La memoria illusa

IL MATTINO. Edizione di Avellino. 24/11/2010

Emilia Bersabea Cirillo

In questi giorni siamo tutti affannati a ricordare. E chi non lo è si sente in colpa. Trent’anni dal terremoto del 23 novembre 1980, non ricordi quella sera? Io ricordo, eccome e non vorrei. Non per i morti e le distruzioni, per quell’angoscia che ci prese tutti in un abbraccio spinoso, non per l’odore di polvere tra i capelli di mio fratello, nè in quello del sangue sulle mani di Tonino che cuciva ferite in ospedale, ma per le parole che un giovane ingegnere rivolse, a me, da poco laureata in Architettura: «Capisci che significa? Si apriranno prospettive di lavoro enormi, da stasera». Là per là non diedi peso. Dormimmo in macchina, poi all’alba ritornammo su a casa, per lavarci. Le notizie arrivavano a spezzoni.

L’epicentro era ai laghi di Monticchio, dissero in Prefettura, una devastazione, così solo nel 1742. I nomi dei paesi rimbalzarono come un eco, musicali e sconosciuti: Santomenna, Laviano, Selvetella, Buccino, Valva, Quaglietta, Calabritto, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, San Mango sul Calore. Poi arrivarono le tende, azzurre, fredde. Sembrò che ai bordi del campo sportivo fosse nato un paese di velina. Le roulotte sembrarono forti come corazze. Sono andata avanti veloce, troppo. Le roulotte furono sistemate in campetto Santa Rita dopo che le ruspe, quelle sì, comparse dal nulla, come macchine spaziali, completarono il loro lavoro: smuovere e compattare anche i muri che non volevano cedere. Non so l’amico ingegnere, ma io mi aggiravo in una città bianca di polvere, stranita. Come la guerra, pensavo, e non ritrovavo niente di quello che ricordavo ci fosse stato per le strade. I cieli, in quei mattini, erano sfrangiati. Le file continue. Cappotti, coperte, acqua, e cibo. Come la guerra, una guerra senza armi. Non voglio ricordare. È solo un ammasso di polvere in cui scavo con le mani nude. Ogni tanto trovo un piatto, una scheggia di vetro, una cornice. Getto tutto. Inutile trattenere macerie.

Così, oggi, dopo trent’anni, dovremmo fare il punto. Il tempo ha già le sue rughe. Le case ricostruite con la legge 219 sanno già di muffa. E le villette hanno preso il posto delle antiche case di campagna, sono fredde e piene di condensa, perché costa riscaldarle. I saloni sono disabitati, malgrado le tende e gli stucchi. Si preferisce vivere in tavernetta, più confortevole e calda. Chissà gli amici ingegneri. Chissà gli amici architetti. Chissà cosa sarà stato delle loro furbissime prospettive di lavoro. La città ricostruita ha sempre una sola strada centrale, addobbata come un luna park al fine settimana. Dal lunedì al venerdì la città è desolatamente vuota, proprio come la canzone di Mina. Sul Corso pochi passanti, poche luci, negozi deserti. La vita cittadina si svolge lungo una spina dorsale ormai in sovrappeso: dalle processioni per l’Assunta, al concerto di Gigi D’Alessio, dalle passeggiate domenicali, al giro in bicicletta.

Dopo trent’anni la città non ha una sede universitaria, una stazione ferroviaria, una piazza. Ha molte più strade, e case, platani ingialliti in aiuole di cemento e tufo e negozi d’importazione che durano una sola stagione. Per un periodo, la città è stata paragonata a un canguro, che procede con balzi in avanti. Poi il canguro si è fermato, ha scavato una fossa e si è calato dentro, senza dare ragioni. È inutile dire che non è uscito più. E la città, senza fare più balzi, ha slittato ancora una volta verso Sud. Un Sud malefico, di lavori interrotti, di progetti irrealizzati, di funzioni confuse. Di scontento e stanze chiuse. I nostri figli studiano lontano Milano, Roma, Napoli. Altri hanno accettato lavori all’estero. Non torneranno, non possono tornare indietro. E questa città, piena di negozi e case e vetrine, chi l’abiterà?

Dopo trent’anni, a fare i conti del dare e dell’avere, ci accorgiamo di essere ancora una volta in forte credito. Ma questa volta, forse, non c’è da aspettare. Dobbiamo pretendere quello che ci saremmo aspettato da questi anni di prefabbricati e emergenza: servizi, cultura, permanenza. In una parola, una vita civile per noi e avvenire per i nostri figli.

Emilia Bersabea Cirillo.

ex Dogana dei Grani - Avellino - Foto Mario Perrotta - 2009
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2 thoughts on “La memoria illusa

  1. marinalos. 24/11/2010 / 17:53

    bellissimo e suggestivo ricordo di emilia bersabea cirillo..la citta’ bianca di polvere,i frammenti del passato che non servono piu’,la distruzione e le rovine,che continuano anche nel paesaggio desolato e desolante del nuovo presente..strade vuote ma illuminate a festa,per chi?l’emigrazione dei giovani,del futuro,lascia solo rottami intorno…le speranze si sono frantumate come le case,e marciscono sotto il peso dell’incuria e degli anni.
    brava emilia,che ritratto struggente di un momento emozionante per tanti di noi..hai saputo ricreare le emozioni,ma le hai sostanziate di un sapore amarissimo..

  2. emilia 24/11/2010 / 20:35

    Cara Marina, avremo modo di parlarne, spero. Ma è così. La città di Avellino è proprio vuota.
    Ti illustrerò un mio progetto, che forse potrà venire alla luce…Un bacio e grazie delle tue parole.

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