Il mio racconto per Cairano 7x e le relazioni felicitanti

giovanni spiniello e zi' carminuccio

 

 

 

 

Il sogno di Giovanni

Giovanni era un uomo dalle grandi mani e dai piedi grandi. Con quelle grandi mani dipingeva. Con i grandi piedi sognava di girare il mondo. Una notte fece un sogno che durò fino al mattino.   Per timore di dimenticarlo, ancora con gli occhi cisposi, andò in cucina a raccontarlo alla moglie Teresa.

“Ho sognato una rupe altissima, verde come il grano in erba, in cima a una strada rossa di papaveri, che sbucava come un cardo tra una coltre fitta di nuvole.”

“E che succedeva? “ chiese con la sua voce canterina Teresa mentre zuccherava il caffè e gli porgeva la tazzina bianca.

“ Niente. Sono senza parole per quella bellezza. E’ come se la rupe mi chiamasse. Così solitaria. Così pulita.  Intorno a me fasci di erba arrotolata e impronte di scarpe. Un cavallo dal pelo scuro pascola poco lontano. Io faccio per andarmene, ho paura degli animali. -E’ tranquillo- mi dice una bambina che suona l’organetto, seduta su una pietra bianca. Da dove vien fuori questa bambina, mi chiedo. Ha il viso triste, suona inclinata su un lato, gli occhi socchiusi.   La musica si fa più svelta, come un colore passato rapido sulla tela. Cade dal cielo una polvere fina che rende tutto splendente. La bambina sorride. E’ diventata una donna bellissima, con trecce d’oro e occhi di perla. E danza con me, leggera come un angelo. Teresa, che felicità! Credi che esista davvero un posto così?”

Teresa alzò le spalle e sorrise. I capelli ricci le scivolarono davanti agli occhi. Lei li scostò col dorso della mano e rispose che sì, c’era sicuro un posto così.

“ Quella rupe mi ricorda il paese di mia nonna. Cairano. L’ho visto solo da piccola, una volta d’estate. Così in alto, che sembra entrare nel cielo. Tutto in salita, con le case e le strade di pietra.  E’ molto lontano da qui. Novecento chilometri, forse di più”

“ Voglio andarci. E dipingerlo.”

“ Aspettiamo la bella stagione. Intanto, continua a sognarlo. E’ l’unico modo che hai per vederlo.“

Giovanni bevve il caffè e, ancora in pigiama, corse nello studio. Prese carta e colori e disegnò il suo sogno, per non lasciarlo svanire.

 

Cavallo nero, fiori rossi, fasci d’erba

Giovanni ha mano grande e gamba superba

Le mani per dipingere,  i piedi per camminare.

 

La moglie Teresa morì all’improvviso.  Giovanni non sognò più. Anzi non riuscì a dormire pensando a quanto gli mancasse.   Ma una notte di giugno, il giorno del solstizio, sognò il sogno di Cairano. Solo la bambina e l’organetto mancavano, per il resto c’era proprio tutto, polvere fina compresa. Si svegliò e gli sembrò che in casa ci fosse Teresa.  Ma in cucina, di fronte ai fuochi spenti, si rese invece conto che non aveva più nessuno che ascoltasse i suoi sogni e che gli facesse il caffè.Giovanni aveva una faccia piccola, con guance rosse da bambino e occhi rotondi, come due ingenue caramelline al cioccolato. Si guardò nello specchio, quella mattina di giugno.  E decise che era ora di andare.Caricò i colori, i cartoni, i pennelli in una sacca, disse al portiere che andava fuori per una settimana. I suoi piedi grandi dissero alle mani di tacere. Avevano un bel pezzo di strada da fare.

 

Il grano verde e la polvere fina.

Giovanni sa quel che cerca mentre cammina.

Sogni e ascolto. E la musica bambina.

 

Novecento chilometri. Tutta una tirata. Era notte quando arrivò sotto la rupe. Era buio. Le stelle, per quanto lucenti, non riuscirono a rischiarare il paese. Giovanni sentì profumo di menta selvatica e di salvia intorno a lui. Si addormentò in macchina, per guanciale la cassetta di colori. E quando si svegliò al mattino, vide l’alba più rosea della sua vita, che spuntava dietro la rupe. Il paese era là, in cima, proprio come l’aveva visto in sogno, e nei campi le balle di fieno seccavano all’aria. S’incamminò, i piedi fecero tutto da soli, su per la strada dei papaveri, lui, la sacca e un cappello di paglia che calzò subito, per ripararsi dal sole. Che colori, pensò Giovanni, e che silenzio. E che panorama, giallo a chiazze e poi seppia e terra, e d’improvviso verde foglia, e grigio scuro, sotto l’ombra delle querce. Non si accorse della fatica di salire, tanto era frastornato dal paesaggio. Dopo aver camminato per un’ora lesse sulla scritta di ferro, nero su bianco, Cairano. Allora si fermò e si levò il cappello di paglia. Teresa, ti prego, fammi vivere il mio sogno.

 

Un sogno, solo uno, da vivere vicina

mani per dipingere la polvere fina,

mani per tenere la musica bambina

 

Sentì la musica salire dai campi. Era quella di un organetto suonato da un vecchio dalla faccia cotta di sole e i baffetti bianchi. Era la musica del sogno. Le dita del vecchio erano storte e agili sulla tastiera. Si guardarono. Avevano stessi occhi rotondi e scuri, buoni come confetti di cioccolato. “Mi chiamo Carmine, ma qua mi sanno pe’ ‘zi Carminuccio” disse il vecchio.

“ Mi chiamo Giovanni”

“ E che fai qua?”

“ Sono venuto a vedere”

“ Io sono nato a Cairano e qua voglio morire” disse il vecchio che non smetteva di suonare e gli fece con la testa cenno di seguirlo. Il mattino era luminoso. Carmine e Giovanni salirono insieme fino alla chiesa di San Leo, il primo suonando il suo organetto come se respirasse, l’altro ascoltando come se ricordasse. Dietro di loro si era fatta una piccola folla di bambini e di gente. Davanti al sagrato Carmine cessò di suonare e disse “Ora tocca a te” e sedette col suo organetto sulle ginocchia, sotto un albero. Carmine aprì la sacca dei colori, dispose i cartoncini bianchi sulla pietra e iniziò a disegnare, con le dita, intingendole nel colore nero. Un cavallo dalle zampe aperte, come in volo, una bambina dalle trecce bionde con una corona sulla testa, che sembrava una regina triste e una rupe sullo sfondo. Si sentiva osservato dalla gente, da Carmine, dai bambini, ma disegnava attento, pensando  al suo sogno. Quando finì e guardò il suo quadro, Giovanni sentì che mancava qualcosa: la musica che lo aveva accompagnato. Allora disegnò un organetto lungo quanto il dorso del cavallo. La bambina reggeva la tastiera da un lato, una mano sconosciuta larga come una foglia di palma dall’altro.

“ Mo’ sì, che va buono!” commentò Carmine. Si alzò e lo abbracciò. Giovanni, che non era più abituato agli abbracci, si sentì avvolto dal calore di quel corpo forte e piccolo, come una botte dove matura il vino. E pianse un po’, stranito.

Carmine riprese a suonare. Una musica veloce veloce, che tutti iniziarono a battere le mani. In quel momento una polvere d’oro, fina fina, cadde sul quadro.  La bambina-regina girò la testa verso Giovanni e gli fece l’occhiolino.

 

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