Sull’ex Isochimica.

Isochimica-3
OGGI COMINCIA IL PROCESSO ISOCHIMICA.
Tra i ventinove indagati siede mio marito Antonio Spina, facente parte della prima giunta Galasso, accusato di aver,con la delibera del 23 maggio 2005,  insieme con gli assessori Sergio Barile, Ivo Capone, Giancarlo Giordano, Luca Iandolo, Tony Iermano, Donato Pennetta, Raffaele Pericolo, Antonio Rotondi ,” esautorato l’ente pubblico dall’obbligo di bonifica del sito dell’ Isochimica, affidando le operazioni alla curatela fallimentare senza ricevere le dovute assicurazioni su tempi e  modalità di intervento.”
Io spero che, come si dice in questi casi, giustizia sia fatta. Si accertino le responsabilità vere, si puniscano gli ideatori di questa fabbrica della morte, che speculando sulla fame e sulle speranze lavorative di tanti allora giovani, ha  lasciato depositare nel corpo degli operai milioni di filamenti azzurri, le fibre di amianto, appunto, causa delle venti morti per tumore.
In quest’ultimo anno ho letto libri e articoli sull’amianto, perché dovevo capire  in che cosa mio marito, medico chirurgo, laureato in medicina del lavoro, avesse sbagliato.
 Ho scoperto, anche grazie a un libro di un sindacalista, Anselmo Botte ” Il racconto giusto- storie di amianto e di operai dell’Isochimica di Avellino” Ediesse edizioni,  cose accadute nei lontani anni ’80 che ignoravo:  si decise (chi? i nomi per piacere!)  di impiantare nell’area ASI di Pianodardine, a ridosso del Rione Ferrovia, con i fondi della 219/81 art.32 ( fondi destinati a favore della industrializzazione delle aree del cratere) l’azienda ISOCHIMICA, per scoibentare l’amianto delle carrozze ferroviarie, in quella fabbrica si scoibentò amianto dal 1982 al 1990 senza nessuna protezione per gli operai,  c’è ancora una grande quantità di polvere di amianto in giro, nascosta chissà dove,  arrivarono ad Avellino centinaia di carrozze delle Ferrovie dello Stato in quanto in altre parti d’Italia nessuno aveva voluto fare quel lavoro, che quando gli operai dell’Isochimica di Avellino arrivarono alla stazione di Firenze per finire un lavoro in una carrozza, furono guardati con grande preoccupazione dagli operai toscani e portati a lavorare lontano dalla stazione, come se avessero la lebbra.
Ho letto che gli operai dovettero ingaggiare una vera guerra con Elio Graziano, proprietario della fabbrica, per ottenere l’uso di spruzzi di acqua, che avrebbe ammortizzato la grande polvere che si alzava e che loro respiravano, durante le fasi di lavorazione;  che” …quella era un’azienda nata e cresciuta senza nessun controllo dal punto di vista amministrativo-burocratico, tecnico, ambientale.”
 Erano anni d’oro per chi voleva fare affari nella nostra povera Irpinia, devastata del post terremoto e terra di conquista: pallone d’oro, lenzuola d’oro, strade d’oro, ricostruzione d’oro. Gli anni della Avellino città canguro, ve la ricordate ?, noi eravamo distratti dalla prospettiva di avere un po’ di benessere, finalmente, che però  ci foderava gli occhi di prosciutto.
Tutta la città di Avellino è stata distratta. Non abbiamo capito quanto stava accadendo a un passo da noi, perché le notizie sull’amianto erano vaghe, anzi non se ne parlava proprio e solo qualche giornalista, Enrico Fierro per citarne uno, denunciava quello che accadeva nella Isochimica,  perché la gente di questa Irpinia aveva ed  ha fame di lavoro, comunque e qualunque.
Ma ci sono responsabilità mortali e responsabilità veniali. Forse non era il caso di mettere nello stesso elenco degli imputati Elio Graziano, padrone della fabbrica che ha scoibentato tremila carrozze e che ha fatto lavorare per anni i suoi operai senza alcuna protezione sanitaria, provocando in venti di loro il mesotelioma da asbesto, seminando il panico negli abitanti del Rione Ferrovia e gli assessori della giunta Galasso, colpevoli di aver deliberato di affidare la bonifica dell’area della ex Isochimica al curatore fallimentare senza riceverne le dovute garanzie. Ci sono evidenti differenze che forse andavano trattate in sedi diverse, senza per forza sbattere sulla stessa pagina ventinove possibili mostri.
 Davanti al centro sociale Samanta della Porta ho visto sventolare questa mattina le bandiere rosse, malgrado il vento della sinistra sia andato chissà dove.
Quelle bandiere erano lì a testimoniare la rabbia di chi ha perso i suoi cari  ma anche la domanda di giustizia di una parte della città che ha cura dei suoi abitanti. Bandiere che mio marito Antonio Spina ha sempre onorato, per il suo impegno militante.
Che paradosso ! , ho pensato, vedendolo varcare la soglia del Samantha della Porta per assistere al processo.
A maggior ragione, che giustizia sia fatta.
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