Scrivere narrativa di Emilia

active young woman on rock wall in sport centre

Pensare a una storia non è difficile, è scriverne la vera scommessa. Molte sono le cose che vedo e vivo, durante una giornata e alcune non scivolano via, ma restano attaccate dentro di me, proprio come puntelli colorati sparsi su una parete da arrampicata. Due donne infagottate su una panchina, la forfora sul bavero del cappotto di un uomo in fila con me alla Posta, i denti d’oro di una giovane rom, il bicchiere di plastica vuoto di un profugo nigeriano davanti alla panetteria, le mani affusolate ed eleganti della donna che vende borse contraffatte al mercato, l’odore sporco delle panchine nella Stazione della metropolitana alle dieci di sera: sono solo alcune delle scene da cui può nascere un mio racconto, indizi di un’esistenza di cui posso solo intuire qualcosa, il resto è libertà immaginativa.
So che c’è materia dietro all’apparenza, è questa ricerca che lavora dentro di me anche quando non ci penso, sono i perché e i come, sono infinite strade che portano a una sola, quella che più mi convince, quella che può diventare narrazione.
Un piede qui, un altro là, una fune, un gancio, occhio, equilibrio, distribuire le forze e un poco alla volta, con attenzione, precauzione ma anche con una buona dose di follia, senza guardare troppo in basso, respirando regolarmente, si tenta la scalata.
Scrivere è un po’ così, fare a patti con se stessi per affrontare un’arrampicata. Ogni volta, per quanto la parete sembri uguale a quella già scalata, è sfidare una cosa diversa, ogni volta è di nuovo mettersi in gioco.
Scrivere racconti è sapere trovare, in uno spazio e tempo relativamente brevi, la giusta angolazione per una storia compiuta, che lasci in chi legge una sorta d’illuminazione, che lasci, in alcuni casi, una sorta di conversione.
Mi piace raccontare storie che hanno una durata breve. Storie che non potrebbero, per la loro struttura, per il loro intreccio, avere lo spazio e il tempo del romanzo. Storie che iniziano e finiscono in poche ore, in pochi giorni, in cui il personaggio principale è visto molto da vicino, ne sento l’odore, la voce, la risata, i sogni, le ossessioni, so la sua disperazione, il suo tentativo di esistere, le cose che ama, quelle che non ama, perché si trova là, in mezzo alla storia e cosa deve fare per andare avanti, per darsi valore. Il senso del raccontare è un po’ il senso della nostra vita: più cerchiamo dentro di noi, più proviamo a scavare e vedere in noi stessi, meglio uscirà la nostra narrazione. Perché la scrittura, per quanto sia una finzione, non ammette bari, non ammette bugie: più si è onesti, più ci si avvicina alla verità, alla propria verità, più chi ci legge se ne accorge e ne resta coinvolto.
Scrivere racconti è un po’ come fotografare, imprimere in se stessi istantanee su cui tornare e lavorare, riproducendo in parole e fatti lo shock che si è provato la prima volta.
Un racconto, anche se lungo, deve essere la sintesi della nostra percezione sensoriale.
«La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare.» scrive Flannery O’Connor, nel Territorio del diavolo.
Questo è quello che per me deve produrre una vera narrazione: spiazzare, a volte, accogliere, altre, sempre nella dimensione corpo-senso, corpo-parola, corpo- spessore.
Sono i particolari, soprattutto in un racconto, che servono a dare consistenza alla narrazione. Non c’è personaggio, anche secondario, che non debba essere descritto solo per una sua caratteristica, non c’è stanza o strada o magazzino, in cui dobbiamo entrare sentendone l’odore o il rumore, non c’è cibo di cui non dobbiamo raccontare il gusto, non c’è corpo di cui non dobbiamo conoscere il calore o il freddo.
Scrivere un racconto non è per nulla facile. Si pensa: poche pagine, una storia semplice, e che ci vuole? Ma se non si è allenati a guardare, a osservare, se non si è un po’ voyeur, curiosi della vita, interessati alle piccole cose, non si riesce davvero.
«Scrivere narrativa non è tanto questione di dire le cose, quanto piuttosto di mostrarle », continuo a citare Flannery O’Connor.
Ritornando ai pioli infissi sulla parte da scalata, come metafora della scrittura, bisogna aggiungere ancora qualcosa. Non basta aver messo i puntelli, bisogna sapere quali sono più forti e quali no, quali più accessibili nel nostro percorso, quali ci permettono di superare una difficoltà, quali ci mettono in grave pericolo. Noi non ci vediamo, ma nel tempo della scalata, in quello scegliere e provare, in quell’aderire del nostro corpo alla parete, in quel sostare e respirare, disegniamo una figura sottesa. Questa figura, complessa, astratta, visibile, percepibile, è la nostra scrittura.
In ogni caso, quando si arriva alla fine, abbiamo conosciuto noi stessi e la parete, abbiamo superato nodi, abbiamo imparato a respirare e a sentire il nostro sudore: possiamo tirare un bel sospiro di sollievo. È fatta. Il nostro racconto-scalata è finito.
Ora possiamo ricominciare daccapo.

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