La nostra magnifica presenza

cairano di stefano spina

Nel film “Magnifica presenza” di Ferzan Ozpetek, l’affittuario di un appartamento romano scopre di vivere insieme con i fantasmi di una compagnia teatrale, là rifugiatasi in una notte del ’43 per sfuggire a una retata antisemita. La vicenda, che potrebbe sembrare solo originale, diventa a mio parere indimenticabile, quando gli attori, rassicurati dal fatto che non ci sono più le milizie a minacciarli, decidono finalmente di lasciare la vecchia casa e di fare un giro per Roma in tram.  Riproveranno nostalgia per i luoghi ma anche una curiosità tutta umana per quello che ancora potrà accadere.

 Confrontarsi con quello che è stato, non è sempre una idea felice. Si rischia di rimanere delusi, nel tentativo di stringere un’ombra che rassicuri. “Da sveglio sarai vero. E di tutti” sente ripertersi  Pietro, il protagonista del film. Abbiamo bisogno del passato, per sentirci nel presente, di un muro da cui staccare la nostra corsa, per percepire il tempo del declino, di una presenza, per credere di possedere qualcosa.

E qui, ad Avellino, il paradosso è che, per quanto sveglie, le nostre “presenze” non appartengono a nessuno. Lo spirito dell’Eliseo, che ultimamente si è palesato per le strada,  è uno dei tanti  che vive prigioniero nella nostra città. A lui possiamo aggiungere lo spirito del castello, di piazza Duomo, del Victor Hugo, di villa Solimene, di villa San Giuliano, del Mercatone, della Dogana, della Casina del principe, lo spirito dei parchi S. Spirito e Palatucci, lo spirito dei poggi e delle colline malamente aggredite dal cemento, lo spirito della Ferrovia; sono tanti i fantasmi che si sono rifugiati nei luoghi desueti a difendere l’ultima fortezza della loro vita. Combattono una guerra di trincea, pietrificati intorno ad un tavolino di divinazione. Provano a toccare il pollice di uno con il mignolo dell’altro in una seduta che dura da troppo tempo, senza trovare nuove ragioni per allontanarsi dai loro nascondigli,  senza osare uscire a fare un giro in autobus.

Di cosa hanno paura, dunque, i nostri fantasmi? Di ritrovarsi in una città implicata nei malaffari, in una città perduta da un piano regolatore che permette di costruire anche nei rimasugli di suolo, ma poi perché, si chiedono i nostri, se le case sono vuote e i locali commerciali non si riescono a fittare? Hanno paura di nuove varianti al piano, che potrebbero riempire di cemento le poche aree libere rimaste, quelle intorno a villa San Giuliano, per dirne una, tra la Coop e la Questura, mentre la affascinante casa di campagna continua a cadere senza che nessuno degli enti preposti intervenga.

Così i nostri spiriti  continuano a rintanarsi, sempre di più.

 Ma credo che, ormai, sia giunto il momento di liberarli. E possiamo aiutarli solo noi, cittadini di Avellino.

Come nel film di Ozpetek, i nostri fantasmi sono ostaggio di loro stessi e della dimenticanza altrui.  Vogliono essere rassicurati. Vogliono che ci si prenda cura di loro, come fossero bambini spaventati. Vogliono aria che circoli nelle stanze, voci che discutono, sale piene di gente, progetti di recupero, progetti di allegria,  nuove sale cinematografiche, nuovi luoghi per la musica, sperimentazioni, laboratori, officine del pensiero, caffè filosofici,  battimani, biblioteche aperte fino a sera, cemento zero,  e un’energia buona che animi dalle fondamenta la loro struttura. In una parola: ordinarietà consapevole.

Vogliono anche abbracci e una parola forte  che li possa tenere per mano in un girotondo.

La parola, secondo me,  è visione,  con tutti i sostantivi e gli aggettivi a cui rimanda.  E’ questo che serve, ora. Una nuova visione delle cose,  dell’uso del nostro patrimonio, fatto di paesaggi e di terra, di edifici storico negati alla città, di menti giovani ed entusiaste, di utopie che diventano concrete, di occasioni di lavoro che lascino i nostri giovani qui.  Avellino   ha davvero bisogno di un vivere meticcio e laborioso, di tecnica e gioia, di anima ed esattezza, per una diffusa richiesta di felicità che si avverte da più parti.

Mi auguro davvero che gli spiriti dei nostri luoghi e dei nostri monumenti possano finalmente correre e danzare, uscire all’aria, coltivare frutta, fare un bagno nel fiume. E guardare dall’alto delle colline una città operosa che procede nella sua complessa semplicità  provinciale. Un luogo liberato dalle ragnatele e dalle pietre muschiose, in cui le cose accadono seguendo la necessità dei molti, restando vigili, però, sulla spiazzante legge del caso.

il mattino 10 marzo 2013

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