“La passione di una figlia ingrata” di Saveria Chemotti recensita da Donatella Trotta sul mattino.it

In «La passione di una figlia ingrata» un viaggio femminile alla ricerca delle radici sullo sfondo del Trentino tra le due guerre
di Donatella Trotta
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Ci vuole coraggio – in senso etimologico: aver cuore – ad affrontare l’ordine simbolico della madre. Ad ingaggiare un corpo a corpo con la relazione materna, il «non pensato della nostra epoca». E, soprattutto, a trovare le parole per dirlo, questo rapporto viscerale che segna chiunque radicalmente. Nel bene e nel male. Riverberando in ogni tempo, in ogni luogo, in ciascuna persona, la categoria del doppio. Ma se di madri se ne è avute effettivamente due, entrambe amate? Che cosa può accadere, a valle di una insolita genealogia, nell’intimo di un vincolo ambivalente e dimidiato, frutto, a monte, di un’origine irrisolta e a lungo avvolta dal mistero?

Saveria Chemotti lo racconta con una cifra stilistica alta e sorvegliata in un bellissimo romanzo, struggente e intenso: La passione di una figlia ingrata, pubblicato da L’Iguana, editrice di progetto dal sapore ortesiano di Verona (pp. 250, euro 15: l’autrice lo ha presentato oggi pomeriggio nella Libreria delle Donne di Bologna, con l’italianista e didatta Magda Indiveri). Un libro dettato da una profonda necessità interiore, che si avverte in ogni pagina. Concepito – e strutturato in 14 stazioni e un capitolo introduttivo – come una laicissima via Crucis femminile, in apparenza senza redenzione: di fatto, un viaggio – fisico e interiore – alla ricerca delle proprie radici, sublimato dalla sacralità e dalla forza della parola detta, “abitata”, evocativa; e, infine, una resa dei conti riscattata da una memoria che vivifica e dona senso al passato, ricomponendo nel presente tutti i frammenti di un percorso amoroso che, nel suo esito finale, adombra un passo nietzschiano: bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.

La protagonista e io narrante del libro, Gilda, è un’affermata docente universitaria di origine trentina ma residente a Padova. Figlia di una donna ormai al tramonto della sua vita, affetta dall’Alzheimer e ricoverata in una residenza per anziani nella civile provincia di Trento, Gilda va a trovare ogni estate la madre tentando – prima dell’inevitabile congedo definitivo – un estremo contatto con il nocciolo di buio della donna che l’ha generata: a sua volta, figlia di una madre naturale che però l’ha rifiutata, abbandonandola alla nascita, e di una mamma adottiva, Linda, che l’ha invece allevata con amore. Proprio come ha fatto con l’adorata nipotina. Ed è prendendosi cura da madre della propria madre, ormai scivolata progressivamente dalla nebbia della degenerazione organica che l’ha colpita, che avverrà, per Gilda, la svolta della sua consapevolezza. E l’inizio di un cammino a ritroso, alla scoperta della verità e della ragione di una doppia inquietudine: legata alla lacerazione da lei vissuta tra due figure femminili determinanti nella sua vita. Perché in fondo, Gilda si rende conto di non conoscere davvero la sua mamma biologica, che le è più estranea e distante della straordinaria figura della nonna adottiva, con cui è cresciuta in totale empatia e complicità.

Un personaggio di rara forza e indimenticabile, nonna Linda, come le atmosfere trentine (popolate di ulteriori figure, tratteggiate con cura da Chemotti come lo splendido ritratto in absentia, o in controluce, della madre di Gilda) descritte con esplicito amore e nitida precisione dall’autrice: stimata intellettuale e italianista specializzata in letteratura di genere, storia e cultura delle donne e dal 2003 delegata del Rettore per le politiche e i Gender Studies, nata in provincia di Trento ma residente a Padova dove lavora, ed è un punto di riferimento non soltanto accademico. In La passione di una figlia ingrata, il suo brillante esordio narrativo, Saveria Chemotti orchestra una storia di emancipazione e costruzione di un’identità sullo sfondo dell’Italia tra le due guerre, con i suoi conflitti di classe, le contrapposizioni tra città e provincia, ambiente urbano e povertà contadina, ingerenze religiose, pregiudizi di paese, fedi ingenue ma sentite e gap generazionali acuiti, per la protagonista del libro, «nell’ombra di una visione desolata» da «un doppio percorso, traguardo di una immensa perdita e di un’improbabile rassegnazione». In una scatola rossa che custodisce le parole nascoste, non dette ma lasciate scritte dalla madre, Gilda troverà finalmente, all’improvviso, «il suo testamento» e la sua «pena» e capirà così meglio la madre, il padre e le coordinate della sua stessa esistenza, in un crescendo di tensione emotiva che coinvolge il lettore fino all’identificazione.

Chemotti maneggia materiali incandescenti intrecciando con controllata e raffinata sapienza realtà e finzione, poesia e musica, autobiografia e immaginazione anche attraverso l’uso di una lingua potentemente evocativa, nelle sue mescidazioni con il dialetto trentino (non a caso la lingua madre di nonna Linda) e persino con l’incursione, a un certo punto, di un italiano ”migrante“, ibridato con lo spagnolo dell’Argentina: terra di accoglienza di chi fu costretto a fuggire, allora come ora, forgiando il proprio e l’altrui destino. Solo attraversando l’inferno, Gilda riuscirà a uscirne e a oltrepassare lo specchio opaco della sua origine, rinascendo ancora e ancora e rispecchiandosi nella molteplicità dei volti di una maternità (biologica e simbolica, reale e sognata, fisica e immaginata, vagheggiata, inseguita come una chimera e resuscitata, come l’Araba Fenice, dalle sue stesse ceneri) il cui ”amour en plus“ non è mai stato scontato. Nemmeno al tempo arcaico delle Matres Matutae. E con Giorgio Caproni, capirà allora che il suo «viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai.

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(Illustrazione di Octavia Monaco)

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