Un uomo solo di Christopher Isherwood

 

Questo il testo del risvolto di copertina dell’edizione Guanda del 1981, la prima traduzione in Italia, nella collana “Prosa Contemporanea”, diretta da Franco Cordelli:

“Perché alcuni tra i più bei racconti degli anni settanta sono scritti da vecchi o riguardano la vecchiaia? E’ la letteratura ad essere invecchiata o sono invecchiati i ‘grandi scrittori’? Oppure, grandi sono soltanto gli scrittori che invecchiano, quelli capaci di invecchiare, che ‘arrivano sino in fondo’? Perché soltanto in vecchiaia, in Caro suocero, Tibor Dèry ha scritto un racconto bello come il giovanile Amore? E perché Borges con La rosa di Paracelso ha ritrovato il grande sé stesso degli anni quaranta e ci ha consegnato un’idea della letteratura come tecnica e risultato della Sopravvivenza? E Singer solo in Vecchio amore e in Sabbath in Portogallo è riusciro ad annullare il suo troppo disadorno, e dunque curvilineo, e dunque manieristico stile, a situarsi, cioè, ad un livello in cui lo stile si fa trasparente non fino ad un qualche solo lineare, togato, obnubilante neoclassicismo ma fino ad annullarsi, a farsi non-stile? In Un uomo solo di Isherwood il protagonista è un autobiografico professore inglese trapiantato in un college della California. E’ solo perché è vecchio, perché è straniero, perché è un intellettuale, perché è omosessuale, perché il suo amico è morto, perché ha scelto di essere solo. La solitudine è la sua resistenza –e la forza che lo fa sprofondare nella tradizione e trascurare un futuro tutto prevedibile, e vivere immerso nel presente non come carpe diem (al modo di quell’altro grande vecchio amico di Isherwood, il poeta Auden) ma come fervido monologo teso alla provocazione e accensione di un mirabile dialogo platonico. La ‘paideia’ di George è tutta partecipe del presente, di cui assume la casualità e il nomadismo, l’arroganza e la non scommessa: il bagliore dei giovani corpi dorati, la lusinga kavafiana di una spalla denudata, l’attesa che il giovane dio capisca e voglia leggere il libro che lui è. George non ignora la saggezza dell’esperienza accumulata ma non la utilizza; vive, modernamente, come se: come se fosse ignaro, stupido, allo sbaraglio; come se scacchi e vittorie non lasciassero segno; come se giovinezza e vecchiaia fossero entità simboliche che il fulmineo circuito di un ‘rapporto’ pareggia o contrappone in una fantastica querelle. Immagine di superba eleganza morale, l’uomo da solo non conosce altra umidità che quella del mare californiano, il suo occhio, la sua voce, la sua anima sono asciutti e asciugano il mondo.”

 

Questo il risvolto di copertina dell’edizione Adelphi, 2010:

“Già negli anni Trenta, quando scrisse Addio a Berlino, Christopher Isherwood sosteneva di voler trasformare il suo occhio di romanziere nell’obiettivo di una macchina fotografica. Ma per lungo tempo – attraverso libri molto diversi fra loro, e spesso segnati dai personaggi fittizi o reali che raccontavano – l’intenzione rimase una di quelle fantasticherie stilistiche che spesso gli scrittori inseguono per tutta la vita senza realizzarle mai. E invece nel suo ultimo romanzo – questo – Isherwood trasforma una giornata nella vita di George, un professore inglese non più giovane che vive in California, in un’asciutta, e proprio per questo struggente, sequenza di scatti. Non è una giornata particolare per George: solo altre ventiquattr’ore senza Jim, il suo compagno morto in un incidente. Ventiquattr’ore fra il sospetto dei vicini, la consolante vicinanza di Charlotte, la rabbia contro i libri letti per una vita ma ormai inutili, e il desiderio di un corpo giovane appena intravisto ma che forse è già troppo tardi per toccare. Quanto basta per comporre un ritratto che non si può dimenticare, e che alla sua uscita sorprese tutti, suonando troppo vero per non essere scandaloso.

E questo è il protagonista del film  A Single Man.

Da leggere il libro e da vedere il film, assolutamente!

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