Una storia deve sempre essere la storia di qualcuno

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Stile, Personaggio e Voce narrante: disguidi critici una sera a cena insieme… di Alfonso Belardinelli.
Lite letteraria tra vecchi amici, a cena. Si parla di romanzi, sembra inevitabile parlare di romanzi. Sono troppi, si sa. Non vale la pena insistere. Ma naturalmente a chi vuole scrivere un romanzo, o lo ha già scritto, non si può dire che ce ne sono già troppi. Parliamo perciò di come si scrive o si dovrebbe scrivere un romanzo. Uno di noi se la prende con le emozioni: «Oggi tutti sono a caccia di emozioni, la parola d’ordine è creare, provare, trasmettere emozioni». Eppure (penso) senza qualche emozione non nascono neppure le idee. E lo stile (a cui il mio amico tiene molto), che cos’è lo stile se non emozione formalizzata? Secondo lui, per scrivere un buon romanzo, ci vuole stile, non importa che cosa racconti. È lo Stile a redimere dall’insignificanza le cose dette. È lo stile che crea l’impressione del raccontabile. Ma io non ho mai creduto che in un romanzo lo stile sia tutto. Ci vuole il Personaggio. Una storia deve sempre essere la storia di qualcuno. Perché la storia ci interessi deve riguardare un personaggio a cui succede qualcosa: perfino niente, ma un niente che diventi interessante. Se in un romanzo succede poco, ogni oggetto, gesto e pensiero prendono spazio e tempo. Diversamente dall’epica, il romanzo rende memorabili esperienze che sembravano indegne di memoria, eppure erano la vita che accadeva. «Tu credi ancora nel personaggio» dice un altro. E dicendo “personaggio” fa con le mani un gesto che disegna una rotondità per lui troppo ottocentesca e realistica. «Oggi» continua «non è più possibile mettere in scena personaggi, quello che conta è la Voce narrante». Ma questa è avanguardia! (penso io). Chi decide che cosa si può o non si può scrivere oggi? Perciò gli dico: «La voce è ancora il personaggio, anche se al suo minimo di consistenza». Ma il primo obietta: «No, la voce è lo stile». Sì, ma la voce-stile dell’autore o quella del personaggio? Amici come prima, ma non ci capiamo.
 da L’avvenire del 23.10.2010
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