Perché sono qui

21-Colline-dell'Alta-Irpini

Che significa mettersi al mondo? E chi ci mette al mondo? Nostra madre, esatto, ma la domanda è in quale mondo ci mette? Ed è questo il mondo che ci accompagna, con il quale facciamo a patti, che ci accoglie o ci scaccia? Credo che siamo noi a decidere, se vogliamo essere accolte o meno, se stiamo a nostro agio o meno.

Mondo. Il territorio reale che è scena delle nostre azioni. Mondo è un piccolo pezzo di terra su cui poggiamo i piedi. Sono i colori e le voci udite. Mondo, di affetti di ricordi di bene. Di paura di negazione di insuccesso. Ogni cosa e il suo contrario sta con mondo.

Allora io sono nata ad Atripalda. Nel 1955.- Il mondo è spazio e tempo. E’ un punto di coordinata nell’asse cartesiano.  Ma non basta. Ci vuole una terza coordinata, variabilissima, che attraversa il piano. E da’ corpo e senso al tutto. E’ il fare. La terza coordinata raccoglie , a partire dal dove e dal quando, il nostro agire. Traccia, smuove, segna un percorso. Fino a formare dei movimenti tridimensionali, figure geometriche che raccontano la nostra esistenza.

Chi niente fa, niente trova scritto. Come un elettrocardiogramma che traccia linee piatte, se il cuore è fermo. Ma io voglio che il tracciato della mia vita abbia senso. Almeno per me.

Allora, ritorna la domanda. Sto al mondo. Ho i piedi sulla terra, questa, Avellino, Irpinia, Campania, Sud Italia, Sud di Francia, di Germania, di Inghilterra, nord di Lampedusa, di Sicilia, Tunisia, Marocco, Grecia, e mi guardo intorno.

In questi anni il guardare e il camminare per questa terra, con i miei occhi, i miei piedi, la mia curiosità, sensibilità, ha prodotto scrittura. Ha prodotto relazioni, poche, ha prodotto una famiglia, la mia casa, il mio restare. Ma volevo restare? Volevo partire? Volevo altri mondi? Volevo proprio questo mondo?

E’ stata la manifestazione al Goleto, Libere di esistere, del 13 novembre, con la presenza delle amiche della Libreria delle donne di Milano, Laura Minguzzi e Marina Santini, e della discussione intorno al loro libro, L’autorità femminile, che mi ha dato modo di riflettere sul mio re-stare. Marina del Goleto, ego abbadessa, come ha detto Marina Santini, forse non aveva scelto di fare la suora benedettina. Ma ha fatto di necessità virtù. Si è guardata intorno e ha fatto di tutto perché la sua vita, al Goleto, fosse la storia di quel convento. Ha lavorato positivamente e con tenacia per dare consistenza e durata alla sua scelta. Si è data una motivazione. Ha agito, non solo per se stessa ma anche per quello che era il suo intorno.

Il terzo punto di coordinata ha prodotto, unito agli altri due, una ricca e forte traiettoria. Marina conosceva il suo territorio, lo governava, con autorità e, credo, con giustizia. Era un riferimento all’epoca. Lo è ancora per noi. E ora il Goleto è là, vivo e vero.

Marina è una traccia, un punto luminoso. Comincia da lei e per lei, la mia idea di voler fermarmi a lavorare sull’Irpinia. Terra che in fondo conosco poco e che, a differenza di Avellino, mi appare più vivace e accogliente, anche nella sua spoliazione.

La coordinata numero tre, riferita ad Avellino, ha una traiettoria minima. Poco movimento, poche prospettive. La città è paludosa, i piedi affondano nella sabbia, si fatica a camminare. Ho cercato nel passato. Riferimenti: le donne, la politica. Non mi sono mai sentita accolta. Non sono riuscita a costruire parola con altri/e, se non in sporadici casi, Lia Libraia, per esempio. E ora con Fiorella e Anna.

In città ogni cosa soccombe alla logica del perdere. Qui tutto muore, appena inizia. Tira un’aria piccola e fredda, quella che, a lungo andare, come i più perfidi spifferi, può provocare polmoniti e malattie respiratorie.

Non si respira, nella valle. Non riesco ad interrogarmi più sulle cause. Prendo il buono , poco , che viene. Il ritorno dei miei figli, un pranzo di domenica con gli amici, la luce dei certe mattine, il mio legame con Tonino, antico e forte, il silenzio della campagna, il mercato del sabato, le contadine con la loro verdura freschissima, il ricordo di Lucio.

Avellino è diventata nel mio 3d uno scarabocchio. Forse lo è sempre stato, con questa smania, molto italiana, molto modernista del Sud, di cambiare, di abbellirsi, di apparire, dimenticando che c’è una sostanza a cui guardare. Il proprio sapere. I propri maestri.  Francesco de Sanctis. dovrebbe essere letto e conosciuto nelle scuole, insieme a Guido Dorso, tanto per cominciare. E poi si dovrebbe tornare ai caffè, alle librerie, alle associazioni, ai luoghi del trovarsi, ai luoghi del vedersi, ai luoghi della parola.

Una ferrovia veloce e leggera che arrivi al centro della città, che ci colleghi con Salerno e Napoli e Bari, per  riportarci al nostro Sud interno, e poi al mare: sogni, speranze, chiacchiere di una vita. Si parte per andare sempre più lontano, verso un orizzonte sconosciuto. Il nostro piccolo orizzonte, fatto di montagne e di paesaggi e di silenzio, convince i giovani e non solo sempre di meno a restare.

La città non da motivo di fondamenta. Resisto a fatica. Resto a fatica. Forse perché non so dove andare. Forse perché amo questi luoghi e mi sembrerebbe impossibile tagliare di netto e andare da un’altra parte. Vivrei di nostalgia, che non è quella greca, il dolore del ricordo, piuttosto quella romantica tedesca, la Sensucht, il voler ritrovare la strada di casa. E allora, come Marina, credo che debba fare di necessità virtù. Debba agire, far andare e venire il mio punto luminoso in queste coordinate spaziali, per disegnare una rotta, che sia segno del mio passaggio. Scrivo, questo è un dato. E non saprei scrivere di altro. Sono qui perché scrivere mi fa conoscere questa provincia, questa sua internità, che sempre mi crea meraviglia.

L’Irpinia è tanto dei miei scritti. L’Irpinia interna, quella che si va spopolando, che si riempie di pulmann per ogni Sagra, che resta vuota, la sera, dopo che il grande sbarco dei turisti di un giorno, è finito. Perché Irpinia. Perché la terra trema ed insieme è solida. Perché all’argilla si mescola la pietra. Perché è stata terra di emigrazione. E’ stata terra di ritorni. Al contrario Avellino è terra di passaggio e passeggi. Un ingarbuglio di tracce, che non hanno mai creato una rotta. Mentre dico questo penso alle comete, alle stelle che più di tutte vediamo e di cui conosciamo il nome.

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