Makardìa la musica della terra nel cuore

makardia 

Ho sentito i Makardìa a Terrafuoco, la bella manifestazione che si tiene al centro storico di Avellino alla fine di gennaio. Fuori al cortile della Camera di Commercio, gli organizzatori avevano acceso un fuocarone. Ma sono restata incollata nel cortile, eppure il freddo era tanto, ad ascoltare Enzo Perna, chitarra elettrica, Virginio Tenore, voce e tammorre, Filomena D’Andrea, voce, fisarmonica, chitarra classica, autrice della musica e dei testi. E quando il concerto è finito, sono corsa, incuriosita, a comprare il CD. Makardìa, è un termine dialettale di Aquilonia.  Gli anziani lo usano per auspicare l’aiuto di Dio («magari a Dio!») oppure per dire «non importa, non fa niente…»; alcuni, invece, pensano che derivi dal greco “ma-kardìa”, “il mio cuore”. In ogni caso il nome dice già tanto.

Le loro canzoni sono un impasto di dialetto irpino-lionese (come la poddola, una falena notturna), italiano, spagnolo, russo, (è un’emozione ascoltare Ocieciornie-Occhi neri), perché, sembra cantare Filomena,  non si può restare aggrappati alla nostra sola lingua, in questa storia di arrivi e partenze che è diventata la terra. Filomena, piccola Joan Beaz irpina, ha una voce che mi ricorda il viola dei cardi in fiore. Dei cardi Filomena ha la ruvidezza e la sorpresa, la tenerezza e la tenacia.  Le canzoni, dal ritmo di ballate, a volte, di tammorra altre, intramezzate da parlati e da abilissimi giri di chitarra, hanno la magia delle filastrocche raccontate intorno al focolare. Intrecciano una forte valenza popolare con un condensato di futuro, che è quello di riconoscere la felicità nei piccoli gesti semplici, di fare comunità, essere uniti. Il segreto è ricomporre il cerchio della vita, ritrovando il ciclo naturale delle cose, “amare e lacrimare a viaggiare e poi sognare transitare e poi morire a rinascere e appassire.”

 “Dentro per dentro” è un altro modo di dire del dialetto altirpino: quando chiedi delle informazioni stradali ai vecchi, ti illustrano prima la strada ufficiale, e poi ti dicono: «oppure te n’ha jì dind p dind», cioè per le scorciatoie poco conosciute. Per entrare in contatto con il loro pubblico, i Makardìa non seguono la strada della altavelocità, la linea dritta dell’ofantina bis, per intenderci. Preferiscono sentieri un tempo conosciuti da chi viveva i luoghi, dove è più facile imbattersi nell’altro, poco importa se altro da noi o altro noi stesso,  viandante, profugo, solitario, per potersi ritrovare, camminare, individuando la meta, poco alla volta. Questo racconta la voce di Filomena, accompagnandosi col suo organetto. “Non lo senti il suo silenzio? Noi brilliamo solo in esso e cantiamo nell’immenso”. E poi c’è Armando, la ballata che mi piace di più, con il suo tema del capolarato, del lavoro non giustamente retribuito, dell’amianto, che è stato usata dal regista Luca Minieri a conclusione del suo video “ Il sogno di Armando”.

“Armando non te ne andare, fatti valere e non mollare”, che suona come una lezione morale a chi vive qui, e sogna, di andare via, perché fuori c’è sempre tutto. Si può fare musica, si può essere produttivi e felici del proprio lavoro, nonostante l’Irpinia.  Solo chi resta può cambiare le cose e cambiarsi. I Makardìa raccontano storie, loro, nostre di altri. “Come l’Irpinia, in cui l’esodo è un ciclo continuo, in cui le speranze si tengono a denti stretti e chi è sognatore e sperimentatore vince”.

 “Quelli nati con il vento, vanno sempre lontano” si racconta nel video, a proposito di Armando.  Lontano, da dove? allora mi chiedo, parafrasando Claudio Magris.

 

 

 

 

 

   
 

 

 

 

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