè con pasticcini (neve permettendo).

Ceramiche d’avanguardia da Bhumi, e galleria d’arte moderna da Maninarte, osservatorio artistico sulla collina dei Cappuccini. Creazioni artigianali e decorazioni da Hortensia, di Cecilia D’Agostino, Corso Vittorio Emanuele di Avellino. Per foto d’autore si va da Antonio Bergamino.

Grappe (anche di mela annurca), centerbe, rosoli e cordiali per i pellegrini che adivano o scendevano in pellegrinaggio, alla distilleria artigianale Monterbae di Summonte (sempre sotto Montevergine).

A Cairano, minuscolo e lontano paese verso sud est, ogni anno si organizza la 7x (sette momenti per sette mesi). Formula quasi magica che ospita arte, artisti, cultura e spettacoli in una remota contrada interna del meridione, organizzata dallo show-maker internazionale Franco Dragone, originario di Cairano ed anima de Le Cirque du Soleil per 10 anni.

Le migliori passeggiate a Frigento, ai Limiti, detta anche la terrazza del Pleistocene. Quasi a 360° in altura (un terrazzo, appunto) si ammira parte dell’Irpinia e della Lucania. Dopo la passeggiata, tutti da Silvius, località Pila ai Piani lungo l’Otica (stupenda strada che corre sul crinale ventoso tra due vallate. Prende il nome, di origine osca, dal vomere dell’aratro), per il pesce come non l’avete mai mangiato, anche se l’aspetto del locale non predirebbe alcuna bontà.

Il miglior borgo medievale irpino è a Nusco, meriterebbe la bandiera arancio del Touring Club. Storia a parte è l’intero centro antico di Castelvetere sul Calore, dove una volta Pino Daniele sognava di realizzare un borgo dedicato alla musica. Restaurato e attrezzatissimo (69 posti letto su una dozzina di immobili tipici di pietra antica, disponibili per fitti e compravendite) è irrealmente vuoto. La veduta è mozzafiato, la location è da Oscar.

Chiudiamo parlando del resort più nuovo e intrigante: la Tenuta Ippocrate (vista in anteprima per Vogue) solo 12 stanze (dai nomi di divinità greche. C’è anche la stanza “Priapo”), cucina di assoluta ricerca (cibi e vini produzione propria ed assolutamente bio o integrata) e in più il proprietario è un medico nutrizionista – Rocco Fusco – che studia (con istituti universitari) combinazioni di cibi e diete per ogni problema di salute. Pochi kilometri dal capoluogo, in collina, si affaccia su di un declivio coltivato con erbe officinali ed organizzato ricalcando l’effige di una mandragola, pianta che si credeva afrodisiaca. E abbiamo detto tutto!

FOOD & WINE

I Mesali
Via Borgo Sant’Antonio, 16
 – Vallata (Av)

Tel. +39 0827/97444

Molettieri
Contrada Musanni

Strada Ofantina – Montemarano (Av)
Tel. +39 0827 63424

Mastroberardino
Via Mafredi 75 – Atripalda
Tel. +39 0825 614111



Colli di Lapio Romano
Da Arianiello
 -Lapio
Tel. +39 0825 982184

Feudi di San Gregorio
Località Cerza Grossa – Sorbo Serpico
Tel. +39 0825 986611



Marenna
Via Provinciale Turci, 1 – Sorbo Serpico
Tel. +39 0825-986666

La Molara
Contrada Pesco – Luogosano
Tel. +39 0827 78017



Caggiano
Contrada Sala, Taurasi
Tel: +39 0827 74723



Fratelli Urciuolo
Via due principati – Celzoi di Forino
Tel. +39 0825 761649

Fratelli Di Stasio
Via  Carazita, 1
8 – Luogosano
Tel. +39 0827 73564

Tenuta del Cavalier Pepe
Via Santa Vara
 – Sant’Angelo all’Esca

Tel. +39 0827 73766



Di Meo
Contrada Coccovoni – Salza Irpina
Tel. +39 0825 981419

Un posto carino
Via Ronca – Bagnoli Irpino
Tel.+39 0827/602624



Ciotola
Via Valle, 20 – Grottaminarda (AV) 

Tel. +39 0825 44 51 81

Magà
Rampa  S. Antonio Abate – Avellino



Dolciarte
Via Trinità, 52 – Avellino

Tel. +39 0825 34719


De Pascale
Corso Vittorio Emanuele 205 – Avellino
Tel.  +39 0825 781654

Ghi
Via Luigi Amabile 19/B – Avellino
Tel. +39 0825 1911605



Biffy
Via Cardito, 50
83031 Ariano Irpino, Av

Tel. +39 0825 891117

Monterbae
Via Borgo Nuovo 57, 83010 Summonte (Av)

Tel. +39 0825 691452


SHOPPING

Candeo
C.da Pennini, 71 – Avellino

HOTEL

Hotel De la Ville
Via Palatucci, 20 – Avellino
Tel. +39 0825 780911

Civita di Atripalda
Via Manfredi – Atripalda 

Tel. +39 (0) 825.610471

B&B Palazzo Zampaglione
Via Berrilli 10 – Calitri (Av)

Tel. +39 0827 38006



Radici Resort
Piano Pantano, Contrada Corpo di Cristo, Mirabella Eclano (Avellino)
Tel. +39 0825 431293


BEAUTY & WELLNESS

Terme di San Teodoro
Villamaina (Avellino)

Tel. +39 0825 442313

I

ART & CULTURE

Bhumi
Via dei due principati 57, 83020, Celzi di Forino, Avellino

Tel. 0825 761439



Antonio Bergamino
Via P. S. Mancini, 104
83100 Avellino, Italy

Tel. +39 0825 79 21 39

Organizzazione Viaggi e incoming:
Giamira Travel
Tramp Viaggi
IrpiniaTurismo

Questa guida è stata realizzata per noi da Januaria Piromallo e Marika Borrelli, autrici di “Come pesci nella rete (Trappole, tentacoli e tentazioni del web)”. Se avete altri suggerimenti potete postarli qui sotto, nello spazio dei commenti.

La moglie di Lot

Il mio pensiero per la giornata della donna

Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma potevo avere, curiosità a parte, altri motivi.
Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa
d’argento.
Per distrazione – mentre allacciavo il sandalo.
Per non dover più guardare la nuca proba
di mio marito, Lot.
Per l’improvvisa certezza che se fossi morta
non si sarebbe neppure fermato.
Per la disubbedienza degli umili.
Per tendere l’orecchio agl inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio
ci avesse ripensato.
Le nostre due figlie stavano già sparendo oltre
la cima del colle.
Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il mio fagotto.
guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni,topi di campo e piccoli avvoltoi.
Non più buoni né cattivi – ogni cosa vivente
semplicemente strisciava e saltava in un panico
collettivo.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare.
O forse fu solo un colpo di vento
che mi sciolse i capelli e alzò la veste.
Mi parve che dai muri di Sodoma lo vedessero
e scoppiassero in risa fragorose più e più volte.
Guardai indietro per l’ira.
Per saziarmi della loro grande rovina.
Guardai indietro per tutti questi motivi.
Guardai indietro non  per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d’improvviso la strada.
Sul bordo trotterellava un criceto ritto
su due zampette.
E fu allora che entrambe ci voltammo a guardare.
No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finchè il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia rovente ed uccelli morti.
Mancanddom l’aria, mi rigirai più volte.
Chi mi avesse visto poteva pensare che danzassi.
Non escludo che i miei occhi fossero aperti.
E’ possibile che io sia caduta con il viso rivolto
alla città.

W.Szymborska

 

 

la neve in Irpinia

La neve mi è piaciuta sempre poco. Il suo candore inganna.   Non c’è verso di sfuggirle, si imbozzola intorno a te e alle cose, come una grande ragnatela di cui si diventa prigionieri. Hai voglia a dire: scenari di fiaba, ma chi lo dice che le fiabe hanno solo scenari ghiacciati, regine che conficcano punteruoli magici nel cuore per trasformare gli uomini in statue congelate? Non basta già il freddo che ogni cuore trattiene a farci vivere in una favola tragica?

Siamo a far tira e molla con la neve da due settimane. Le strade ne sono piene, e i paesi, e le montagne e le pianure. Si gela la laguna, si gelano i fiumi, Ricordo che in Orlando, il romanzo di Virginia Woolf, il grande gelo di Londra congelò le navi del porto di Londra per sei mesi. E  la corte era tutta là, a pattinare sul ghiaccio, e danzare, e banchettare, come se fossero pinguini allenati.

Ma noi non siamo pinguini. E non viviamo nel romanzo della Woolf. Siamo umanità dolente che non riesce, nei periodi ordinari, a venire a patti con un quotidiano decente, e che in questo momento non riesce a scongelarsi da un’ ibernamento annunciato. La neve questa neve straordinaria, che ci tiene a forza in casa, che ci vede camminare per strada a fatica, che ci blocca in un autobus per quattro ore, dimostra quanto le cose della vita possano diventare fragili e complesse al tempo stesso.  Prendiamo la rete dei trasporti stradali, l’unica esistente in provincia. Per giorni l’Ofantina bis è stata inaccessibile, i paesi dell’Alta Irpinia isolati, eppure la superstrada Ofantina è stata fatta per agevolare la percorrenza interna, con grande spesa e dispendio. Forse una strada ferrata sarebbe stata meglio, forse l’Avellino Rocchetta in uso non avrebbe prodotto interruzioni dei collegamenti per tanti giorni, forse come irpini non ci saremmo sentiti sempre isolati, sempre tagliati fuori.

Si fa presto a dire paese. I paesi dell’Irpinia, i paesi dell’appennino hanno pagato un costo altissimo in questo giorni. Ci sono stati morti, tetti crollati, animali affamati, scarsità di generi alimentari. In molti paesi è mancata la corrente, qualcuno è rimasto bloccato in casa per sei giorni, prima che arrivassero i soccorsi. I volontari hanno spalato fino allo sfinimento, i Vigili del Fuoco hanno dimostrato il loro assoluto eroismo,la CroceRossaha portato medicinali in contrade irrangiungibili. Il Presidente della Regione Campania Caldoro, che è napoletano e che crede che Napoli sia Caput Mundi,  non ha voluto credere all’evidenza: pare abbia espresso perplessità per la pericolosità delle nevicate cadute in Irpinia. E non ha voluto mandare l’esercito nei nostri paesi a dare una mano. Perché dei paesi, dei piccoli centri  non sembra davvero importare niente a nessuno.

Pochi centrimetri di neve a Roma: è questa la notizia, è questo il vero panico dell’Italia. Pochissimi giorni di gelo sulla capitale e si blocca il mondo. La neve, in quanto fenomeno naturale, è democratica. Cade dappertutto, senza badare se coprirà il Colosseo o il castello di Torella dei Lombardi. I nostri amministratori dovrebbero imparare questa democraticità,  per poter dare a tutti le stesse possibilità di sopravvivere all’emergenza.

 

Chiedo scusa

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni
istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del
mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del
tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo
strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

 

 

 

Il gatto in un appartamento vuoto

 Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.

Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che lui  provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

 

Quando c’è la neve, l’Irpinia si blocca, come se avesse il mare nel suo territorio, anziché montagne.

I pullman ( che sono il solo mezzo di comunicazione) non scendono a valle, perché questa terra è come un cucuzzolo di una montagna russa batticuore, su cui sediamo interdetti  e le cose sono proprio così, scendi tu, salgo io, con un ritmo di altalena scomposta.

Quando c’è la neve, l’Irpinia diventa la terra delle fate e degli orchi, un luogo incantato che non si guarda allo specchio per paura di scoprirsi, come accade agli adolescenti che al primo brufolo pensano di essere orribili e non si danno valore.

Quando c’è la neve vien voglia di rotolarsi per terra per assomigliare ai castagni giovani, tra Montemarano e Montella, vien voglia di avere la faccia di nodo del legno e capelli di rami.

Quando c’è la neve vorrei che il gelo penetrasse nel cuore.

Vorrei la primavera subito a sciogliere l’incantesimo.

Emilia Bersabea Cirillo  ” Il pane e l’argilla” Filema, Napoli 1999

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