Sotto la giacaranda in fiore

giacaranda presentazione

Agli inizi dello scorso anno Luisa Cavaliere cominciò a pubblicare ad intervalli più o meno regolari alcuni scritti sulla sua pagina di FB. Si trattava di memorie della sua infanzia nel Cilento, a San Marco di Castellabate, che catturarono subito  la mia attenzione. Conoscevo Luisa per aver partecipato, anni addietro,  a vari  incontri sul “pensiero della differenza sessuale”  e per esserci  viste a San Marco, dove trascorro le vacanze estive e dove lei vive, nella sua bella casa di campagna.

Quei suoi testi avevano una scrittura intensa, a tratti un po’ sofferta, luminosa,  nel sincero intento  di voler narrare ( e quindi svelare) eventi della sua vita.

“ A Castellabate ho imparato a camminare saltellando da un gradino all’altro di tutte le scale, giocato nella piazza, messo i nomi a tutte le cose, ai dolori e alle gioie” e , leggendo,  scoprivo una Luisa che mi piaceva moltissimo, perché sapeva nominare le  emozioni,  E poi parlava di luoghi che conosco e che amo, degli scogli di Licosa, di picnic sotto i pini, di case imbiancate di calce, dei forni per i fichi, delle “buatte” dove fioriscono gerani messe a delimitare i sentieri, del mare e del vento, dell’acqua sale. Tutto senza nostalgia, anzi cercando, come fanno i migliori fotografi, di fare un passo indietro per  meglio mettere a fuoco l’obiettivo.

Sempre da Fb,  le suggerii, non soltanto io, il coro di incoraggiamenti si faceva sempre più nutrito, di farne un libro.  Per molto tempo Luisa tacque, e poi, finalmente, a luglio scorso è stato pubblicato “ Sotto la giacaranda in fiore. racconti , fantasie e ricordi del Cilento” dalla casa editrice Liguori. Il libro, che sarà presentato lunedì 16 alle ore 18 all’all’Angolo delle storie da chi scrive e da Rosetta D’Amelio, si presenta con una bella copertina azzurra, proprio del colore dei fiori della giacaranda. Come il colore della lontananza.

“…da una parte il linguaggio è terra d’esilio, no? Che non abbiamo fondato; che spesso ci fonda e ci determina. E anche quando stiamo nei luoghi nei quali stiamo bene, o tentiamo di stare bene o sentiamo di stare bene – anche lì il linguaggio è terra d’esilio e resta complicato…” ritiene Luisa, che così si è espressa in un dibattito alla Libreria delle donne di Milano su un suo precedente libro “ C’è una bella differenza” , scritto con Lia Cigarini.  Si, il linguaggio è terra di esilio, terra in cui pensare ed elaborare la distanza. Ma anche terra fertile per Luisa Cavaliere, se il risultato è questo libro delizioso, che cattura l’attenzione del lettore e che fa conoscere il Cilento, la meravigliosa terra al di là del fiume Alento.

I suoi scritti, divisi in sei capitoli, hanno la lunghezza di poche pagine. Comincia dagli anno ’50, da un’infanzia felice, accudita, scandita da lunghe estati “non facevamo mai meno di ottanta bagni”, da bambole di pezza, da storie ascoltate dalle domestiche, da gesti di una cura remota trasmessi  quasi senza parlare,  le voci delle amiche della madre   “le signore si raccontavano bugie e verità nei loro meravigliosi pomeriggi del dopoguerra paesano”,   agli anni ’60 la giovinezza i primi amori, fino ai cruciali anni ’70, il femminismo, un progetto politico forte che ha connotato la vita di Luisa, l’incontro con altre donne.  Poi la scelta di ritornare nel Cilento, di trasformare la casa materna in un resort raffinato, “ Giacaranda” in cui riceve amici e ospiti. La sua è un’accoglienza greca, simile al Simposio platoniano, in cui intorno ad una tavola imbandita, si ragione dei valori del  mondo e di noi nel mondo.

“ Non si può essere amanti del cibo se non si ama se stessi. Allo stesso modo, quando apparecchio, mi devo sentire parte di una tavola imbandita per me, ben apparecchiata, con i piatti e i bicchieri giusti, le posate disposte in modo corretto. … Poi c’è la felicità di stare insieme e di parlare a tavola.” ha detto Luisa in una intervista rilasciata per l’Expo2015, che la vede Presidente del WeWoman.

Luisa ha avuto il bisogno di avere cura, di amarsi un po’, di affondare le mani in una materia viva, i ricordi, di trattarli con delicatezza, di scartare, di piegare, di soffrire, di allontanarsene, di lasciare il cassetto in ordine.

“Il cassetto” si chiamava la casa della Szymborska, a Cracovia, perché  appartamento minuscolo in cui si faceva fatica a stare. Ma in cui la poetessa, molto cara a Luisa che ha usato sue frasi come esergo per i capitoli, ha vissuto e ha prodotto le sue opere. Ringrazio davvero Luisa per aver aperto il suo cassetto. Per averci permesso di affondarvi le mani con lei. Per aver condiviso.  Per essersi resa visibile, per come lei è.

pubblicato sul mattino di Avellino sabato 14 marzo 2015

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