L’Irpinia senza ali, orfana dei sogni. Matria di Generoso Picone

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Mi sono subito piaciuti il titolo e l’immagine di copertina del nuovo libro di Generoso Picone, “Matria Avellino e l’Irpinia, un esame di coscienza” edito dalla casa editrice Mephite. Mi è piaciuto la parola Matria, che, come avrebbe detto Rigoni Stern, “non è solo la patria, cioè terra dei padri, la Nazione; ma la terra più dolce, la terra madre o matria, quella delle proprie origini”, e la foto della scultura di Peppe Perone ” Custodi di un luogo” due sedie accostate su una pedana di sabbia, a cui sono state applicate ali d’angelo brunite, immerse nella natura.
Cosa c’entra la terra madre con le sedie dalle ali di angelo?
E’ stata questa domanda a guidarmi nella lettura del libro, quasi un taccuino di viaggio, come registra la quarta di copertina, composto di 23 articoli, che descrivono quanto sia avvenuto negli ultimi cinque anni nella nostra provincia, proprio gli anni che vedono Picone ritornare ad Avellino per dirigere la testata del Mattino.
L’occasione di raccontare la propria terra, però, diventa una riflessione sull’oggi, anzi , un esame di coscienza, su quanto sia avvenuto in Irpina a partire dal 23 novembre 1980, su quello che la città e la Provincia sia diventata in questi trent’ anni, sulle occasioni mancate per sempre, sul fallimento di un programma politico, su come si rappresenti una modernità incompiuta, sul progetto di un progresso senza sviluppo, sul sentimento di un tempo rassicurante e pietrificato che diventa ricerca ossessiva e falsa del passato.
La convinzione di fondo, suffragata da una potentissima introduzione del sociologo Ugo Morelli, è che Avellino non ce l’ha fatta ad affrontare la grande sfida della modernità, che ha assunto canoni e modalità di rappresentazione di sé che non le appartengono e che malgrado la mole di denaro e investimenti, il tempo , per certi aspetti, si sia fermato alle ore 19.34 del 23 novembre 80. Non c’è stata la committenza di un sogno, per usare una frase cara a Gelsomino D’Ambrosio, grafico e amico di Generoso Picone, che potesse scalzare la mediocre visione affaristica e speculativa in cui la città si è riflessa.
”Avellino nel momento massimo della sua attenzione nazionale su di sé non è stata in grado di diventare il laboratorio della modernità…non ha saputo utilizzare fondi e strumenti per compiere il salto di qualità, in una occasione irripetibile, imperdibile eppure persa. Non ha avuto la capacità di mettere insieme le sue intelligenze e le sue energie in uno sforzo che superasse il limite delle piccole convenienze…” scrive Picone nella introduzione a “L’orologio fermo della città. Avellino”, la terza parte delle quattro in cui il libro è suddiviso, forse la parte più sofferta. E’ in questa che Picone raccoglie gli articoli sui protagonisti della vita della città. Federico Biondi, Camillo Marino, Gabriele Matarazzo, Antonio di Nunno, Ettore de Conciliis, di cui riporta una frase che dovrebbe farci pensare “ Avellino non crede nell’arte e nella bellezza. La città è ferma e non crede alle possibilità che pure ha.”
Il terremoto ha minato alle radici il popolo Irpino. Crolli e lutti. La madre terra , o almeno quello che crediamo sia, è morta. E noi siamo restati orfani. Negli anni della ricostruzione è venuta fuori un’altra Irpinia, una madre matrigna, però, a cui non siamo riusciti ad affezionarci, ma di cui non abbiamo saputo fare a meno. Matria ( ho pensato che questo potesse significare, una intersezione di madre matrigna) che non nutre le nostre aspettative, le nostre speranze, il nostro agire.
La conseguenza è che siamo diventati s-passionati, cioè persone senza passione, ripiegati in una malata nostalgia per un luogo che non c’è più. Ma quando tutto ciò era sotto i nostri occhi, dove eravamo?
Picone ci chiede di fare questo esame di coscienza, tutti. Lui lo fa per primo, al pari del suo alter ego Renato Serra, che “Nell’esame di coscienza di un letterato” scrive “ Comunque debba finire, essa è la mia”.
Anche Picone scrive nella premessa “ Questa è e rimane la mia terra” . Come non sentire in queste parole consapevolezza, limite, orgoglio, ma soprattutto sfida? Perché Generoso Picone ci invita, e lo fa nell’ultima parte “ Il racconto impossibile. Il terremoto senza storia” ragionando sul ritorno di Vinicio Capossela con il suo Sponz Fest a Calitri, a essere visionari, a ritrovare l’orgoglio che permetta di riattivare la nostra storia.
Si può essere” custodi di un luogo” solo volando, solo immaginando scenari e utopie concrete. Avere una visione, che per quanto astrusa possa sembrare, sia quella per la quale la gente è disposta a credere. Vorrei perciò che questo libro prezioso, così sentimentale ( non dimentichiamo che Picone è stato uno dei primi critici ad occuparsi di Pier Vittorio Tondelli), così politico, nel senso di appartenere alla polis, fosse letto, diffuso, dibattuto. Che intorno ad esso si aprisse, in città, nei paesi della provincia, una riflessione su quello che siamo, ora, qui, su quanto siamo disposti ancora a inventare “infiniti possibili”, che ci fossero luoghi pronti ad ospitarlo, a riempirsi di parole e di voci, ma anche di appassionati litigi. Che venisse fuori una idea di Irpinia terra- madre- alata, che, neo Vittoria di Samotracia, ci faccia orgogliosamente sentire il nostro tempo.

sul Mattino del 22-07-2015

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