Notizie dall’Amiata di Eugenio Montale

 

irpinia 31 gennaio 2016 cesinali

Il fuoco d’artifizio del maltempo

sarà murmure d’arnie a tarda sera.

La stanza ha travature

tarlate ed un sentore di meloni

penetra dall’assito. Le fumate

morbide che risalgono la valle

d’elfi e di funghi fino al cono diafano

della cima m’intorbidano i vetri,

e ti scrivo da qui, da questo tavolo

remoto, dalla cellula di miele

di una sfera lanciata nello spazio

e le gabbie coperte, il focolare

dove i marroni esplodono, le vene

di salnitro e di muffa sono il quadro

dove tra poco romperai. La vita

che t’affabula è ancora troppo breve

se ti contiene! Schiude la tua icona

il fondo luminoso. Fuori piove.

***

E tu seguissi le fragili architetture

annerite dal tempo e dal carbone,

i cortili quadrati che hanno nel mezzo

il pozzo profondissimo; tu seguissi

il volo infagottato degli uccelli

notturni e in fondo al borro l’allucciolio

della galassia, la fascia d’ogni tormento.

Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro

è di chi va solitario e altro non vede

che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.

Le stelle hanno trapunti troppo sottili,

l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,

i rampicanti anch’essi sono un’ascesa

di tenebre ed il  loro profumo duole amaro.

Ritorna domani più freddo, vento del nord,

spezza le antiche mani dell’arenaria,

sconvolge i libri d’ore nei solai,

e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione

del senso che non dispera! Ritorna più forte

vento di settentrione che rendi care

le catene e suggelli le spore del possibile!

Son troppo strette le strade, gli asini neri

che zoccolano in fila danno scintille,

dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.

Oh il gocciolìo che scende a rilento

dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,

il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,

il vento che tarda, la morte, la morte che vive!

***

Questa rissa cristiana che non ha

se non parole d’ombra e di lamento

che ti porta di me? Meno di quanto

t’ha rapito la gora che s’interra

dolce nella sua chiusa di cemento.

Una ruota di mola, un vecchio tronco,

confini ultimi al mondo. Si disfà

un cumulo di strame: e tarli usciti

a unire la mia veglia al tuo profondo

sonno che li riceve, i porcospini

s’abbeverano ad un filo di pietà.

(Eugenio Montale, “Le Occasioni”, 1951)

 

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