Emma Zunz di J.L.Borges

 

francesca woodman 4foto di Francesca Woodman

II quattordici gennaio del 1922, Emma Zunz, di ritorno dalla fabbrica di tessuti Tarbuch e Loewenthal, trovò in fondo all’ingresso una lettera, col timbro del Brasile, dalla quale seppe che suo padre era morto. La ingannarono, a prima vista, il francobollo e la busta; poi, la inquietò la calligrafia sconosciuta. Nove o dieci righe scarabocchiate cercavano di riempire il foglio; Emma lesse che il signor Maier aveva ingerito per errore una forte dose di “veronal” ed era morto il tre di quel mese all’ospedale di Bagé. Firmava la lettera un compagno di pensione di suo padre, un certo Fein oFain, di Rio Grande, il quale non poteva sapere che si dirigeva alla figlia del morto.
Emma lasciò cadere il foglio. La sua prima impressione fu di malessere al ventre e alle ginocchia; poi di cieca colpa, d’irrealtà, di freddo, di timore; poi, desiderò trovarsi già al giorno dopo. Immediatamente comprese che quel desiderio era inutile, perché la morte di suo padre era la sola cosa che fosse accaduta al mondo e che sarebbe continuata ad accadere, senza fine. Raccolse il foglio e andò nella sua stanza. Furtivamente lo ripose in un cassetto, come se in qualche modo avesse già conosciuto i fatti futuri. Già aveva incominciato a intravederli, forse; già era quella che sarebbe stata.
Nella crescente oscurità, Emma pianse fino alla fine di quel giorno il suicidio di Manuel Maier, che negli antichi giorni felici era stato Emanuel Zunz. Ricordò estati trascorse in un podere, presso Gualeguay, ricordò (cercò di ricordare) sua madre, ricordò le gialle losanghe di una finestra, ricordò l’automobile della prigione e la vergogna, ricordò le lettere anonime coi ritagli sull’”ammanco del cassiere”, ricordò (ma questo non l’aveva mai dimenticato) che suo padre, l’ultima sera, le aveva giurato che il ladro era Loewenthal. Loewenthal, Aaron Loewenthal, prima gerente della fabbrica e ora uno dei padroni. Emma, dal 1916, serbava il segreto. Non l’aveva rivelato a nessuno, neppure alla sua migliore amica, Elsa Urstein. Forse rifuggiva la profana incredulità; forse sentiva il segreto come un vincolo tra sé e l’assente. Loewenthal non sapeva ch’ella sapeva; Emma Zunz traeva da quel fatto trascurabile un sentimento di potere.
Non dormì quella notte e quando la prima luce fissò il rettangolo della finestra, il suo piano era già perfetto. Fece in modo che quel giorno, che le parve interminabile, fosse come gli altri. C’erano nella fabbrica voci di sciopero; Emma si dichiarò, come sempre, contro ogni violenza. Alle sei, finito il lavoro, andò con Elsa a un circolo di donne, che aveva annessa una palestra. Si iscrissero; dovette ripetere e compitare il suo nome e cognome, dovette ridere agli scherzi che commentano l’esame di controllo. Con Elsa e con la più piccola delle Kronfuss discusse a quale cinematografo sarebbero andate la domenica pomeriggio. Poi, si parlò di fidanzati e nessuna s’aspettò che Emma parlasse. In aprile avrebbe compiuto diciannove anni, ma gli uomini le ispiravano ancora un timore quasi patologico… Di ritorno a casa, preparò una minestra di tapioca e un po’ di verdura, mangiò presto, si coricò e si costrinse a dormire. Così, laborioso e comune, passò il venerdì quindici, la vigilia.
Il sabato, l’impazienza la svegliò. L’impazienza, non l’inquietudine, e il singolare sollievo di stare in quel giorno, finalmente. Non doveva più tramare e immaginare; entro poche ore avrebbe raggiunto la semplicità dei fatti. Lesse in La Prensa che il Nordstjärnan, di Malmö, avrebbe salpato quella notte dal molo 3; chiamò per telefono Loewenthal, fece capire che desiderava comunicare, a insaputa delle altre, qualcosa sullo sciopero, e promise di passare dallo studio all’imbrunire. Le tremava la voce; il tremore conveniva a una delatrice. Nessun altro fatto memorabile accadde quella mattina. Emma lavorò fino alle dodici e fissò con Elsa e con Perla Kronfuss i particolari della passeggiata domenicale. Si coricò dopo pranzo e ricapitolò, ad occhi chiusi, il piano che aveva ordito. Pensò che la tappa finale sarebbe stata meno orribile della prima e che le avrebbe dato, certamente, il sapore della vittoria e della giustizia. All’improvviso, allarmata, si alzò e corse al cassetto del canterano. Lo apri; sotto l’immagine di Milton Sills, dove l’aveva lasciata due sere prima, si trovava la lettera di Fain. Nessuno aveva potuto vederla; cominciò a leggerla, poi la strappò.
Riferire con qualche realtà i fatti di quel pomeriggio sarebbe difficile e forse vano. Un attributo dell’infernale è l’irrealtà, attributo che sembra mitigare i suoi terrori e che forse li aggrava. Come rendere verosimile un’azione alla quale quasi non credette chi l’eseguiva, come ricostruire il breve caos che oggi la memoria di Emma Zunz ripudia e confonde? Emma viveva in Almagro, in via Liniers; sappiamo che quel pomeriggio si recò al porto. Forse nell’infamePaseo de Julio si vide moltiplicata in specchi, rivelata da luci e denudata dagli occhi famelici, ma più ragionevole è supporre che prima errò, non notata, tra l’indifferenza… Entrò in due o tre caffè, vide il modo di fare e le manovre di altre donne. Trovò finalmente uomini del Nordstjärnan. Di uno, giovanissimo, temette che le ispirasse qualche tenerezza e ne scelse un altro, forse più basso di lei e rozzo, perché la purezza dell’orrore non fosse mitigata. L’uomo la condusse a una porta e poi a un oscuro andito e poi a una scala tortuosa e poi a un vestibolo (nel quale era una vetrata con losanghe identiche a quelle della casa di Lanùs) e poi a un corridoio e poi a una porta, che si chiuse. I fatti gravi stanno fuori del tempo, sia perché in essi il passato immediato rimane come scisso dal futuro, sia perché le parti che li formano non paiono consecutive.
In quel tempo posto fuori del tempo, in quel disordine incerto di sensazioni sconnesse e atroci, pensò Emma Zunz una sola volta al morto che causava il sacrificio? Io credo che ci pensò una volta e che in quel momento il suo disperato proposito fu in pericolo. Pensò (non potè non pensare) che suo padre aveva fatto a sua madre quella cosa orribile che ora facevano a lei. Lo pensò con debole stupore e subito si rifugiò nella vertigine. L’uomo, svedese o finlandese, non parlava spagnolo; fu uno strumento per Emma come questa lo fu per lui, ma ella servì per il piacere ed egli per la giustizia.
Quando rimase sola, non aprì subito gli occhi. Sul comodino stava il denaro che l’uomo aveva lasciato: Emma si sollevò e lo strappò come prima aveva strappato la lettera. Strappare denaro è un’empietà, come gettare il pane; Emma si pentì, appena l’ebbe fatto. Un atto di superbia, quel giorno… Il timore si perdette nella tristezza del suo corpo, nella nausea. La nausea e la tristezza l’incatenavano, ma Emma lentamente si alzò e prese a vestirsi. Nella stanza non restavano colori vivi; l’ultimo crepuscolo gravava. Emma potè uscire senza che la notassero; all’angolo, salì su un tram che andava verso ovest. Scelse, seguendo il suo piano, il sedile posto avanti a tutti, perché non le vedessero il volto. Forse la confortò verificare, nell’insipido traffico delle strade, che l’accaduto non aveva contaminato le cose. Passò attraverso quartieri degradanti e opachi, vedendoli e dimenticandoli all’istante, e scese ad uno degli incroci di via Warnes. Paradossalmente, la sua stanchezza diveniva una forza, poiché la obbligava a concentrarsi sui particolari dell’avventura e gliene nascondeva il fondo e il fine.
Aaron Loewenthal era, per tutti, un uomo serio; per i pochi intimi, un avaro. Abitava all’ultimo piano della fabbrica, solo. Vivendo in quel quartiere abbandonato, temeva i ladri; nel cortile della fabbrica c’era un grande cane e nel cassetto della sua scrivania, nessuno lo ignorava, una rivoltella. Aveva pianto con decoro, l’anno prima, l’improvvisa morte della moglie — una Gauss, che gli aveva portato una buona dote! —, ma il denaro era la sua vera passione. Con intima vergogna si sapeva meno adatto a guadagnarlo che a conservarlo. Era molto religioso; credeva di avere col Signore un patto segreto, che lo esentava dall’agir bene, in cambio di preci e devozioni. Calvo, corpulento, vestito a lutto, con gli occhiali affumicati e la barba bionda, aspettava in piedi, accanto alla finestra, il rapporto confidenziale dell’operaia Zunz. La vide spingere il cancello (ch’egli aveva lasciato a bella posta socchiuso) e attraversare il cortile buio. La vide fare un piccolo giro quando il cane legato abbaiò. Le labbra di Emma si muovevano come quelle di chi prega a bassa voce; stanche, ripetevano la frase che il signor Loewenthal avrebbe udita prima di morire.
Le cose non andarono come aveva previsto Emma Zunz. Fin dall’alba del giorno prima, ella s’era sognata molte volte mentre puntava la rivoltella, obbligava il miserabile a confessare la propria colpa, ed esponeva l’intrepido stratagemma che avrebbe permesso alla Giustizia di Dio di trionfare sulla giustizia umana. (Non per timore, ma perché era uno strumento della Giustizia, ella non voleva essere punita.) Poi, un solo colpo in mezzo al petto avrebbe suggellato la sorte di Loewenthal. Ma le cose non si svolsero così.
Davanti ad Aaron Loewenthal, più che l’urgenza di vendicare suo padre, Emma senti quella di punire l’oltraggio che aveva ricevuto. Non poteva non ucciderlo, dopo quella minuziosa infamia. E non aveva tempo da perdere in scene. Seduta, timida, chiese scusa a Loewenthal, invocò (da buona delatrice) gli obblighi della lealtà, fece alcuni nomi, ne fece intendere altri, e si arrestò come se l’avesse vinta il timore. Fece in modo che Loewenthal andasse a prendere un bicchiere d’acqua. Quando egli, incredulo a tanta agitazione, ma indulgente, fu di ritorno, Emma aveva già preso dal cassetto la pesante rivoltella. Premette il grilletto due volte. Il massiccio corpo piombò giù come se gli spari e il fumo l’avessero rotto, il bicchiere con l’acqua s’infranse, la faccia la guardò con stupore e collera, la bocca della faccia la ingiuriò in spagnolo e iniddisch. Il turpiloquio non veniva meno; Emma dovette far fuoco ancora. Nel cortile, il cane incatenato si mise ad abbaiare, e un fiotto improvviso di sangue eruppe dalle labbra oscene e macchiò la barba e l’abito. Emma cominciò l’accusa che aveva preparata (“Ho vendicato mio padre e non potranno punirmi…”), ma non la finì, perché il signor Loewenthal era già morto. Non seppe mai se avesse capito.
L’abbaiare insistente le ricordò che non poteva, ancora, riposare. Fece disordine sul divano, sbottonò la giacca del cadavere, gli tolse gli occhiali macchiati e li posò sullo schedario. Poi prese il telefono e ripete quello che tante volte avrebbe ripetuto, con quelle e con altre parole: È accaduta una cosa incredibile. II signor Loewenthal mi ha fatta venire col pretesto dello sciopero… Ha abusato di me, l’ho ucciso…
La storia era incredibile, effettivamente, ma s’impose a tutti, perché sostanzialmente era vera. Vero era l’accento di Emma Zunz, vero il pudore, vero l’odio. Vero anche l’oltraggio che aveva sofferto; erano false solo le circostanze, l’ora e uno o due nomi propri.

 

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