Una novella di Cora Sandel (1880-1974): Il bambino (Barnet), tratta dalla raccolta Molte grazie, dottore (Mange takk, doktor) del 1935

 

Si potrebbe credere di essere in un angolo del paradiso. Ma il luogo è invece tutt’altro. Chi avrebbe pensato che sarebbe apparso così? Là c’è un bambolotto, in un angolo del divano. Con lucidi, neri occhi di perla, guarda diritto nell’aria davanti a sé. Sul davanzale della finestra ci sono le piante in vaso, in piena fioritura, fuksia, gerani. Le tende sono di tessuto leggero e arioso. Sventolano per via della brezza estiva che viene da fuori. Un paio di finestre sono aperte. I vetri sono lucidi e chiari. Sul tavolo ci sono dei libri. Altri stanno negli scaffali tutt’intorno. Molti libri che parlano di un po’ di tutto. Di vita e morte e amore, in versi e in prosa. C’è un ricamo non terminato, una piccola, delicata cosuccia di sottile merletto e sottile seta, un indumento soffice come pelle di bambino. Il pianoforte è aperto. Spartiti di musica raffinata, più vecchia o più recente, stanno aperti sul leggio. Chopin, Scriabin. Succede che un bambino entra dalla porta, attraversa la stanza, prende in braccio il bambolotto e ci parla, cerca un libro con le immagini fra quelli che sono sul tavolo, strimpella il pianoforte con un dito. Un sano bambino pieno di vita, con le gambe e le braccia nude, abbronzate dal sole e dal vento, sporco in quel modo puro in cui lo è un bambino – – per essersi rotolato nella sabbia e nell’erba, aver sguazzato in spiaggia, cucinato torte di fango, intrecciato lunghe catene di steli di erba farfara, mangiato cioccolata. Ha uno sguardo di bambino felice, aperto, spensierato, non ha idea di dove si trovi. Ma qui ci sono anche persone adulte, una donna, un uomo. Loro sanno dove si trovano. La donna va e viene. Annaffia i fiori, mette in ordine, spolvera, ogni tanto si siede con un libro o con il ricamo lasciato lì, gli dà qualche punto, mai molti. Ci sono ricami che non vanno da nessuna parte, come questo. Ci sono anche libri che non vengono mai letti, ma semplicemente sfogliati. Stanno lì e non riescono a parlare, di volta in volta vengono chiusi con forza e buttati da parte. Lei è inquieta. Non fa neanche in tempo a sedersi che è di nuovo in piedi e si trova qualcosa da fare, ora là, ora qua – sfrega un vetro che è già perfettamente lucido, ripassa ancora una volta su un piano pulito con lo strofinaccio, si occupa di tante cose inutili. Per qualche attimo canticchia. Ma si asciuga anche una o due lacrime che improvvisamente stanno all’angolo dell’occhio, e vogliono andarsene giù verso il mento. È snella e scura. Capita che entri, le mani bagnate, con un’espressione affamata. Energicamente si asciuga le mani sul grembiule e si getta sul piano. E scoppia un dramma. Due voci s’inseguono l’un l’altra. L’una deride, l’altra segue e insegue, pregando, minacciando – si raggiungono, si scontrano con ferocia, nel dolore e nella gioia. All’improvviso tutto s’infrange in stridente disarmonia. Abbatte entrambe le mani sui tasti, così che lo strumento lancia un forte lamento, si piega in avanti con la testa sul piano, e quello si lamenta ancora. Lacrime le gocciolano fra le dita. Ma può anche suonare un notturno, tanto pacato come se fosse realmente notte e qualcuno dovesse essere calmato con la musica. E allora le si inumidiscono appena le guance. Si può alzare e ballare un valzer in mezzo alla stanza. Può mettersi a camminare da una parte all’altra con lunghi passi silenziosi, come un animale in gabbia. Tutto finisce con il fazzoletto che deve essere tirato fuori. Sente arrivare il bambino e si stropiccia energicamente il viso, cambia espressione, esperta come un’attrice. E il bambino entra correndo, lascia la porta aperta dietro di sé, getta la testa sul grembo della madre, in lacrime o ridendo, come fanno i bambini piccoli. Altrimenti ha con sé dei fiori e glieli offre, un mazzo di fiori mescolati con ogni genere di erbaccia, un gambo corto, uno lungo, qualcuno totalmente impossibile da mettere in acqua, che ci viene messo comunque. Guarda, eccolo, com’è carino! A volte il bambino si è graffiato, mostra una piccola mano sporca di terra grigia, un ginocchio tondo strofinato nella sabbia con tracce di sangue. Piagnucola, chiama la madre, deve essere aiutato e confortato. E nessuno è più facile da confortare. Presto il bambino ride di nuovo, siede sul divano con il bambolotto in braccio e la fasciatura sulla ferita, succhia una caramella e guarda il libro illustrato. La madre chiacchiera e ride con lui, lo intrattiene, lo prende in braccio ripetutamente e lo bacia. C’è come un filo di senso di colpa, di ansia nei suoi modi di fare. Canta brevi filastrocche, racconta delle storielle. “C’era una volta una piccola, piccola, piccolissima donna, che viveva in una piccola, piccola, piccolissima casa –“ Il bambino ascolta con gli occhi lucidi, pieno di aspettative. Ma improvvisamente la madre perde il filo e non lo ritrova più. Assorta e tormentata mette il bimbo giù dal grembo: “Allora, adesso esci un po’ a giocare. Non possiamo stare chiusi dentro tutto il giorno.” E il bambino va. Senza farsi domande. Sono cose che succedono. È successo molte volte. Verso sera la madre sente chiudere il cancello del giardino, sente il suono di passi maschili sul vialetto di ghiaia. L’agitazione sul suo volto lascia il posto a qualcosa di chiuso e teso. Cammina velocemente per la stanza, chiude il pianoforte, nasconde la partitura, toglie le proprie tracce. Per un istante sta con il lavoro di ricamo tra le mani, incerta, lo lascia sul tavolo così com’è. E lascia il salotto. L’uomo arriva. È quel che si dice un bell’uomo, corretto, fidato, curato, nei suoi anni migliori. Inoltre è senza dubbio un brav’uomo, che dovrebbe potersi aspettare pace e tranquillità quando torna a casa. Ma non se l’aspetta. Si guarda intorno con sospetto e scrutando, si morde le labbra, borbotta tra sé. Il bambino è entrato insieme a lui. È lì, appoggiato alle sue ginocchia ed ha molto da raccontare. Ha visto uno scoiattolo, un piccolo scoiattolo carino. Ha visto un riccio, il piccolo riccio carino. Ha raccolto un bel mazzo di fiori per mamma. Eccolo lì. Sì, bello! Il padre prende il bambino in braccio. Ma i suoi pensieri sono altrove. Il bambino vuole essere intrattenuto. Tira fuori il libro illustrato, si siede e indica le immagini. Il padre dice meccanicamente: “Che gattino dolce. Che bel gallo.” Tiene d’occhio la porta, ascolta. E improvvisamente mette giù il bambino, si lancia sul telefono, compone in fretta un numero sul disco combinatore ed è nel pieno di una conversazione quando la madre arriva. Non la vede, né la sente, parla e ride esaltato, è un uomo pieno di amici e piaceri tutti suoi. Nemmeno dopo aver riattaccato la prende in considerazione, ma rimane seduto cercando in rubrica numeri diversi, diversi rapporti d’amicizia che lo distraggano. “Buona sera,” Dice lei con tono lieve, e si siede. “Ah, ci sei? Buona sera.” “Allora?” C’è impazienza nella sua voce, ma anche infantile speranza. E resta delusa. Lui fa spallucce: “Sì, cioè, no, niente di speciale.” Eccola seduta. Come se si fosse inutilmente aspettata qualcosa di straordinario. E davvero se l’era aspettato… Aspetta incessantemente che quell’uomo dica qualcosa che non dice, lo aspetta ogni istante della loro convivenza. Cosa, non le è chiaro, bastava il fatto che lui non lo dicesse neanche in quel momento. “No”, dice lui alzando le braccia e le mani vuote. Ha avuto una giornata come tutte le altre. Non è successo niente. Viene dalla stessa monotonia di ieri e di ieri l’altro, e non è un uomo di fantasia, per il quale la stessa grigia quotidianità diventa piena di cose vissute. Non è un sentimentale, con alti e bassi emotivi o slanci inaspettati. Istintivamente gioca la parte dell’uomo incomprensibile che non si fa afferrare, che telefona ad amici inventati e così via. E gli ripugna farlo. In fondo ha un carattere aperto e tranquillo. E questo non aiuta, anzi. Lei siede là, ribelle e intrattabile come prima. Il suo disappunto, totalmente ingiustificato, aleggia ancora come un sentimento di malessere, e lo rende ancora più laconico di quanto di fatto non sia. Che accidenti vuole questa? “E tu?” fa lui, con una smorfia ironica delle labbra. “Bene, grazie,” risponde lei, altrettanto ironica. Lui si lancia all’attacco contro il malessere, e così finisce diritto in trappola. Prende il ricamo, lo solleva goffamente: “Solo le donne possono trovare il tempo e la pazienza per questo genere di cose.” “Tempo! Oh Signore, ma se è lì da settimane. Quant’è vero, ho a malapena il tempo per -” Lei dà un punto al ricamo. Lui si guarda intorno infastidito, guarda il pianoforte. È chiuso, gli spartiti non si vedono più. Gli viene incontro quell’enorme, ingestibile mostro che tutto ingoia, che in una casa si chiama organizzazione e che richiede sacrifici oltre ogni immaginazione. Ne rimane per un attimo paralizzato. Ma si riprende e usa ancora il ricamo, come utile punto di partenza per un nuovo attacco: “Non mi sembra di averlo visto prima.” “Ci sono diverse cose che non vedi,” dice lei e si alza: “Prego, adesso andiamo a mangiare.” In quel momento lei ride forte e con scherno, troppo forte. “Pensa un po’ a…,” con tono di rimprovero lui le fa cenno con la testa in direzione del bambino, che ha alzato lo sguardo meravigliato. “Non penso ad altro. Se lo facessi…” “Se lo facessi… ?” Lui la guarda provocatoriamente. “Oh!” Lei esce dalla stanza tenendo il bambino per mano: “Vieni, noi due andiamo a lavarci un po’.” Il cibo è, sorprendentemente, sempre di buona qualità, cibo contadino di tutti i giorni. Sgombro arrostito, patate novelle, insalata, una mezza birra, dolce al latte. Dovrebbe avere un buon sapore. E a lui piace, almeno all’inizio. Crede sia il momento di una tregua. “Buono questo,” dice lui, per dare il tono. “Ah,” risponde lei freddamente: “bene.” Dopo di che tutti e due parlano con il bambino. Meccanicamente, pronunciano quelle cose che gli adulti dicono sempre ed eternamente ai bambini. “Che hai fatto oggi?” “Tieni bene la mano, caro.” “Sei stato con gli altri bambini?” “No accidenti, hai sporcato la tovaglia pulita di mamma! Non devi tenere il cucchiaio così. Lo devi tenere così.” “E i pulcini qui vicino? Come stanno?” “Non mangiare solo le patate. Mangia anche il pesce. Sì, così.” Il bambino risponde a destra e a sinistra, è senza ombra di dubbio la persona più importante a tavola, non ha idea del fatto che il terreno è incerto, che proprio qui la vita tiene aperte le sue trappole più pericolose. Un pulcino l’ha preso il gatto. E mamma gallina ne ha calpestato un altro, col cervello che ha, poverina. Si è rotto la zampa, così hanno dovuto ucciderlo, uccidere quel dolce, piccolo pulcino. Ma adesso è sepolto e ha una croce e una begonia sulla tomba. E il pesce non è buono quando uno è sazio. Il bambino si contorce e si rigira sulla sedia, non vuole finire il pesce. I genitori del bambino continuano a combattere attraverso di lui. “Va bene, può bastare, caro.” “Prego adesso finisci di mangiare, per bene.” “Forse la tua porzione era troppo grossa. Forse non ci sta nel tuo pancino.” “Niente storie, bambino mio. Per favore, mangia, altrimenti niente dolce al latte.” Il bambino spiega che ha fame di dolce al latte, non di pesce. Si appoggia all’indietro sulla sedia e batte sul il piatto con il cucchiaio. Non sta composto a tavola, e la madre vuole mandarlo via. Senza dolce. Ma il padre gli mette davanti il dolce, lo va a prendere di persona dal tavolo di servizio e lo cosparge di zucchero: “Adesso non ne parliamo più. Non esageriamo con le richieste, col caldo che fa d’estate. Un po’ ci si deve anche adattare.” Ecco, ora per una volta si è comportato come l’uomo di casa. Ha anche detto una cosuccia con un doppio senso. Bene così. Il bambino inizia a mangiare il dolce al latte. Ma li guarda, prima uno poi l’altra, inquieto, timoroso. Lo pervade la prima, vaga sensazione che la vita non sia solo sicurezza. I genitori non si scambiano più una parola. È arrivata la sera. Una sera d’estate con grandi, silenziose, masse di foglie scure contro un cielo così fragile e chiaro come il vetro, ma un po’ alla volta più scuro, tanto che qualche stella diventa visibile. Profumo di fieno, trifogli e rose. Un grillo instancabile da qualche parte nell’erba. Uno scenario più celestiale che mai. Nella stanza con il pianoforte le lampade del soffitto sono accese. Falene capitombolano contro le finestre chiuse. Attraverso quelle che sono aperte ne entra qualcuna barcollante, catturata dalla luce delle lampade, non esce più, resta a ronzare contro il vetro opaco. Le si possono vedere lì dietro, smarrite, piccole ombre stupide. Qui dentro sta seduto lui. Ha posato il giornale e sta guardando gli insetti. Cercare di aiutarli è inutile. C’è solo da farli andare avanti fino a quando la morte avrà pietà di loro. Ma capisce come si sentono. Lui stesso una volta entrò dentro a una luce, ed è così dannatamente diverso esserci dentro rispetto a come apparirebbe da fuori. Si crede di aver trovato un caldo abbraccio, un petto su cui riposare, dolcezza, pace. E ti ritrovi un avversario, imprevedibile, incomprensibile, instancabile. Musica? Nemmeno una nota. Il piano è lì muto, simbolo del torto subito, un’accusa contro di lui. Se lui non desiderasse così ardentemente la comunione con lei, la madre del bambino, vorrebbe andare lontano, molto lontano. Dal giardino sente i suoi passi. Là fuori cammina lei… Continua a camminare, la ghiaia scricchiola sotto i suoi piedi. A volte si ferma, e allora il silenzio è così gravido di cose taciute – nemmeno lui capisce quali – che si sposta inquieto sulla sedia. Anche lei guarda gli insetti, anche lei pensa a quel loro modo di volare nella luce. Lei stessa è volata in qualcosa che credeva sarebbe stata un’esperienza eternamente nuova, una beata follia senza fine. Eccola, consumata dall’anelito verso espressioni sempre nuove della medesima cosa – dall’anelito verso di lui, il padre del bambino. È lacerata dal desiderio per l’estraneo che lei crede seduto là dentro a leggere il giornale del tutto impassibile. E dal rancore contro di lui per il suo eterno equilibrio. Ma il bambino dorme in un piccolo lettino bianco a sbarre. Si è scoperto per il caldo ed è disteso lì con gli arti nudi, abbronzati e paffuti ed il viso come un fiore. Il bambino è nel profondo del sogno, ha dimenticato la fitta del nuovo e inspiegabile dolore che solo un momento fa lo ha attraversato. Non immagina di costituire il legame vivente di carne, sangue e nervi che lega insieme due esseri incompatibili, e che per questo lui debba pagare.  Col passare del tempo.

 Elisabetta Missoni – misson.el@hotmail.it

 e Sara Morandi – pumpkins87@hotmail.it Università degli Studi di Firenze

 

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