Le scrittrici sono donne molto sole.

 Spesso i giornalisti delle televisioni locali mi chiedono: che bisogna fare per la cultura, ad Avellino? Come se la cultura fosse un bambino nel seggiolone che chiede la pappa.

La domanda piuttosto è rovesciata: che facciamo noi per avere desiderio di sapere? Ci interessa davvero conoscere e imparare a vedere, ci interessa sapere e far circolare le nostre voci, per ritrovare un comune denominatore? E ci interessano le voci degli altri, i loro sentimenti, le loro emozioni? Ci interessa la forma che prendono, le istanze che pongono, ci interessano i colori e come sono composti, e la materia che viene trasformata, ci interessa il pane e la sua lenta lievitazione?

Perchè cosa è la cultura, se non circolazione di emozioni, che prendono le più diverse strade, parole, suoni, oggetti, canto, istanti in bianco e nero, visioni?

E noi, ne abbiamo davvero bisogno , in città? Credo di si, disperatamente, ma non sappiamo affermarlo con forza. Non ne siamo capaci. Parlo di noi, generazione di mezzo, quella che si è fermata qui, come diceva la canzone dei DikDik, “Io mi fermo qui, qui, dove vivi tu”, che non riusce a dar forma al nostro scontento.

A me piacerebbe incontrare scrittori e musicisti. Lavorare con loro sul silenzio e la parola. Poter fare laboratori sul suono, che tanto serve anche a chi scrive. Le assonanze non sono cose inventate. Mi piacerebbe che il Conservatorio si aprisse a queste esperienze.  Ma queste idee dovrebbero poter avere un confronto, circolare anche tra altri, lavorare insieme. Dovrebbero avere un attuatore, un soggetto pubblico o privato che investe in questo.

Invece ognuno è rintanato nel proprio individuale silenzio, molti lamenti, molte manifestazioni di insofferenza. A volte si  parte in tanti, si resta soli, o si va avanti, alla meglio.

A volte, quando sono sola a casa, mi chiedo che diritto ho di passare il tempo così. Pomeriggi senza una telefonata, senza poter comunicare un bisogno, un progetto, un sogno. A chi dirlo? Con chi raccordarsi? Possibile che non c’è bisogno di incontrasi e di fare? Di pensare e realizzare?

Non so assolutamente perchè ma non so dove andare, in questa città, e resto a leggere, o a scrivere, o a far niente, pensando che è vero, come mi disse una volta una mia amica “Le scrittrici , in fondo, sono donne molto sole”.

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16 thoughts on “Le scrittrici sono donne molto sole.

  1. Anifares 26/07/2011 / 12:57

    le scrittrici sono donne molto sole e molto forti aggiungerei perchè in fondo “resistono” alla noia e anche all’invidia delle persone.

  2. emilia 26/07/2011 / 14:53

    Resistere alla noia è un dovere morale, ma come sai qui è un imperativo! Un bacio, anifares

  3. Annalisa Bruni, Venezia 26/07/2011 / 16:26

    Mah, Emilia, direi che, non solo le scrittrici, ma le donne intelligenti, in genere, sono “donne (molto) sole”. Però questo alle volte le rende, appunto, forti.

    • emilia 26/07/2011 / 16:39

      Si, ma alle donne intelligenti chiedono anche altre cose, a me continuano a domandare ricette per “far crescere la cultura ad Avellino” perchè sono una scrittrice e secondo loro ho il mondo in tasca. Ma forti lo siamo, Annalisa, e lo sappiamo.

  4. Roberta 26/07/2011 / 16:32

    Io non vivo nemmeno in un paese, sto in mezzo ai boschi. E certe volte non ho nemmeno la forza di uscire dal mio guscio. E dove potrei andare. La vita degli altri scorre su binari diversi e come ben si sa le parallele non si incontrano mai. Mi sento sola, ma non forte.

    • emilia 26/07/2011 / 16:37

      Chissà, Roberta, forse sei più forte di quello chepensi!

    • emilia 26/07/2011 / 19:29

      è di un pittore del gruppo di Worpswede, la colonia dei post impressionisti tedeschi presso cui Rilke soggiornò. Ti cerco il nome, non vorrei sbagliare.

  5. consolata lanza 29/07/2011 / 19:15

    Ho pensato a lungo prima di risponderti, perché non sapevo bene che cosa pensavo. Non è che adesso abbia le idee più chiare, ma su due cose mi sento abbastanza certa per quel che mi riguarda. Uno, forse sono una scrittrice, non ne sono certa, ma non penso di dover fare qualcosa per la cultura oltre a dare forma alle mie parole. Non sono capace di altro, né ho voglia di fare altro. Due, e forse ne abbiamo già parlato perché una cosa che mi sta a cuore, io non credo che la cultura sia circolazione di emozioni. Le emozioni mi interessano poco e mi fanno paura (so che questa è un’affermazione fuori moda, ma è così), e certe volte mi fanno anche un po’ senso. Credo molto di più nelle idee. E nelle storie, che dalle emozioni ci dovrebbero salvare rappresentandole e permettendoci di prenderne le distanze.
    Quanto all’essere sola… sì, per me mettermi a scrivere ha voluto dire scegliere drasticamente la solitudine che peraltro non mi basta mai, è continuamente minacciata da interferenze necessarie e piacevoli ma letali per la scrittura. Ma questo so benissimo che non c’entra niente con la tua domanda che parla di un altro tipo di solitudine. E quella, quella culturale intendo, non mi pesa. Ma qui si apre un discorso enorme che per ora abbandono.

    • emilia 29/07/2011 / 19:59

      Ciao Consolata. Sono daccordo che dar forma alle parole è già fare cultura. E quindi uno scrittore o una scrittrice deve scrivere, senza troppi se e ma. Una volta era così, ora si chiede a chi scrive anche di essere animatore culturale, un fornitore di pappa al bambino nel seggiolone, o anche di essere testimonial e che giramo per l’Italia come trottole.
      Ma sono ferma nell’idea che la cultura sia far circolare emozioni, ma non quelle decadenti e un po’ sentimentali, ma emozioni che ti mettono anche un po’ in crisi o che ti scuotono o che ti fanno pensare.
      Forse diaciamo la stessa cosa, in maniera diversa. Essere sola, infine, è un’aspirazione a cui tendo, da anni. Trovare spazi sempre piùampi di solitudine per scrivere è una soluzione necessaria, viatle, una specie di yoga.
      E anche io sono interrotta da mille interferenze, che diventano piacevoli e letali, sono daccordo.
      E’ l’isolamento che non sopporto. Questo senso di confino, di esilio, che mi pesa.
      Ma forse è anche la mia salvezza,chissà-
      Bacio grande.

  6. Iridediluce 29/07/2011 / 22:00

    Vivo una solitudine interiore… questo si; riconosco che sia un’arma a doppio taglio… in effetti la scrittura credo sia un vero e proprio parto cesareo.

    Un saluto

    Fiorella Iridediluce

    • emilia 30/07/2011 / 16:59

      Grazie Fiorella del tuo commento. Parto cesareo no,ma parto si.Avremo modo di scriverne.Un saluto a te.

  7. Federica Nightingale 16/10/2011 / 18:33

    Vivere la solitudine è un po’ come dire: “solo quando avrò perso tutto sarò libero di fare ciò che veramente voglio”. Sono una scrittrice e sono molto, molto sola, ma questo fa di me ciò che sono, ha fatto di me ciò che sono diventata. Anche qui dove vivo io, in un piccolo villaggio sulle colline piemontesi, non esistono coesioni culturali e forse non esiste neppure la cultura, azzardo nel dire. Mi sento però parte della cultura e paradossalmente una piccola tessera del mosaico ma questo perchè sono diventata forte e consapevole nella fragilità del silenzio. E anche coraggiosa, più di quanto mai avrei immaginato. Scrivere è forza, bellezza, coraggio. Mi lamento ogni tanto, lo ammetto, ma poi ritorno a godere del mio stato di grazia che è benedizione e dannazione insieme, perchè so che è così che devo, ho scelto di vivere. Il senso di esilio e di confino lo provo spesso ma anche io credo ormai che sia la mia salvezza, Emilia. Un saluto

    Federica Galetto

  8. emilia 20/10/2011 / 17:30

    Cara Federica condivido appieno le tue ultime parole, il sensio di esilio e di confino come salvezza. Se non ci fosse tanto silenzio, come potremmo udire la voce dei nostri personaggi, come potremmo conoscere le loro vite, i loro pensieri?
    E’ un dato che si puòcomprendere,forse noncondividere. Anche io vivo tra colline, irpine, lemie, tra paesaggi inquieti.
    Grazie delle tue parole, Federica. Davvero Un saluto Emilia

  9. emilia 23/07/2014 / 12:10

    dopo tre anni penso che senza solitudine non c’è assolutamente scrittura.

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