Il viaggio nell’Irpinia di pietra

Il viaggio nell’Irpinia di pietra – IL MATTINO – edizione di Avellino – 4.03.2011 pag. 35-44

L’Irpinia è una terra per chi non ha fretta. L’ho scoperto prendendo il pullman delle 10,40 che dal bivio di Nusco arriva ad Avellino: un tragitto di 45 chilometri coperti in un’ora e 25 minuti. Un viaggio tra i boschi e le alture, di fronte a montagne toccate dalla neve, in mezzo a tornanti, bordi di strade gelate, remi di castagno e di pruno, filari ordinati di viti e olivi appena piantati. Siamo partiti in due persone e arrivate in dieci, segno che la città capoluogo, in mezzo al giorno, non desta più curiosità. La prima parte del percorso fino a Ponteromito la passiamo in silenzio. Siamo, oltre l’autista, io e un ragazzo, che è andato a sedersi in fondo. Il bivio di Nusco è di fatto uno snodo: a sinistra si sale nel paese, sempre dritto si affronta la discesa verso Ponteromito, a destra si va verso Grottaminarda. Un altro pullman arriva e sosta più avanti. Non scende nessuno. Non sale nessuno. Chissà dove è diretto.

Noi iniziamo il viaggio sotto un sole lucido e gelido, ogni tornante superato apre una diversa prospettiva della montagna azzurrina. Intorno poche case in pietra, nessuna sagoma umana. Nuda natura. Potremmo in questo giorno, essere agli inizi del Novecento, come noi pensiamo che questa terra dovesse essere allora: isolata e fiera, di una lontananza senza dove. Chi sopravviveva a questa prova ambientale, poteva affrontare tutto nella vita: emigrazioni, guerre, catastrofi ed uscirne sano e salvo. Tutto è come allora, penso, o come penso dovrebbe essere, sarà che il sole rivela, a volte, la segreta natura delle cose, ma un’insana euforia prende possesso del mio corpo. Mi levo il cappello, guanti, sciarpa, ma sì, penso, vale la pena vivere in un posto così, pensare e percorrerlo, proprio come stai facendo e scriverne, anche, perché venga a quante più persone possibili la curiosità di vederlo.

Un amico scrive su Facebook dei silenzi del suo monastero indiano. Gli devo raccontare, se riesco, di questo silenzio, con buona pace dell’India. A Ponteromito l’autista annuncia una sosta di dieci minuti. Sale una ragazza con coda di cavallo, jeans infilati negli stivali con tacco e giubbotto. Gli occhiali da sole le coprono mezza faccia. Si siede avanti, appena dietro all’autista. Salgono anche due donne coi capelli color ruggine, solo che una li ha corti e l’altra raccolti. Sembrano sorelle, per il profilo somigliante. Indossano un cappotto grigio, simile, come se lo avessero comparto nello stesso giorno allo stesso negozio. Il loro è l’accento del luogo: un po’ chiuso, un po’ aperto, a seconda delle parole che pronunziano. Da Ponteromito si può costeggiare il flusso del fiume Calore verso Montella. Qui il fiume saltella, spuma, ti viene incontro, come se volesse offrirti una giovinezza scapestrata. E le donne si raccontano dei loro figli. Dei loro successi a scuola. Uno al geometra. L’altro al Classico. Parlano svelte, ogni tanto sospirano. Mi pare di capire che una accompagna l’altra a una visita medica. Intanto è salito un ragazzo con un giubbino di pelle, i capelli fermi nel gel come cerini, l’ipod nelle orecchie. Non vai a scuola, chiede la signora con i capelli corti. E si gira verso di me.

Che occhi: un’acquamarina trasparente. Per trovare occhi così devi andare in Bretagna e cercarli in volti lentigginosi, sotto le cuffie. La donna si accorge di essere guardata e si incuriosisce. Leva su di me il suo sguardo acquamarino. Mi sento come un ramo di corallo spezzato. Le sorrido. Lei mi sorride. È tutto. «È assemblea, dove vuoi che andiamo?», risponde il ragazzo. Va a sedersi anche lui in fondo al pullman. Guardo l’orologio. I dieci minuti sono passati. L’autista fuma, tranquillo e parla al cellulare. Ride, gira su se stesso con un solo piede, ci manca poco che si metta a ballare. Guardo di nuovo l’orologio. Dovrei lanciarlo lontano, nell’acqua del fiume e vederlo andare a fondo, senza rimpianti. Cosa mi tiene attaccata al tempo? Cosa spero che ne venga da questo giro di lancette automatico? In fondo le cose accadono, indipendentemente da te. Si nasce, indipendentemente da te. Sei sulla terra e non lo hai chiesto a nessuno. È che non so più attendere, senza agitarmi. L’autista sale. Ha lasciato la sua sigaretta a consumarsi per terra, ma non il suo telefonino, con il quale ci racconta di avere un appuntamento, nel pomeriggio e che lei, sì una lei, non facesse nessuna storia, per piacere. Mette in moto e un odore di gasolio mi ritorna nel naso. Si sale nel bosco, ancora tornanti, verso Montemarano.

I castagni spogli hanno alla base ciclamini in boccio. La terra è ancora chiazzata di neve. Nessun uomo, nessuna specie animale. Solo natura, luce e silenzio. Può questa bellezza ripagarci del vivere in una terra così marginale? Può questo panorama infinito di alberi e montagne essere di conforto al nostro desiderio di sapere? Può l’orizzonte a cui sembra tendere la curvatura del tornante, essere l’unico orizzonte della nostra vita? Resto in apnea, senza saper rispondere. Le 11 e 20. Se la strada ferrata Avellino-Rocchetta fosse stata sfruttata come doveva, ora sarei già a casa, penso, anziché ciondolare nel pullman. I paesi della provincia sarebbero stati più vicini tra loro; tutto il nostro territorio sarebbe stato un unico vero comprensorio di servizi e trasporti, e non ci sarebbe stato quest’andarsene senza ritorno che continuamente leggo e mi raccontano. Le signore tacciono, le teste poggiate alle poltrone. La ragazza davanti parla al cellulare. Amore. Solo purissimo amore. Cuori infradiciati di lacrime e speranze. Appuntamenti rimandati, serate avvelenate. Vorrei non sentire. Ma ormai va così: su treni, pullman, metropolitane, la gente svela parti di sé, incuranti di chi possa ascoltare. È questo che rende il mio viaggio di oggi, uguale a tanti altri viaggi.

Le montagne sono alle spalle. Montemarano appare all’improvviso, palazzi anni sessanta in bella mostra. Sale un giovane alto e magro con un ciuffo di capelli biondi che gli piove in faccia. Mi ricorda Accio, quello del «Monello». Ho un’età, lo capisco da questi ricordi non condivisibili. «Abbonato», dice all’autista e va sedersi anche lui in fondo al pullman. È una moda: i giovani dietro, gli anziani davanti. Le cose vanno da se. Non mi sono mai potuta sedere dietro, neanche all’automobile, perché soffro di mal di macchina e devo stare davanti, perché si sentono meno le curve. Fatto sta, che anche al mio posto, davanti, comincio a sentire lo stomaco illanguidirsi. Mangio un cracker, li porto sempre con me. Guardo avanti fisso. Sono le 11,35 e siamo sull’Ofantina, finalmente. Il pullman fila, recupera minuti, il rettilineo mi conforta lo stomaco, la superstrada veloce mi distoglie dai pensieri della nostra permeabilità alla bellezza. Un senso di pratico, di tutto e subito, di raggiungibile si impossessa di me.

Bisogna avere un’altra visione del mondo per dare valore a questa solitaria resistenza alla meta. Il viaggio non è l’arrivo, ma il mentre, ci insegna Ulisse. Eppure con tutte le sue forze, lui volle ritornare ad Itaca. Ci mise dieci lunghissimi anni, ma infine approdò. E cosa vuoi che siano, in fondo, un’ora e quaranta minuti per coprire 45 chilometri, nella stessa area geografica? Finisco il pacchetto di cracker in uno sfasciume di briciole. Il pullman lascia di nuovo l’Ofantina. Scende per San Potito. A Parolise si ferma. Salgono una madre e una figlia, vestite più cittadine, Moncler luminoso e Pquadro a tracolla. Avellino è vicina. Solo un quarto d’ora. Il tempo è mutato. Il sole è stato mangiato dalle nuvole. Su questa piana imbottita tra le montagne, siamo abituati alle giornate uggiose. Sento un mormorio, sul pullman. I ragazzi dal fondo si fanno avanti. La ragazza ha spento il suo cellulare, contenta di un appuntamento per sabato. Le signore in ruggine tirano su le borse e si acconciano i capelli guardandosi in uno specchio da borsa rotondo. Davanti al cimitero di Avellino, mentre aspettiamo in fila che il rosso del semaforo diventi verde, si fanno entrambe il segno della croce e recitano «l’eterno riposo» a bassa voce.

Emilia Bersabea Cirillo

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