Il profumo della Pasqua.

Emilia Bersabea Cirillo

 Ci sono odori e sapori di casa che associamo ad un momento della nostra vita, ad una stagione, ad un mese dell’anno: quello del miele sciolto con lo zucchero in cui affogare gli struffoli a dicembre, del cioccolato fuso per il sanguinaccio a febbraio, quello di cannella e fiori d’arancio della pastiera ad aprile. Aprile resta il vero mese della primavera, dei pomeriggi tiepidi, delle giornate più lunghe e dei profumi della Pasqua. E’ di una storia di tradizione, una storia che si ripete ancora ogni aprile a casa mia, che vi voglio parlare. Andavo da bambina al forno del viale dei Platani a comprare pane bianco mollicoso, che piaceva tanto a mia madre. In quel forno ne facevano due forme: a filone e a ciambella. Io compravo quest’ ultimo perchè aveva una crosta più dorata e mi sembrava una ruota magica. Il forno era una stanza scura e bollente in cui, per chi entrava da fuori, si vedevano muoversi silenziose due ombre bianche che vigilavano sulle ceste del pane messo a crescere e sulla loro cottura. A Pasqua il forno si animava. Perché per quell’evento, il pane bianco assumeva forme di fiore, di campanella, di cornucopia, di cestino, forme che illuminavano nel loro oro lucente gli scaffali rozzi di legno. Sembrava di entrare in un calendario di figurine da intagliare. Una volta a casa, mi dispiaceva che si tagliasse quel pane così abilmente intrecciato, che si perdesse la meraviglia di quel lavoro. Ma non solo queste erano le magie di quel vecchio forno di Avellino, quando veniva aprile. Quel luogo scuro e vuoto diventava, tra il giovedì e il sabato santo, meta di un pellegrinaggio di devote della tradizione, che portavano preziose pizze di scarole, pizze rustiche, pigne, tortani, taralli col naspro, strettamente annoccati in lini bianchi, a cuocere. -Dovete venire verso le undici, quando il forno è più tiepido. – diceva la padrona, una donna ancora giovane ma pallida e sciupata, mentre segnava su un quadernetto le prenotazioni. -Per le pastiere verso l’una.- Ecco, aveva pronunciato la parola magica. Pastiera. Il dolce di ricotta, germe di grano bollito, zucchero, uova, cannella, canditi, acqua di fiori d’arancio cotti in una sfoglia di pasta frolla. A casa lo si faceva solo per Pasqua, perché “era un dolce di Resurrezione.” In quei giorni era un gran battere d’uova a spuma con lo zucchero, un gran cuocere i germogli di grano con latte e burro e scorza di limone e tagliare cubetti di zucca , cedro e arancio canditi. L’odore che più ricordo era quello dell’estratto di fiori d’arancio, un odore dolcissimo, estenuante, con cui si aromatizzava l’impasto. Era sulla giusta quantità da usare che si accendevano, e si accendono ancora, discussioni in famiglia. Ne abbiamo messo troppo, no, troppo poco, ma mia nonna vinceva con una frase d’effetto. “Se non sa di fiori d’arancio, non è pastiera.” Un poco prima dell’una, quando finalmente l’ultima striscia di pasta frolla era stata posta sulla pastiera, io e mia nonna ci avviavamo al forno. Camminavamo in silenzio, in quell’aria dolce di aprile, attente, le dita infilate nelle nocche dei lini bianchi che avvolgevano le teglie. Al forno c’erano già altre donne, in fila. Chi non era prenotato veniva mandato indietro. Sulle teglie di ciascuno la signora del forno, attenta, metteva un segno di pasta a riconoscimento: una bambolina, una tarallino, una nocchetta, un ovetto di pane. Poi ci sedevamo sulla panca e aspettavamo. Quell’ora di attesa è restata indimenticabile: la porta del forno aperta sul viale dei platani, il marciapiede largo e vuoto, le foglie degli alberi verdi e tenere, la luce sospesa di quell’ora farinosa e tiepida. Altri bambini avevano accompagnato le madri, uscivamo e entravamo tutti insieme nel forno, di corsa, correvamo sul marciapiede lungo case basse, con antri bui, poi tornavamo dentro, ancora niente, bisognava aspettare ancora. Le donne parlavano delle cose di casa, di come preparare il pranzo di Pasqua, se cuocere capretto o agnello, si scambiavano ricette, consigli. Erano, quelle, voci quiete. L’ultimi cinque minuti rientravamo, sudati. Nel forno c’era un odore nuovo, un profumo allegro di cannella fragrante misto ad acqua di fiori d’arancio, leggero, che già impregnava la giacca di lana di mia nonna. – Siediti, che sei tutta rossa- mi diceva, e mi faceva posto accanto a se. Era allora che la signora del forno compariva improvvisamente. Guardava l’orologio appeso alla parete. Ancora due minuti. L’odore si faceva più intenso, più vero, come fiori che si schiudevano insieme. Le signore erano già tutte in piedi. -Nun ‘na’ fa’ coce troppo- diceva sempre qualcuna. Mia nonna mi teneva per mano.- Troppo cruda non è ‘bbona- diceva un’altra. La porticina di ferro del forno a legna veniva aperta di botto. La signora pallida cacciava la testa dentro. -‘So cotte- pronunciava, rivolgendo alle donne un mezzo sorriso. Poi, aiutandosi con una pala di legno, tirava fuori un dolce alla volta e, come in un gioco di prestigio, disponeva le teglie dorate e fumanti sul banco. Eccole, le pastiere, avvolte dal loro vapore delicato e inconfondibile. C’era sempre un mormorio, tra le donne. E un senso di diffusa soddisfazione. Tiravo la gonna di mia nonna, felice. Anche per quell’anno avevo ritrovato il profumo della Pasqua. Per questo ogni anno, ad aprile, se Pasqua viene ad aprile, il giovedì santo, mi cimento, tutta da sola, nel laborioso compito di preparare le pastiere. In città non c’è più l’usanza di cuocere le pastiere nel forno. Con molta pazienza le cuocio nel forno elettrico di casa, una alla volta. Se ne passa così tutto il pomeriggio. Ne preparo un buon numero, che regalo ad amici e parenti. E’ per la mia famiglia, che impasto, mescolo, tiro la sfoglia di pasta frolla. Perché nei loro occhi e nel loro cuore resti il profumo di una tradizione, una delle poche che ancora conservo, e perché tutto questo diventi per loro, come lo è stato per me, il profumo di Pasqua.

 

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11 thoughts on “Il profumo della Pasqua.

  1. franco festa 22/04/2011 / 13:43

    Molto, molto bello..auguri affettuosi,cara Emilia.

    • emilia 22/04/2011 / 13:50

      grazie, franco.
      il forno è Iermano, te lo ricordi, sotto iplatani.
      A volte mi sento un dinosauro.
      A volte una quercia giovane.
      Ci vediamo per Pasqua?
      Un abbraccio

  2. raffaela 22/04/2011 / 21:57

    Grazie per queste splendide parole. Sono ritornata indietro nel tempo quando anch’io accompagnavo mia madre al forno del panettiere della mia amata Portici. Infornavamo pastiera e tortano, casatiello…mi ricordo che ogni anno incontravamo sempre le stesse persone e poi andavamo a ritiare il tutto la sera. e’ vero che profumo! poi non ricordo bene come e perchè mia madre ha cotto tutto in casa. Il tuo racconto mi ha ridato un bel ricordo…grazie e buona Pasqua.

    • emilia 23/04/2011 / 06:36

      Grazie a te,Raffaella. E chesi è persa la tradizione dello stare insieme, del confrontarsi anche sulle piccole cose quotidiane. Ora ci si confronta sulcorpo,sulla linea,sul successo…Non so, mi sembra così inutile.
      Buona Pasqua. Emilia

  3. eugenio 25/04/2011 / 20:24

    bellissima pagina, intensa per forza di percezione, di memoria, di cuore e di futuro

    • emilia 25/04/2011 / 21:50

      Grazie, Eugenio.
      Sono contenta che ti siapiaciuta. A presto

  4. Anna Maria 26/04/2011 / 13:01

    Una rievocazione, questa, che è insieme scoperta di ‘universali della memoria’ e invito al viaggio. Ci sono aromi indissolubilmente legati a ricorrenze e a persone. Quando poi il profumo sa unire nella coscienza eventi e persone, assume un’impronta inconfondibile, pur – è non è un contraddetto – nella condivisione di un’esperienza ‘universale’. Grazie, Emillia

    • emilia 26/04/2011 / 14:13

      Che belle parole. Grazie AnnaMaria. Penso che ci scriveremo presto!
      Buon lavoro.
      Emilia

  5. Roberta 03/06/2011 / 15:20

    Bella e buona la pastiera. Mi ha ricordato quando nel mondo scomparso dell’Europa orientale, negli Shtetl, i villaggi dove c’erano le comunità ebraiche prima dello sterminio, la sera del venerdì le donne portavano le loro pentole di terracotta ben chiuse da una striscia di pasta, al forno del pane che durante la notte cuoceva le zuppe (cholent) intiepidendosi. Di sabato le andavano a prendere e le mangiavano ancora calde. Di sabato il fuoco non si poteva accendere.

    • emilia 03/06/2011 / 15:35

      grazie Roberta. Più o meno le usanze sono simili, in un mondo non modernizzato e globalizzato.
      Da noi si andava al forno per risparmiare e avere una buona cottura.
      La tua ruota di Faraone mi ricorda la frittata di spaghettini che faceva mia nonna, solo che all’oca si sostituiva pezzi di sopressata, che è un salame contadino di maiale.
      Ma doveva essere, la frittata, croccantissima fuori, e morbida dentro. La cucina racconta per noi, le nostre vite, i nostri ricordi, ma anche la nostra attualità. A me piace cucinare, ma solo quando devo farlo per gli altri, per farmi volere bene e dimostrare il mio bene.

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