Nel paese dove fiorisce il cedro.

 

 

 

La Postadi Castellabate: un piccolo edificio bianco, gente fuori nascosta tra gli alberi, l’unica panchina affollata. E’ mezzogiorno e dieci: sole, vento, luce d’agosto.Ci mettiamo in fila, chiedendo chi è l’ultimo. Mi risponde una giovane signora, ha in mano una raccomandata. Gli occhiali scuri, grandi, le danno un’aria da diva domestica.Contiamo otto persone, più o meno. Si chiacchiera. Governo, pensioni, crisi economica. Ognuno ha una ricetta, ognuno ha nessuna ricetta. Tre persone con il libretto postale in mano, una signora nella fila dice che deve prendere la pensione, un altro, dal cappello di paglia e un sigaro acceso, pallido svaporato, va avanti e dietro per la strada, nella sua camicia americana a fiori e donne in bikini.

C’è poca gente giuù, in paese, per essere Ferragosto, dice un signore che ha un libretto postale in mano, un borsello a tracolla e un pantalone corto, da mare. Sì, pensavo davvero di più, gli fa eco un giovane toscano, sottile e alto, come una betulla, gli occhi azzurri e le gote rosse. E’ la crisi, si intromette un altro, più piccolo, con dei bermuda turchesi a fiori marroni, in Inghilterra stanno facendo sul serio, calca sul serio, come se  le rivolte fossero cose per ridere, fatte per fare, ma qui in Italia non succederà mai, nessuno ha il coraggio di iniziare. L’unico che lo ebbe fu Mussolini, le grandi riforme, che vi pensate, le ha fatte lui. E in poco tempo.E Berlusconi, che sta da tanti anni, quindici più o meno, non è stato capace di fare niente, se non i fatti suoi, dice un uomo panciuto, dai capelli appiccicati di sudore. Ascolto. Non intervengo.

E’ passato il primo quarto d’ora. Chiedo perché si va così lenti. C’è un solo impiegato, è la risposta dei tre. Normalmente sono in due, ma ora uno è in ferie. E così è anche giù a Santa Maria, una fila che arriva in piazza. E a Case del Conte? Chiede la signora con gli occhiali da diva. Peggio che andar di notte. Non sostituiscono il personale che va in ferie, dice l’uomo dal borsello che sembra sapere tutto e non smette di sorridere. Una voltala Postalo faceva, adesso chi resta al lavoro, deve vedersela tutto da solo. E qui, ad agosto, non si scherza, con i turisti che arrivano!E queste macchine che si inceppano non aiutano. Meglio quando si faceva tutto a mano, dice l’uomo dai capelli appiccicati.

La fila dietro di me è diventata consistente. Aspettare significa stare fermi, appoggiati alla cancellata di ferro del giardino, e contare le macchine che passano, su per la salita. Un gioco di bambino solitario.

I tre continuano a chiacchierare. Hanno paura di cosa sarà l’Italia dopo l’estate. Quando la crisi sarà ancora più forte, come tutte le volte al rientro. L’Italia è al collasso, dice il toscano, non ci avrei mai creduto. Finalmente hanno detto la verità, dice l’uomo dal borsello.

La fila scorre. Lentissima. Entra il ragazzo con il bermuda. Il libretto postale in mano. Deve versare dei soldi. Si blocca il computer. Le chiacchiere si fermano. Nessuno sorride. Allora? chiede una donna anziana che si regge male a pena all’impiedi. La fanno sedere, lascia il bastone, dice che ha il femore rotto, che deve prendere la pensione.

Non so cosa fare. Il sole scalda anche la panchina, i due uomini seduti si alzano. Sento che dicono :Cauro. Nome da paura. Significa caldo. In dialetto. E’ per il cauro che stiamo qui, per ritrovare un senso di estate antica, di bagni, sole, spiagge di sabbia fine, pelle abbronzata, colori  acquamarina, aria di fichi, menta, origano e limoni. Le estati della nostra infanzia, spensierate, monotone, ma sicure di un autunno dove c’era certezza di ritorno, ripresa, solidità. Speranze di un sol dell’avvenire.

  Stare all’impiedi comincia a stancare. Mi accoccolo  per terra, sul bordo di un muretto, scomodo, Mi alzo. Passeggio in un metro quadrato di ombra. E’ l’una passata. Finalmente il ragazzo coi bermuda ha finito. Esce provato dalla fila, dal caldo, e dall’unico sportello che si inceppa per fargli un deposito sul libretto.

Se ci fosse lui, che tempi caro lei, penso e sorrido.

Come si fa a credere al passato così ciecamente!

Di fronte leggo lavatoio comunale su una costruzione incastrata nella roccia, chiusa da un cancello di ferro e catena con tanto di lucchetto. Penso alle donne che si sono sfiancate per lavare e sbattere il bucato, al freddo e all’umido che hanno dovuto incorporare, alle braccia stanche di strizzare e alla biancheria lavata dentro le ceste che portavano in testa. E’ di questo che si ha nostalgia? All’una e mezza entriamo nell’ufficio postale. L’impiegato chiude la porta. Tocca alla signora con gli occhiali. Due minuti per la raccomandata. Poi ci siamo noi. Due minuti, forse tre.

L’uomo dal cappello di paglia e il sigaro, pallido, riccioli da artista ci apre il cancello della posta.   L’una e quaranta. Un’ora e mezza di attesa per una cosa di due minuti. E tutto perché non si deve assumere personale nelle Poste. Neanche nelle sedi turistiche. Siamo stanchi, sudati e affamati.

Senza neanche consultarci, io e Tonino decidiamo di non tornare al mare.

Andiamo a mangiare al Capriccio, a Perdifumo. Melenzane alla cilentana, cianfotta, calamari arrostiti. Vista sulle colline e sugli ulivi. In un silenzio che ci concilia, almeno per quelle ore, con quanto sta per accadere, ed è già accaduto, qui, nel paese dove fiorisce il cedro. 

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7 thoughts on “Nel paese dove fiorisce il cedro.

    • emilia 11/08/2011 / 20:58

      Grazie, davvero, Francesco. Cercherò di impaginarlo, anche se a volte mi interessa più la sostanza, che la forma.

  1. lordbad 12/08/2011 / 13:27

    L’ho trovato anch’io un bel racconto, e aggiungo i complimenti per il blog!
    Un saluto dai marinai di Vongole & Merluzzi!

    • emilia 12/08/2011 / 17:40

      grazie carissimi, ma come faccio a mettervi tra i miei blog preferiti? sono troppo imbranata!!!

  2. erminio passiflora 13/08/2011 / 09:29

    non perderti nella rincorsa all’efficienza burocratica.
    meglio i tempi lunghi, le attese, le braccia pesanti che l’instabilità della tecnocrazia.

    scusami ma questo racconto mi sa tanto di DC.

    • emilia 13/08/2011 / 18:19

      ciao erminio!
      Grazie, ma il tuo commento non lo capisco.

  3. francesco di domenico didò 15/08/2011 / 22:42

    Neanche io comprendo il richiamo politico di questo amico.
    “Che c’azzecca”, direbbe Di Pietro?
    E’ letteratura o denuncia sociale?
    Devi essere tu Emilia a spiegarlo anche a noi, a me sembra che tu in modo superficiale abbia risposto.
    Quando “il personale era politico”, quando tutto veniva messo in discussione in modo ridicolo – e credo di appartenere ad un pulpito che può predicare, 35 anni di PCI – questi metodi di racconto non entravano mai in esegesi politiche.
    Successivamente Gaber ridicolizzò con un brano delizioso il ridurre a schemi (Destra/sinistra) la società.
    Parliamo di parole e di storie, amico mio, è meglio.

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