Liberare il respiro

copertina monica

Come si fa a respirare, se l’aria diventa di vetro? Quali deformazioni comporta questa percezione sui nostri corpi, quali accomodamenti alla nostra sensibilità? Sarà ancora possibile innamorarsi, lasciarsi prendere dalle passioni, o diventeremo strabici, malati, bisognosi di cure che nessun medico, nessun esperto, nessun amante potrà somministrare?

A questo risponde Monica Pareschi con la sua originalissima raccolta di racconti “ E’ di vetro quest’aria” Italica Pequod edizioni, ( venerdì 26 alle ore 18.30 sarà presentato da Emilia Cirillo e Carla Perugini all’Angolo delle Storie, inaugurando la rassegna “Angolazioni”).

Monica Pareschi è una delle più importanti traduttrici italiane e ha tradotto, tra gli altri, James G. Ballard, Doris Lessing, Bernard Malamud, Alice McDermott. Lavora nel campo dell’editoria anche come editor freelance e cura una collana di classici femminili per Neri Pozza.  “ Il duro e umile lavoro quotidiano del tradurre è sicuramente una gran palestra per ogni scrittore.” afferma la Pareschi in una intervista uscita su Carmilla e di allenamento ne ha fatto davvero tanto, a leggere la sua prosa limpida e asciutta, efficacemente aggettivata, in cui ogni dettaglio vale più dell’insieme. Un racconto è una storia che si legge d’un fiato, “un passaggio tra la poesia e la prosa”, come sostiene Monica, grande appassionata della poesia del novecento, di Eliot, Plath, Dylan Thomas, Celan, Gottfried Benn, ma anche di Cristina Campo, Anne Sexton, Elizabeth Bishop, Mariangela Gualtieri.

Quasi un volo della mente, per dirla alla Virginia Woolf,  e le sette storie raccolte hanno il dono di farsi inseguire e catturare. Il filo che le collega è il corpo, un corpo minuziosamente descritto nelle sue azioni quotidiane, che cerca di sopravvivere alla sua impossibilità. Nell’aria di vetro non si narra di sentimenti brucianti, di passioni che possono attecchire, “ Cera che arde e consuma. Passione”,  di condizioni di possibile felicità.  In quest’aria si sopravvive attaccati ad una sorta di bombola d’ossigeno personale.

“ Nutrimi, curami, guardami, ti prego, ti prego” chiede la protagonista del racconto più sentimentale “Come in autunno sul boulevard”, ma i biscotti offerti dall’amante sono così sottili e friabili che la lasciano affamata. Una sorta di spaesamento connota i sette racconti, complici le atmosfere urbane, marmo e smog, città in bianco e nero, grandi magazzini dove i corpi si sfiorano senza parlarsi, luoghi artificiali dal sapore asettico e alberghiero che hanno per sfondo estranei paesaggi colorati, affollati autobus in cui non è possibile sostenersi l’un l’altro.

C’è in tutti i racconti un doloroso senso del tempo, un bisogno e una necessità di consolazione, che resta inappagata. Le donne calzano guanti che non levano mai, neanche per stringere la mano ad una casuale vicina di autobus che cerca un contatto ( “Solo un momento” il mio preferito), assistono le suocere per un malcelato senso del dovere ( Marisa in “Soglia d’amore”) , dichiarano crudeli alla loro unica figlia di non aver mai voluto la loro nascita “Io non ti volevo, non ti volevo, perdonami” in “Una guerra di bambini”  e se si concedono piaceri sessuali, i loro corpi assumono posture che ricordano quelle dei manichini, di fantocci addestrati ad un fare meccanico, quasi robotico. Due racconti in particolare , i più lunghi della raccolta, “Corpo a corpo” e “Progetto” sembrano, in sequenza, due capitoli di uno stesso romanzo, in cui  l’impossibilità di un corpo di accogliere un altro corpo diventa ancora più evidente, più dolorosamente percepita. Allora non c’è salvezza, non c’è scampo? Come liberare il petto, “den Brust freimachen”, frase pronunciata da una placida infermiera tedesca ad una stranita trentenne italiana, come rendere vitale il proprio respiro? Uno dei modi è non smettere mai di cercare, perché da qualche parte ci sarà un dono per noi. “ La passione le parve un dono. Un dono di Dio”, scrive la Pareschi nel primo spiazzante racconto, Il dono.

La passione per le parole, la passione per la scrittura fa respirare, riporta la nostra vita ad uno stato di osservazione e di percezione sopportabile. La scrittura è Beatitudine, per citare un racconto di K. Manfield, scrittrice malata di tisi,  che certamente la Pareschi ha letto e amato.

pubblicato sul Mattino di Avellino il 25 settembre 2014

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