Come uno sputo nel piatto

La bellissima recensione di Monica Pareschi al mio romanzo ” Non smetto di aver freddo” sul n.2/2017 dell’Indice.

Come uno sputo nel piatto

di Monica Pareschi

Emilia Bersabea Cirillo
NON SMETTO DI AVERE FREDDO
pp. 352, € 16
L’Iguana, San Bonifacio (VR) 2016

In un Sud plumbeo che trasuda umido e muffe, nel freddo appenninico che penetra attraverso la trama infeltrita dei maglioni e ghiaccia le ossa, dove la luce fatica a insinuarsi tra mura di pietra in sfacelo e facciate di cemento cresciute senza grazia e il sole ferisce senza schiarire, due bambine crescono senza amore: “sola come uno sputo nel piatto” eppure bianca e miracolosamente intatta Dorina la bionda, Dorina la bella; preda di un eros vendicativo e rabbioso Angela, sorella di solitudine cupa e speculare, segnata da una bruttezza irrimediabile, ossa aguzze, occhiali spessi e neri denti di ferro; figlia di puttana, figlia del disamore. Unite tuttavia da un patto scellerato che passa per il desiderio cieco dei corpi cuccioli e poi adolescenti, dove la rivelazione terrorizzante del sesso si mescola al disgusto, la carezza alla brutalità del frugare, il dito si fa artiglio, la lingua sonda schifosa e viscida, la pelle epitelio freddo di mollusco e l’osceno della carne trasmuta in una vagheggiata unione mistica: “io sarò per te e tu per me” dice Angela, e le parole sembrano echeggiare quelle tra Cristo e un’altra Angela di luce e di buio, la Beata da Foligno: “Tu es ego et ego sum tu”, tu sei me, e io sono te.

Se appare mistico e perciò annientante il legame tra le due protagoniste, è tuttavia alla tradizione della grande narrativa realista che sembra guardare il bel libro di Emilia Bersabea Cirillo: romanzo di durezze e fatiche concrete del vivere, dove degrado ambientale, politiche dissennate del lavoro e crisi economica avvelenano esistenze che annaspano per non perdersi, scavano abissi di incomprensione affettiva, congelano amori che forse in luoghi meno ingrati si sarebbero potuti salvare, ed è notevole che in una narrazione che si sarebbe tentati di leggere “al femminile” una parte così ampia sia dedicata al dolore dei maschi: un dolore che certo è il risultato di uno sgretolamento dei ruoli tradizionali ma è reso più crudo dall’umiliazione sociale e da un’impotenza che è anche figlia di povertà materiale.

Mentre gli uomini si dibattono tra affetti disattesi, delusioni personali e politiche, cassa integrazione, sindacato e l’extrema ratiodell’emigrazione, le donne resistono e insistono all’interno di vite che non hanno scelto ma che vanno rese dopotutto vivibili. E così, tra orfanotrofio, casa, carcere e casa-carcere si muovono Dorina e le altre, nutrendosi a vicenda di parole e di cibo, perché in questo romanzo davvero “la frase d’amore più vera, l’unica, è: hai mangiato?”. Quest’arte di nutrice trasmessa dalle suore dell’istituto che accoglie Angela e Dorina da piccole diventa professione per Dorina la frigida, colei che non sa nutrirsi d’amore ma finisce per dispensare cibo amoroso nella più truce delle case, la prigione appunto: “Perché nessuno è infelice quando mangia”, come spiega Dorina allo psicologo del carcere.

Uscire dal carcere freddo della vita: è questo il percorso necessario per Angela e per Dorina, e ciascuna lo farà a modo proprio, e secondo la propria indole e il proprio destino, in un romanzo che per costruzione fa spesso pensare ai grandi classici dell’Ottocento inglese; non a caso i romanzi delle Brontë sono tra le letture predilette dalle due bambine, e se Cime tempestose è appropriatamente il libro di Angela – l’amore mai adulto che divora, annette e distrugge, l’amore-odio che non esce dalla prigione deformante dell’io – c’è molto di Jane Eyre nell’esordio esistenziale delle due orfane, e poi nei colpi di scena risolutivi che vedono Dorina ritrovare il filo della propria storia personale e acquisire una temporanea indipendenza economica assieme alla possibilità, finalmente, di scegliere la propria vita. È questo radicamento profondo nella grande letteratura classica femminile europea, con amore e denaro in primo piano, e allo stesso tempo una lingua che non teme di calarsi nelle pieghe degli idiomi regionali, una lingua affettiva, brutale, odorosa e corporea, sempre letteraria, a costituire l’originalità di questo romanzo arcaico e insieme nuovissimo.

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