Isolamento, solitudine. Due suicidi in Avellino.

 

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Ho letto L’invenzione della solitudine di Paul Auster, in questi giorni. Un libro che ha già nel titolo, un progetto di vita.Il senso filosofico del testo è racchiuso in una frase di Pascal, citata nel libro. “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza.”Per trovare pace in una stanza, bisogna fare a patti con se stessi, scavare dentro di se, sempre più profondamente, lavorare sulla memoria, sul “ non sarà mai più”.  Auster lo fa per elaborare vari lutti, per primo quello per la perdita del padre, un avaro uomo d’affari, con il quale ha vissuto sempre un conflitto di invisibilità.

Tranquilli. Quante volte sento dire nel nuovo gergo giovanile questa parola.“Esente da qls. turbamento sia d’ordine fisico (il mare è t.) che morale (avere la coscienza t.) Sicuro, senza preoccupazioni. “

Ho sempre amate le storie di vite chiuse, ritirate, periferiche e nonostante tutto feconde e produttive. Ho letto di una generazione di giapponesi che vivono chiusi nella loro stanza, rifiutando ogni rapporto con il mondo, gli Hikikomori. Ho letto “La vita istruzioni per l’uso” di George Perec. Ho letto “La vita di Proust” raccontata da Celeste, la sua cameriera, per conoscere abbastanza della sua scelta di vivere in una camera e scrivere di notte. Ho letto La vita di Santa Teresa, raccontata da lei stessa. Ho letto le poesie di Emily Dickinson, scritte nella sua stanza bianca.Ho letto Antigone, e della sua condanna a vivere e morire in una prigione, per aver sotterrato il fratello.Questa è la letteratura.

Poi  ho letto dei suicidi, due, un quarantenne e un ottantenne, qui, nella città di Avellino, a poche ore di distanza l’una dall’altra, dopo già tanti altri casi, dall’inizio dell’anno. Del primo si racconta che non trovasse lavoro, del secondo che fosse un avvocato in pensione, l’uno che abitasse in un quartiere periferico e l’altro al centro della città, entrambi comunque dentro una “solitudine” che non era da inventare, perché concreta, dolorosamente reale e soprattutto ignota ai più. Due suicidi in pochi giorni: la nostra provincia porta proprio un triste primato. E mi chiedo, che cosa manca ad una vita perché una stanza, quella in cui secondo Pascal potremmo imparare a vivere tranquilli ed essere felici,  diventi il “mondo”, il nostro ambiente protetto, accogliente e non una sorta di prigione, un confino a cui non vogliamo rassegnarci? Come si faccia a non essere coinvolti, ogni giorno, da quanto avviene dentro e fuori di noi? Sembra che ogni mattino si metta in moto un processo ignoto, in cui siamo protagonisti e spettatori, allo stesso tempo, per il quale dobbiamo agire, esporci, difenderci, senza avere tempo per riflettere, per ragionare e lavorare sul nostro desiderio più profondo.

Vivere tranquilli, in una stanza. Ma la stanza soffoca. E fuori la città cede, lentamente, senza riuscire a restituire speranza. Intanto sale una melma appiccicosa che ci sporca, ci afferra, ci contamina, senza darci più tempo per pensare.Chi vive qui, queste cose le sa.

La solitudine, come invenzione di vita, è da uomini e donne forti, che hanno scelto di lasciare da parte i progetti di onnipotenza e  acceso una piccola luce di speranza, che percorrono un sentiero ombroso, fatto di silenzi, di voci, di grida. Sono persone che  sanno ascoltare e rispondere con  parole giuste, con  gesti giusti alle tante richieste che provengono dal loro e dall’altrui animo. Sanno di appartenere al mondo ma sanno anche di vivere un loro proprio mondo.

Cosa è mancato, mi chiedo,  a questi due uomini: parole, gesti, accoglienza? Perché non sono riusciti ad elaborare i loro lutti? Penso che non fossero   soli,  ma isolati, come pazienti infettivi. Si erano isolati, erano stati isolati? Non lo so. Certo che una piccola città che fa il vuoto intorno alle persone, che non riesce ad aggregare se non per manifestazioni di piazza mangerecce, che tiene chiuse le poche strutture pubbliche, che vive con gli occhi chiusi e lo sguardo al passato, è una città malata. Cosa manca a questa città, che non si accorge di nulla, dei sogni dei giovani come dei  bisogni dei vecchi, che procede nei suoi mattini luminosi   tra queste montagne che non sono risorsa, ma chiusura al mondo,  sulle sue strade affossate, in un traffico senza ragione, perdendo un pezzo di sé, al giorno, nel suo isolamento fuori dal tempo, nella sua mancanza di lavoro, nella sua assenza di felicità?Bisogna affrontare politicamente il problema di queste vite fragili, vite isolate, quelle che non chiedono e non dicono, quelle delle persone in fila, accanto a noi, quelle degli sconosciuti che urtiamo sul marciapiede chiedendo al massimo “scusa”Forse bisogna cedere all’entusiasmo dei giovani che vogliono fare qualcosa per questa città, non sottovalutare la loro portata innovativa,  forse dobbiamo cominciare a parlare, ritornare alla voce, al dialogo, a chiedere “Come stai?” non per buonismo, ma perché la vita degli altri è, in qualche modo, anche la nostra.

 

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2 thoughts on “Isolamento, solitudine. Due suicidi in Avellino.

  1. Consolata Lanza 10/06/2016 / 19:30

    Forse per poter vedere quelli che incrociamo per strada o fanno la fila accanto a noi bisogna avere una forza che non tutti, non sempre abbiamo. E forse tutti abbiamo da portarci dietro la nostra solitudine che ci impedisce di affrontare quella altrui. E’ veramente difficile sopportare l’angoscia degli altri.

    • emilia 10/06/2016 / 20:10

      Hai ragione Conso! Solo che Avellino sta diventando la patria dei suicidi. È’ una città triste chiusa in se stessa un tempo però era solidale era molto più felice. E si deve fare qualcosa anche a livello personale.

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