Yves Bonnefoy

 

 

Gli alberi

Guardavamo i nostri alberi, era dall’alto
della terrazza che ci fu cara, il sole
si teneva vicino noi quella volta ancora
ma ritirandosi, ospite silenzioso
sulla soglia della casa in rovina,
che gli lasciavamo immensa, illuminata.

Vedi, ti dicevo, fa scivolare sulla pietra
disuguale, incomprensibile, dove siamo appoggiati,
l’ombra delle nostre spalle confuse,
quella dei mandorli vicini
e quella dell’alto dei muri che si unisce alle altre,
bucata, barca bruciata, prua che va alla deriva
come un sovrappiù di sogno o di fumo.

Ma laggiù le querce sono immobili,
neppure l’ombra si muove, nella luce,
sono le rive del tempo che scorre qui dove noi siamo
e il suolo è inavvicinabile tanto è rapida
la corrente della speranza gonfia di morte.

Abbiamo guardato gli alberi un’ora intera.
Il sole aspettava tra le pietre
poi distese pietosamente
verso gli alberi, più giù nel burrone,
le nostre ombre che sembravano raggiungerli
come allungando le braccia si può toccare,
a volte, nella distanza tra due persone
un istante del sogno dell’altra, che non ha fine.

Lo specchio curvo

I
Guardali laggiù, a quell’incrocio,
sembrano esitare e poi ripartono.
Il bambino corre davanti, hanno raccolto
in grandi fasci per i pochi vasi
i fiori di campo che non hanno nome.

E l’angelo è sopra che li osserva
avvolto nel vento dei suoi colori.
Un braccio è nudo nella stoffa rossa,
sembra che regga uno specchio e che la terra
si rifletta nell’acqua di quest’altra riva.

Cosa mostra adesso con il dito
che indica un punto nell’immagine?
E’ un’altra casa o un altro mondo,
è forse una porta nella luce
confusa qui di cose e di segni?

II
Rientrano tardi, gli piace così. Non distinguono
nemmeno il sentiero tra le pietre
dove sorge ancora un’ombra di ocra rossa.
Ma vanno avanti, comunque. Vicino alla soglia
l’erba è facile e non c’è morte.

Eccoli ora sotto le volte.
E’ buio nel fruscìo delle foglie secche,
le muove sulle lastre
il vento che non sa, di sala in sala,
ciò che ha nome e ciò che è solo cosa.

Ma vanno. Laggiù tra le rovine
è il paese delle rive calme,
dei sentieri fermi. Nelle stanze
metteranno i fiori, vicino allo specchio
che forse consuma e forse salva.

Traduzioni di Mario Benedetti Da Ce qui fut sans lumière, Mercure de France, Paris 1987

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