Precauzione inutile di Marcel Proust

Da quando Albertine non era più arrabbiata con me, il suo possesso non mi appariva più come un bene in cambio del quale si è pronti ad offrire tutti gli altri. Forse perché lo avremmo fatto solo per liberarci da un dolore, di un’ansietà che adesso si sono placati. Siamo riusciti ad attraversare il cerchio di tela che, per un certo tempo, abbiamo creduto di non poter superare. Abbiamo diradato la tempesta, ritrovato la serenità del sorriso. Il mistero angosciante di un odio senza una causa nota e forse senza fine è dissolto. Perciò siamo di fronte al problema, momentaneamente accantonato, di una felicità che sappiamo impossibile.

Quando, cosí, la partenza di Albertine non avrebbe piú presentato nessun inconveniente, bisognava scegliere una bella giornata come quella – ce ne sarebbero state molte, d’ora innanzi, – una giornata in cui lei mi fosse indifferente e io tentato da mille desideri; lasciarla uscire senza rivederla, poi, alzarmi, e prepararmi in fretta, e lasciarle un biglietto: e, profittando del fatto che, non potendo lei in quel periodo recarsi in nessun luogo che mi turbasse, avrei potuto, mettendomi in viaggio, non raffigurarmi nessuna delle brutte cose che ella avrebbe potute compiere – e che in quel momento mi sembravano, del resto, assolutamente indifferenti, – partire, senz’averla riveduta, per Venezia. Suonai il campanello, per dire a Françoise di comperarmi una guida e un orario ferroviario, proprio come avevo fatto da ragazzo, quando avevo voluto predisporre un viaggio a Venezia: attuazione di un desiderio non meno violento di quello che provavo in quel momento. Dimenticavo che, poi, avevo sodisfatto, ma senz’averne nessun piacere, un altro desiderio: quello di Balbec; e che Venezia, essendo anch’essa un fenomeno visibile, non avrebbe forse potuto realizzare meglio di Balbec un sogno ineffabile: quello dell’epoca gotica attualizzata da un mare primaverile; sogno che veniva, di tanto in tanto, a blandire il mio spirito con un’immagine magica, carezzevole, ineffabile, misteriosa e confusa.

Alla mia scampanellata, Françoise entrò, piuttosto preoccupata di come avrei preso le sue parole e la sua condotta.

«Ero molto seccata» mi disse «che il signore oggi tardasse tanto a sonare. Non sapevo che cosa fare. Stamane alle otto la signorina Albertine mi ha chiesto i suoi bauli; non osavo dirle di no, avevo paura che il signore mi sgridasse, se lo avessi svegliato. Ho cercato invano di catechismarla, di convincerla ad aspettare un’ora, sperando sempre che il signore sonasse; lei non ha voluto: mi ha lasciato questa lettera per il signore, e alle nove è partita.»

Allora – a tal punto possiamo ignorare quel che abbiamo dentro di noi, dacché io ero convinto che Albertine mi fosse divenuta indifferente, – il respiro mi venne meno, mi tenni il cuore con le mani, d’improvviso madide di un sudore che non avevo piú conosciuto dopo la rivelazione sull’amica della signorina Vinteuil fattami da Albertine nel trenino, senza che potessi dir altro fuor che: «Ah! sta bene. Naturalmente, avete fatto benissimo a non svegliarmi, lasciatemi solo un minuto, vi richiamerò tra poco».

“La signorina Albertine è partita!”

– Precauzione Inutile – di Marcel Proust  La Biblioteca di Repubblica 2011

 

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