Il libro dei bambini, di Antonia S. Byatt

  
Londra. «Scrivo libri che parlano di libri, che hanno racconti e storie al loro interno, perché mi piace immensamente leggere, perché leggendo vivo più intensamente che nella vita. Perché da piccola non ho fatto altro che leggere, tutto, dai miti del nord, con la loro conclusione terribile, alle leggende greche, a cui non riuscivo a credere, alla mia amata George Eliot».

Così, sullo sfondo di un salotto molto vittoriano in quella Putney che è ancora Londra ma è già sobborgo, con gli scoiattoli che si arrampicano sulle grandi querce del piccolo parco di fronte e le rose che ancora fioriscono nel minuscolo giardino di casa, così si racconta A.S. Byatt, dove A sta per Antonia e S per Susan, l’autrice del fortunatissimo Possessione, di Angeli e insetti, di La torre di Babele, e ora del monumentale e avvincente Il libro dei bambini (esce in questi giorni da Einaudi, pagg. 700, euro 25, traduzione di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi). Dove, riprendendo la fortunata struttura di Possessione, che sovrapponeva una storia a suspense nel presente alla ricerca sugli amori nascosti nel passato di un grande scrittore molto simile a Browning, intreccia invece una saga lunga e complessa che va dalla fine dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale, ai racconti e alle poesie creati dai suoi personaggi – artisti, poeti, anarchici, ribelli fabiani, intellettuali dell’era vittoriana e poi edoardiana.

Anche ora Antonia Byatt sta lavorando a un racconto su un racconto. «Sto scrivendo per la casa editrice Canongate i miti del Nord, quelli, per intenderci, a cui si è ispirato Wagner, e li racconto con gli occhi di un bambino della seconda guerra mondiale. E quel bambino sono io, spaventata, con il mio papà lontano in Africa di cui non si avevano notizie, con le letture che mi hanno aiutato ad attraversare quegli anni».

L’infanzia nel suo Yorkshire, «a Pontefract, un piccolo paese con un castello diroccato, dove fu ucciso Riccardo II», la rigorosa educazione quacchera che le ha lasciato «il segno del puritanesimo», la disciplina che le hanno insegnato il padre, giudice e scrittore, e la madre, tornano spesso nei suoi ricordi. «Mia madre era una donna molto intelligente, laureata a Cambridge, che ha insegnato, durante la guerra, per essere poi rispedita a casa da una ingiusta legge postbellica che intendeva proteggere il lavoro maschile. Per questo il mio primo romanzo parla di una ragazza proprio com’ero io quando ho lasciato Cambridge, che sognava l’amore e il matrimonio, ma al tempo stesso aveva paura di una vita futura che la mettesse nella condizione di smettere di pensare».

Le cose sono andate diversamente. Antonia – anzi, Dame Antonia, visto che ha ricevuto dalla regina Elisabetta il titolo di Commander dell’Ordine dell¿Impero Britannico – ha insegnato, ha scritto un consistente corpus di libri, ha conquistato un Booker Prize, ha ispirato due film di successo, uno da Possessione uno da Angeli e insetti – e con i diritti del primo, dice sorridendo, si è potuta comprare la piccola piscina coperta che si intravede nel giardino dietro casa. Ora si accinge a scrivere un romanzo (ma per ora è solo alla fase delle ricerche) su psicoanalisti e surrealisti, tra gli anni Trenta e la fine della Seconda Guerra mondiale. «Non ho ancora i personaggi, ho la cornice, come sempre, è il mio modo di procedere, dall’esterno verso l’interno. Ma sto studiando in particolare Max Ernst, che mi ha sempre affascinato».

Anche in Il libro dei bambini Antonia Byatt ricostruisce un mondo e un momento della storia, e prevale, nell’attenzione del lettore, la cornice, la grande tela complessa che la scrittrice popola di personaggi di finzione, di famiglie allargate, di grandi case ospitali – e di comparse del mondo reale come H.G. Wells, Oscar Wilde, Emma Goldman, George Bernard Shaw, James Matthew Barrie. «Il mondo di un’Inghilterra colta e creativa e diversa che cercava e inventava nuovi modi di vivere negli anni severi della regina Vittoria – e che poi si è scatenato, alla morte di lei, con il gioviale Edoardo, riscoprendo i piaceri della vita, come tanti bambini. E forse non è un caso se in quel momento scrivere per i bambini ha rappresentato in Inghilterra una delle forme più alte di letteratura. Un mondo dove, nel mio romanzo, come un ragno al centro di un ragnatela, c’è Olive Wellwood, la bella e disinvolta scrittrice di racconti per ragazzi che, presa dal suo lavoro e dalla sua passione non si accorge di ciò che succede ai suoi i figli».

Cosa che, suggerisce Antonia Byatt, è accaduta a molti grandi autori di storie per ragazzi – e, in certo senso ha rappresentato anche il punto di partenza del suo romanzo. «Il figlio di Kenneth Grahame, l’autore di un classico come Il vento tra i salici, è morto suicida, a due giorni dal suo ventesimo compleanno. Dei ragazzi che il papà di Peter Pan, James Barrie, ha adottato, uno è morto annegato. Gli scrittori possono essere gente pericolosa, dei distruttori, che divorano l’infanzia dei loro figli con la loro creatività».

In un libro dalle molte intonazioni – ambizioso e fin troppo ricco nella visione di trent¿anni di storia; deliziosamente frivolo, nella perfetta e dettagliata descrizione di vestiti ed interni; intenso ed esplicito nel racconto dei momenti di passione; emozionante nella descrizione della creatività dei suoi personaggi, e in particolare quando racconta le fasi della preparazione delle meravigliose ceramiche modellate da un artista «selvaggio» come il ragazzo Philip – le pagine più sconvolgenti sono quelle che, finito il momento eccitante e straordinario della libertà e dei giochi, degli amori e della creatività, parlano della prima guerra mondiale: «Dove la generazione che aveva scelto di essere bambina e libera è stata massacrata. E sa, a riprova di questo, che cosa ho scoperto e ho messo nel libro? Che i ragazzi inglesi, in mezzo a quel massacro, chiamavano le trincee con il nome dei personaggi o dei luoghi delle fiabe: la trincea di Peter Pan, il Boschetto di Uncino, la Casetta di Wendy».

Donna di amori e disamori netti (è stata al centro di una polemica per aver criticato Harry Potter e l’ordine della Fenice: «Ma non è vero, ribatte lei, anzi, penso che la Rowling sia molto brava, ho solo detto che non capisco perché un adulto dovrebbe leggerlo»), graniticamente attaccata alle sue passioni letterarie (George Eliot, il cui Middlemarch ama immensamente, Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino per ragioni che paiono evidenti, Balzac di cui sta rileggendo adesso La cugina Betta, Alice Munro perché è «semplicemente grande», il provocatore Adam Thirlwell di Politics), scrittrice sofisticata che si nutre di scrittori e di metaletteratura (si veda Gradazioni di vitalità. L’arazzo del romanzo, la conferenza di Leida del 2004 ora pubblicata da Nottetempo), improvvisamente Antonia Byatt interrompe la chiacchierata letteraria e il gioco delle citazioni. Smette di elencare. Sorride. «Possiamo parlare di libri finché vogliamo. Io adoro il mio mestiere e continuerò alla mia maniera. Ma c’è un solo romanzo che ha cambiato la storia del mondo». Una pausa. «La capanna dello zio Tom». Anche per via di Eliza, la quacchera ribelle?

 Irene Bignardi, la Repubblica, 22/09/2010
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