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La grande assente

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In questo corpo perfetto, costruito secondo le leggi estetiche del buon gusto comune, è assente la vita, la parola, il battito del cuore.

E’ assente il sentimento, quella piccola cosa imponderabile che ci fa sudare, impietrire, piangere, ridere, aspettare, lasciare, amare, sopratutto amare, e non solo noi stessi, ma l’altro da noi, il mondo intorno a noi.

Eppure queste forme fisiche femminili, grandi bambole di compagnia e di piacere esistono, vengono prodotte, vendute, hanno conquistato il mercato di un sesso silenzioso, unilaterale, forse anche morboso.

Le donne devono essere come bambole, per piacere? Assenti, senza sentimenti, solo forma, senza  bisogni, senza speranza? Un po’ come sta accadendo con la Politica, che mette al governo graziose donne senza esperienza, ignare dai desideri della gente comune,  sicure che si può fare la spesa con ottanta euro al mese! Eppure quelle donne hanno il potere di decidere per noi, per la nostra vita, per il lavoro dei  miei figli, per la mia salute, per la mia pensione, per i miei servizi.

 Rifletto in questo giorno, l’otto marzo, che non è privo di significato per me, anche se non ha più i significati di un tempo. La vita è andata avanti, ha chiesto puntuale sempre il conto, tra doveri e piaceri non so cosa sia in attivo, la vita è stata una corsa forsennata a mantenere, per non rovinare, equilibri instabili, eppure non mi sono mai mossa da dove ero. Da dove sono. Tutto procedeva, sempre uguale, sempre diverso, gli anni si sono accumulati, le facciate dei palazzi si sono sbiancate, le gronde sono state otturate da foglie limacciose.

Noi abbiamo creduto che questa città, chiusa in una cassa come la bambola in fotografia, fosse una città assente! Fosse diventata, la città,  la grande assente della nostra vita, deprivata negli anni di quella provinciale bellezza gozzaniana, che ci aveva accompagnato e rassicurato nella giovinezza.

Ma oggi mi sono dovuta ricredere. Ho partecipato ad un incontro per l’otto marzo, e ho ascoltato storie commoventi di donne nigeriane approdate in questa città, alla ricerca di una cittadinanza, di un avvenire migliore. Ho parlato con Silvia, e ho saputo che dopo tanti anni di lotta, la grande fabbrica Iribus si riapre, ho visto Rita che lotta da sempre per i diritti dei cittadini nella Valle del Sabato, ho ascoltato le poesia di Monia e Antonietta, ho abbracciato Maddalena e Letizia, che portano avanti la loro associazione di Cittadinanza accogliente. La grande assente non era la gente, che chiede, spera, combatte, che a dispetto di tutto ama e vive in questa città, ma la Politica, che ignora i nostri diritti e non ascolta i nostri desideri.

 Mi è sembrato che questa città, proprio quella bambola senza volto, .potesse animarsi, uscire dalla scatola dove si è relegata, regalarci ancora tante sorprese.   Sopratutto offrirci una vita degna di essere vissuta.

Sono andata via dal circolo della Stampa piena di speranza.

 

 

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5 pensieri su “La grande assente

  1. Flottweg ha detto:

    La prima prova scritta che dovetti affrontare alle scuole medie fu un tema di italiano. Era un lavoro da fare a casa, una specie di studio comparato fra la trascorsa esperienza elementare e l’approccio alle medie inferiori, nell’ottica di un assunto che la prof. non smetteva mai di ripeterci e che più o meno faceva così: ora voi non siete più scolari, siete diventati studenti!
    Cosa esattamente fosse questo essere diventati studenti non lo capivo, ma neppure potevo escludere di arrivarci un prossimo domani; o forse lo capivo benissimo, ma preferivo non volermene fare una ragione. Sta di fatto che, avuto in carico questo lavoro, la stesura finale divenne un’opera a quattro mani, io con il signor Germano, divenuto ormai nume tutelare oltre che gestore unico delle mie cosiddette espressioni scritte. Era lui cioè ad attendere, insieme alla verifica dei compiti, pure alla formazione del mio pensiero e delle mie idee, quelle che io, in una sorta di adulazione inconsapevole plasmavo sempre più simili alle sue. In pratica si trattò né più né meno che di un dettato, dove il signor Germano guidava la mia penna a quelle parole che sarebbero poi diventate, a scuola, l’immagine di quel me da esporre al resto della classe e alla prof. E in chiosa alla scrittura, pure, l’altisonante dichiarazione secondo cui fosse quella, la scuola media, la segreta fucina che avrebbe forgiato il futuro cittadino.
    Non me lo ricordo che voto ne ricavai. A dire il vero rammento poco dei voti che prendevo allora, ma molto, invece, degli esiti sempre deplorevoli di quel brutto carattere che avevo. Tanto per fare un esempio, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie, quando le varie diverse classi del distretto scolastico vengono frammentate e ricomposte per sezioni, tipo A, B, C, talvolta anche D, a seconda del numero degli allievi, pardon, studenti, accade che fra questi nuovi estranei vengano sperimentati nuovi livelli di selezione. Nuovi poi per modo dire, perché alla fine si trattava di quelle stesse prove, sfide, confronti e tiri mancini che si usavano alle scuole elementari, forse rifiniti da una più evoluta strategia; un modo non migliore d’altri per definire i soggetti dominanti e quelli da dominare, le vittime e i carnefici di turno. Così ci si prendeva l’uno con l’altro le misure: in palestra a ginnastica, durante l’intervallo nella scelta della compagnia e in aula, tanto con le votazioni quanto con l’atteggiamento nei confronti degli insegnanti, ora non più maestri ma professori. E ci si faceva molti scherzi, da leggere ovviamente come prove di coraggio. E un bel giorno accadde pure a me di subirne uno.
    Quale scherzo fosse non me lo ricordo, ma doveva essere di spessore notevole se l’autore se ne era rimasto a ridere dall’intervallo fino al rientro in aula. A me non andava di arrabbiarmi platealmente e nemmeno di trovare un modo per farmi giustizia. Dirlo al docente di turno lo escludevo a propri, che già alle elementari, sempre cercando protezione dai maestri ne avevo cavato un pugno di mosche. Era successo in terza, che per il fatto di trovarsi al secondo piano della scuola mi pareva fosse come un trapasso ad un non-so-che di superiore. L’anno scolastico doveva essere cominciato da poco perché facevamo l’intervallo nel lungo corridoio – quello, per altro, dove sarei stato poi cacciato, un po’ più in là nei mesi, sempre in terza elementare, perché la maestra reputava spiacevoli certe mie iniziative. In ogni caso, il giorno della cosiddetta burla elementare era accaduto che a qualcuno, o più d’uno, fosse venuto il piglio di attribuirmi, non so se a ragione o torto, qualche poco simpatico appellativo. Non lo so se accadde per una mia provocazione o se fu per pura gratuità, ma sta di fatto che, tutto tremante nella flebile interfaccia fra il livore e la costernazione, e ancora fiducioso verso la presunta autorità della signora maestra, che se ne stava contro il davanzale insieme agli altri insegnanti intervallando occhiate di controllo a chiacchiere con gli altri due, andai lì a dire che gli altri bambini mi stavano prendendo a brutte parole – all’epoca, gli insulti ancora li definivamo così, brutte parole. Ma la maestra, reputando non dovesse trattarsi di un evento straordinario o gravissimo, rispose suggerendomi di sperimentare l’espediente della tolleranza. Anche gli altri due intervennero nella questione, osservando che se ci si fosse dovuti lamentare sempre per ogni singola brutta parola ci si sarebbe ritrovati a trascorrere tutta la vita a piangere, o qualcosa del genere.
    Nessun intervento, quindi. Nessuna, per così dire, protezione dedicata, come invece era accaduto l’anno prima, in seconda, quando un mio compagno di classe mi colpì alla testa con una pietra e la maestra di allora lo chiamò a rapporto davanti a tutti. Niente.
    Era ora, cioè, visto che stavamo al piano superiore ed eravamo iscritti alla seconda sessione del corso didattico, che io imparassi, se non a farmi rispettare, quanto meno a saper tenere lontane le provocazioni. Discorso legittimo, per carità, sebbene difficile da condensare nel tempo di una frazione dell’intervallo delle lezioni o nell’ottica della mentalità di un bambino di otto anni. Bambino che, scorato dal non aver nuovamente guadagnato l’attenzione e le difese da parte di quest’altra maestra dovette tornarsene indietro, non senza però rinunciare ad una specie di ultimo disperato appello, o capriccio che fosse, frignando cioè in lacrime (si era finalmente spezzata la flebile interfaccia): ma io non sono un bastardo.
    Memore allora di tali trascorsi, come detto prima, valutai inopportuno coinvolgere il docente, anche perché ormai, in prima media, di anni ne avevamo già undici, mica scherzi, e questo sebbene che il mio malanimo fosse di tutt’altro avviso. Si può dire che bollivo quasi fischiando come una pentola a pressione, e anche se sapevo fosse meglio non reagire, una valvola di sicurezza, per dire, me la dovevo aprire. L’idea che mi venne fu quella di uno sfogo, allo stesso modo potente ma segreto. Una cosa mia, fra me e me, e idealmente diretta a quel furbastro che ancora rideva alle mie spalle. Così, al fondo di un quaderno, sull’ultima pagina di copertina, andai a scrivere: Roberto Milanesio è un bastardo e un puttanoide.
    Ci dovetti pensare un attimo prima di creare quella specie di neo parola, perché ci voleva qualcosa di appropriato per l’occasione, e una parolaccia qualsiasi non mi sembrava sarebbe stata sufficiente. Adesso non voglio indagare sul perché, nel bisogno di denigrare qualcuno, anche privatamente, volessi farlo in quel modo. Conoscevo già l’epiteto figlio di puttana, ma in qualche maniera mi pareva non bastasse. Ci voleva qualcosa di più forte, fosse anche solo per poi bearmi dell’idea di pensare: prendi e porta a casa. Certamente avrei potuto risolvere la cosa in mille altri diversi altri modi, magari provando a riderci sopra se non proprio a lasciar perdere, come si fa con quelle cose a cui non si vuole dar peso, ma il mio ego di allora, forse, ancora non sapeva gestire simili livelli di frustrazione.
    Qualcun altro però, fu di diverso avviso. A casa, venuta sera, fatti i compiti e preparata la cartella, io e mio fratello ricevemmo la solita visita del solito signor Germano che, come al solito, veniva a darci un’occhiata, metti mai non avessimo combinato qualche guaio, e pure per guardare com’era che andavamo con la scuola. In genere, poi, quel signore si fermava anche a cena, ma questo è un altro discorso; come per quando, all’ora della buonanotte, noi andavamo a dormire lasciando lui e la nostra mamma insieme e già sapendo che la mattina dopo non l’avremmo riveduto. Il signor Germano allora esaminò accuratamente ogni cosa, prima dedicandosi a mio fratello e poi a me. Stefano stava seduto al suo scrittoio fra la mia scrivania e la porta d’ingresso, il signor Germano esaminò i suoi compiti, il diario, tutta la cartella e pure i cassetti. Io lo guardavo evitando di muovermi e cercando col pensiero di capire se per caso avessi da qualche parte una qualsiasi cosa che, non si sa mai, potesse venire giudicata inopportuna. Non mi veniva in mente nulla. Sapevo che gli esercizi che avevo di compito erano fatti e, in un certo senso, almeno in teoria, c’era poco di cui dover temere. Finito con Stefano il signor Germano venne da me, ripetendo tal quale la stessa procedura. Diario, compiti e poi la cartella; il portapenne, i libri uno per uno e tutte le altre cose. E finalmente giunse a quel quaderno, sfogliandolo pagina per pagina. Arrivato che fu a quella frase rimase un momento a studiarla, poi, rivolgendosi verso di me, mi chiese spiegazioni. Io non riuscivo a dir nulla. Cioè: pensavo di non aver niente da spiegare e nemmeno avrei mai immaginato di doverlo fare, però non mi usciva di bocca una sola parola. La verità era che avevo paura. Già lo sapevamo che quel signore era solito picchiarci quando facevamo degli errori e quello, in effetti, mi aspettavo succedesse, forse segretamente sperando che accadesse il più tardi possibile. La nostra mamma di lì a poco sarebbe tornata a casa e, sebbene non ci avesse mai difesi, in un certo senso era pur sempre la nostra mamma. Una punizione l’avrei ricevuta, ma forse sarebbe stata, per così dire, in qualche maniera contenuta.
    Purtroppo non si fece a tempo, e i ceffoni del signor Germano arrivarono prima. Lui si alzò da dietro la scrivania dove stava seduto, mio fratello gli stava davanti, al suo scrittoio, e io ero lì di fianco, in piedi, mentre il signor Germano mi colpiva con le sue mani enormi. Stefano ci guardava senza riuscire a dire nulla. Mentre mi picchiava, il signor Germano urlava che la nostra mamma tutti i giorni si toglieva il pane di bocca affinché noi potessimo affrontare gli studi in maniera dignitosa, e io la colpivo alle spalle sciupando le sue fatiche, il suo inchiostro e la sua carta per scrivere castronerie di quel genere. Fu in quel momento che la nostra mamma tornò a casa. Subito il signor Germano la informò sull’ordine e la natura dei miei crimini – guarda che cos’è che fanno i tuoi figli. Dopodiché, pensò bene di apportare una più significativa variante alla pena che avrei dovuto scontare. Sarei dovuto andare dal Preside a far vistare quella pagina, facendomi poi carico di tutte le conseguenze del caso. Inoltre, approfittando della possibilità di redenzione che mi veniva offerta, avrei dovuto implorare il perdono di mia madre niente meno che supplicandola in ginocchio.
    Avevo sentito benissimo quella frase, ma mi rifiutavo di capirla. Non volevo riconoscerla, mi sembrava una cosa assurda, da non avere un suo senso proprio, un logica, ma non ci fu modo di rifletterci sopra o dire alcunché, perché dal signor Germano arrivarono altri ceffoni.
    Mamma taceva, non diceva nulla. Se ne stava ferma appoggiata allo stipite della porta e mi guardava. Io pure la guardavo, o forse no, che in quel momento non sapevo cosa guardare, né chi o dove. Probabilmente non guardavo, nel senso che vedevo le cose ma volevo starci lontanissimo. Via, fuori di lì, senza nulla voler vedere di quel che vedevano i miei occhi.
    Sentivo mio fratello fermo seduto alle mie spalle, sapevo che c’era ma non cosa stesse facendo. Pure lui non diceva una parola. A volte si parla di atmosfera irreale in determinate situazioni, ma in quel momento era tutto talmente vero che la fatica peggiore era quella di provare a fare in modo che fosse solo un incubo, e ancora più grande era lo sforzo per provare a fuggire di lì almeno col pensiero, ma niente, non ci fu nulla da fare. Cioè alla fine dovetti inginocchiarmi, non avevo altra scelta, come se nient’altro fosse più possibile. Più niente da fare o da dire.
    Per tutta la durata di quel tempo la nostra mamma era rimasta ferma, immobile, senza muovere un muscolo, né un occhio, né dire una parola. Mio fratello pure, spettatore silenzioso. Non so perché, ma contro il signor Germano non abbiamo mai coalizzato per difenderci l’uno con l’altro. Probabilmente nessuno, in quel frangente, avrebbe potuto intervenire in qualche modo. Il resto della giornata sarebbe andato avanti per poi finire venuta notte, e ricominciare la mattina dopo. Nel mentre, il mio pensiero se ne stava tutto teso, se non a rimuovere, a occultare l’episodio nella maniera migliore, in modo cioè da non doverci più pensare, non averne più da soffrire. Ma non avevo valutato il fatto che la nostra mamma, in qualche modo, ci sarebbe ancora tornata sopra. Accadde il giorno dopo, a tavola, quando lei appunto venne a chiedermi se mi ero ricordato di andare dal Preside, a fargli vedere quella frase.

  2. Flottweg ha detto:

    All’epoca delle scuole medie io e mio fratello leggevamo per lo più il Topolino che zia Maria ci portava quando veniva su a trovarci. Le sue visite erano organizzate a settimane alterne, una domenica sì e una domenica no, e noi ogni volta l’attendevamo già sapendo che avremmo ricevuto ciascuno la nostra parte di pensierino spettante. Giornalino, caramelle, dolciumi e giochi tutti sempre rigorosamente in doppia copia, parti uguali una per ciascuno, perché se no, diceva zia, ci saremmo azzuffati. Cosa ci fosse di vero in questo, nel fatto che non sapessimo, come fratelli, gestire doni diversi magari scambiandoceli fra di noi, doveva risalire a certe dispute fondate su di una sciagurata accezione dell’affetto, attriti dei quali ho conservato qualche memoria, insieme alla cronaca di certe mie spiacevoli iniziative.
    Io ero geloso di mio fratello, perché mi sottraeva una parte della mamma e di quelle persone che per 23 mesi si erano dedicati a me soltanto, e che avevo acquisito come una sorta privilegio esclusivo, e non era pensabile nemmeno per teoria che lo si potesse in prospettiva dividere con qualcun altro. Certo c’era mio padre, ma in qualche modo dovevo essere riuscito a distinguere le pertinenze, le quote-mamma di spettanza e le quote-papà. E poi c’erano gli altri parenti. Io lo sapevo che mio fratello era figlio anche lui della mia stessa madre, ma non lo riconoscevo parte della stessa famiglia. Più che un estraneo, lo consideravo un pericoloso concorrente, da osteggiare in ogni caso e al quale nulla concedere. Per quel che ne sapevo ero nato per primo, ero il più grande, e non potevo permettere che un altro si potesse ritagliare uno spazio esclusivo quanto il mio. Le cose per lui dovevano quindi essere anche mie, e poco importava che qualcuno fosse obbligato a procurarle doppie. Era un protocollo che non ammetteva eccezioni.
    Mamma per un po’ ci aveva provato, a sperimentare opzioni dedicate. Figurarsi che una sera, all’epoca di quando lei e papà stavano ancora insieme, era tornata da spesa con due regali: un Viaggio al centro della Terra, il libro di Verne, e un Topolino edizione mensile. Una cosa per ciascuno, e quando avete finito ve le scambiate. Per una qualche oscura ragione, forse, mamma aveva saputo valutare che uno di noi due, cioè io, fosse più portato verso i libri che non verso i giornalini – forse. Molto probabilmente lo aveva immaginato da come stavo ogni giorno a spulciare sui volumi di una enciclopedia appena arrivata in casa – dono della solita zia Maria. Infatti io scelsi il libro, che iniziai a sfogliare tenendo un occhio fisso su mio fratello. Fra non molto sarebbe stata ora di cena, e nella mia mente stimavo che lui ci avrebbe messo poco a leggere il giornalino, che sarebbe così passato a me. Per quel che ne avevo capito il libro raccontava la storia di una calata, non si sa come né perché, all’interno di un vulcano. Forse poteva essere interessante forse no, ma se mi fossi messo a leggere non avrei fatto a tempo, prima di cena, ad avere anche il Topolino, e il libro, ora che sapevo più o meno cos’era, avrei pure potuto leggerlo in altro momento. Solo che mio fratello ci stava mettendo troppo, e più aspettavo, meno avrei avuto la possibilità di ribadire il mio presunto diritto di priorità. Così tentai una piccola astuzia, andando da papà a reclamare il mio turno perché il libro lo avevo già finito. Lui mi guardò un po’ stupito, meravigliandosi che avessi fatto così in fretta e, pensando forse di darmi una lezione, mi guardò in faccia e mi chiese quale fosse, l’ultima parola di questo libro che avrei letto in dieci minuti. E fortuna volle, per così dire, che l’avessi appena vista quella parola – nord. Al che mi chiese in quale capitolo del libro stava, e guarda un po’, anche quello lo avevo appena visto – capitolo trentunesimo. Fu così mio fratello dovette arrendersi, se non proprio alla mia volontà, quanto meno alla mia furbata.
    Zia Maria ragionava diversamente e, avendone la possibilità, preferiva portare doni raddoppiati. Nella sua logica, probabilmente, immaginava che così si sarebbero evitate insane discordie, sebbene rimanga un mistero come mai la mamma non sia mai voluta intervenire nel merito. Così il costume è sopravvissuto nel tempo e i due ragazzini, uno appena adolescente e l’altro ancora bambino, hanno forse elaborato che la loro crescita, e tutta l’esistenza che ne sarebbe seguita, avrebbe viaggiato su percorsi esclusivi. Rette parallele che a volte si accostavano, ma per pura semplice coincidenza. E nulla di tutto quel che abbiamo avuto, sia da questa parte che da tutte le altre, è mai stato fatto sopravvivere fino all’anno successivo. L’inflazione dei balocchi avrebbe prodotto nel nostro animo un’indole distruttiva, un utilizzo votato più al consumo, nel senso pieno della parola, alla distruzione più che non alla conservazione. Tanto, ragionando idealmente, tutto sarebbe comunque ritornato. E nelle urla della nostra mamma, quando tentava di farci pesare l’apparente lusso nel quale venivamo cresciuti, forse ci poteva pure stare una quota di accidia, derivata dal fatto che la benefattrice, zia Maria, era sorella di nostro padre, che già da prima del divorzio aveva fatto di tutto per lasciare di sé un pessimo ricordo. E la povera mamma rimaneva così sola a dibattersi fra una civiltà di rapporti da insegnare e da mantenere e una, volendo, legittima rivalsa contro la famiglia del suo futuro ex consorte, che sarebbe poi fuggito verso migliori sponde. Forse si trattava di ambivalenza mal gestita, magari acredine soffocata che sfuggiva quando in eccesso. Mamma era sempre bene non farla mai arrabbiare, come qualunque altro genitore del resto. Peccato però che lei, oltre che per i suoi figli, sovente stava arrabbiata già del suo.
    Era il tempo delle scuole medie allora, e quel giorno la sgridata era tutta per me. La scuola, i miei doveri, il modo che avevo di osservarli e i compiti che non mi si vedeva mai svolgere. Altro che libri di studio: solo sempre Topolino avevo fra le mani. E mamma, che quel giorno doveva essere di umore un po’ più teso del solito, dopo avermi riempito la cartella con numeri del giornalino stava dicendo (forte e chiaro) che sarei dovuto andare a scuola con quelli invece che con i libri. Io pure però, che quel giorno forse non avevo molta disponibilità a reggere rimbrotti e lamentele, risposi con alcune parole che a mia madre, probabilmente, non dovettero andare a genio. So che non erano insulti, per carità, anche perché non mi sarei mai azzardato a tanto, ma qualunque cosa fosse, bastò a farle perdere del tutto la pazienza. Ero lì, seduto alla scrivania, le spalle la parete, dalla parte verso cui si accedeva al bagno, e fu un attimo: mamma sparì per un istante, sentii sbattere lo sportello dei medicinali e poi vidi la sua mano, velocissima contro di me. Chi lo sa se avevo visto davvero. Chi lo sa se avevo intuito. Nessuno potrà mai dirlo, ma io sapevo benissimo cosa stava accadendo. Sentii sulla coscia destra un dolore forte, come quello di una puntura, ma molto più intenso. Mia madre mi aveva piantato nella gamba le forbicine ricurve, quelle da cucito, che a volte usavamo per tagliare la garza. Sentivo un male pulsante, vedevo un alone di sangue che si fermava sui jeans ed ero completamente paralizzato dalla paura. Con la stessa identica velocità mia madre ripose le forbici prese i cerotti, mi disse di abbassare i pantaloni e ne mise uno sulla ferita. Il sangue non si fermava e così prese una garza e ci mise sopra un tipo di cerotto diverso. Però mamma era arrabbiatissima, perché il mio comportamento, diceva, la obbligava sempre a fare cose di questo genere. Dovevo imparare a misurare gesti e parole invece di star sempre a replicare.
    Alla fine la ferita alla guarì da sola e divenne una piccola cicatrice. Ma quel segno che mi si andava formando sulla gamba fece maturare in me qualcosa come una forma di culto, tipo una specie di devozione. Avevamo in casa una dotazione di aghi e siringhe, roba che la mamma utilizzava per andare a fare le iniezioni. Già ne aveva fatte a me, all’epoca del reumatismo articolare, e continuò a farne poi, una tantum, a chi in paese poteva averne bisogno. Un modo come altri per far su qualche lira. Mi ricordo che prendevo l’ago più lungo del corredo e lo infilavo nella cicatrice. Lo sa il Cielo perché lo facevo. Avevo letto nell’enciclopedia che dentro le gambe c’erano le ossa e forse le volevo toccare, o magari pensavo di sondare in qualche maniera quel che poteva essere l’interno di me, va’ a sapere. E non sentivo nessun tipo di dolore mentre affondavo l’ago, che fermavo quando incontravo una resistenza un po’ più solida che, nella mia fantasia, pretendevo fosse quell’osso chiamato tibia.
    Anche questo episodio, come molti altri, se ne andò sepolto dal passare le tempo. Soltanto una volta, più o meno trent’anni dopo, avrei provato a parlarne con mia madre. Forse potevano pure non essere fatti miei, ma mi interessava di capire cosa poteva esserle passato per la testa. Come mai, con tutto quel che avrebbe potuto fare, proprio quello le era venuto in mente. Lei iniziò a dire che una cosa così non era accaduta mai. Lo slogan preferito, in occasione di tutte le mie domande sul nostro comune passato era che, per quanto ne sapeva, aveva dimenticato, cioè rimosso, tutte le brutture della sua gioventù, che s’era liberata del peso dei suoi sofferti trascorsi e che, finalmente, poteva vivere senza doversene mai più occupare.
    Fu l’unica volta, quella, in cui provai non dico a risolvere il dubbio o l’ansia o il non so cosa che da allora mi trascinavo dietro, ma almeno parlarne. La chiosa però apposta da mia madre non permise replica alcuna: stai ancora a preoccuparti di queste cazzate.

  3. Flottweg ha detto:

    Lunedì, 7 luglio 1975. Era periodo di ricorrenze patronali e il paese brulicava ogni giorno di gente nuova. C’erano locali perennemente chiusi che venivano affittati a espositori e rivenditori, la Banda del Municipio con le figuranti in costume, la Guardia Municipale che passava casa per casa raccogliendo offerte per non so più quale iniziativa e la piazza piena di giostre e baracconi. Forse già le conoscevo, le giostre, magari me le ricordavo da quando stavamo a Savigliano, ma la prima esperienza di cui ho memoria risale alla Chiusa, non va più indietro. Doveva essere due, tre, quattro anni prima o poco più. Eravamo appena arrivati, avrò avuto cinque, sei, sette anni, o qualcosa del genere ed ero con la nonna Gioietta, la mamma di mio padre. Mi aveva accompagnato a vedere le giostre e quando le dissi che volevo salire sull’autoscontro lei acconsentì, ma io, una volta piazzato in vettura, non seppi né che fare né dove girarmi e non trovai di meglio che infilarmi in un ingorgo. Però mi ci piantai male, battendo la faccia non so dove e cominciando subito a perdere sangue dal naso. Fui raccolto e riconsegnato alla nonna, che era rimasta ad attendermi a bordo pista, e su quella giostra non ci sarei mai più risalito. Mi ci sarebbero voluti degli anni per capire la vera natura di quella bella pensata: semplicemente, mi ero trasfigurato in quel che avevo di mio padre, della sua guida scriteriata e di tutti gli incidenti in cui ci aveva coinvolti. Non si sa bene perché, forse solo mera ingenua adulazione, bisognava che emulassi le gesta di mio padre per quel che erano o, come potrebbe dire qualcuno, al di là del bene e del male, e mettendo in conto che un bambino tanto piccolo, forse, il bene poteva solo immaginarlo e il male ignorarlo del tutto.
    Stesso discorso per il tiro a segno. Che in teoria ci stava che un bambino volesse provare a far finta d’essere grande sparando col fucile, non fosse che mio padre, proprio allora, aveva ceduto alle tentazioni di certe reclame facendosi spedire a casa un fucile ad aria compressa, uguale a quello delle giostre. Papà ci si esercitava sparando in casa, facendo sfoggio con i suoi amici di non so quali abilità – tutto sommato era sempre mio padre. Se non che, dopo aver fatto a pezzi un po’ troppe suppellettili dovette (lui o la carabina, o tutti e due insieme) soccombere alle ire funeste della mamma. Così il tirassegno si aprì e si chiuse con una sola singola esperienza, subito poi archiviata e mai più riaperta. La giostra invece che teneva banco più di tutte era il cosiddetto telecombattimento, che noi ragazzini usavamo identificare con l’eufemismo di otto volante o autovolante. Si trattava di vetture attaccate alle braccia di un ragno e con un motore che le faceva girare; navicelle che si potevano alzare ed abbassare simulando raffiche di fuoco. Ci si stava sia in coppia che in singolo, e se non era accattivante il fascino del (quasi) volare, probabilmente lo era la possibilità, anche solo per finta, di spararsi addosso l’uno con l’altro, magari vincendo pure il premio della corsa omaggio.
    Il patrono alla Chiusa non era uno solo, ma due, Pietro e Paolo apostoli santi, a cui era intitolata la principale chiesa parrocchiale. Dico la principale perché ce n’erano altre tre, tutte sconsacrate, delle quali non mi sono mai interessato, sebbene mi sembrava curioso ci fossero così tanti edifici sacri in un paese di quattro gatti. Questa chiesa dei SS. Pietro & Paolo era in ogni caso più grande, e avrei iniziato a frequentarla assiduamente dopo la Prima Comunione, un po’ per prassi, visto che ero diventato Soldato di Cristo, e un po’ perché così facendo eludevo il rito dei lavori domestici di fine settimana – e si taccia chi volesse ricordarmi che fu in quella chiesa che si sposarono i miei genitori.
    Quel che a me interessava di tutta la parafrasi della ricorrenza patronale erano le giostre in piazza, i giochi e il divertimento; l’idea che forse, con quel temporaneo distacco dalla vita quotidiana, potessero in qualche modo stemperarsi tutte le tensioni e i disagi accumulati nel resto dell’anno. Tutto in una volta e tutto in una settimana. Era quello, più o meno, il tempo di permanenza della bolgia, e ci si andava praticamente sempre. Io, mio fratello, i parenti durante le visite, e non mancava occasione, con un po’ di bronzo in faccia, per ottenere ogni tanto qualche soldino in più.
    Quella sera di luglio allora, che la festa patronale era ormai alle ultime battute e le giostre sarebbero presto andate via, a me e a mio fratello poco interessava la televisione, nonostante proponesse la proiezione di Casablanca, il film con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman. Ne sapevo poco o quasi niente, e dalle anteprime proposte dalla RAI non avevo capito di più, ma non si sa bene perché, mi si era piantato nella testa un brevissimo estratto, quello dove nel bar cantavano La Marsellaise per mettere a tacere Heinrich Strasser e gli altri ufficiali nazisti che intonavano Die Wacht am Rhein, La sentinella del Reno. Giusto solo per quella scena sarei stato (in teoria) anche disposto a sorbirmi un pezzo di commedia, nonostante le giostre appena a un passo fuori della porta di casa, la serata estiva e la gente in festa per le strade. Alla fine vinsero le giostre. Mio fratello premeva che uscissimo e anche io, tutto sommato, sarei potuto sopravvivere senza quel pezzo di televisione.
    Accade però che il signor Germano, ospite a cena, chiamatici a rapporto prima di uscire, oltre alla raccomandazione di non far tardi o combinare sciocchezze, ci diede solamente mille lire. Mille lire, e in due che eravamo, che ci avremmo fatto soltanto un giro di giostra ciascuno e senza nemmeno troppa possibilità di scelta, ma tanto era, diceva il signor Germano e tanto dovevamo farci bastare. Occorreva imparassimo che nella vita nulla fosse mai regalato e che qualunque cosa arrivasse in dono meritava il più assoluto rispetto. Il signor Germano amava questo genere di parafrasi. Un’altra bella che ci raccontava sempre era che se la nostra mamma ci dava anche solo cento lire, quelle cento lire erano sante, perché la nostra mamma le aveva sudate e noi, anziché sperperarle, avremmo dovuto imparare a custodirle gelosamente, fieri di aver ricevuto tale gesto d’amore.
    Finito il sermone e senz’altro da aggiungere, finalmente ci fu accordato il permesso di uscire. Il film in televisione cominciava proprio in quel momento, mentre scendevamo per le scale, ma erano altre, ora, le preoccupazioni che avevamo per la testa. Sapevamo che papà era andato a vivere dalla nonna, proprio lì a due passi, così concordammo il piano di fare una visitina per andare a batter cassa, anche se, ce ne rendevamo conto, non potevamo salire, prendere i soldi poi scappare. Così concordammo che saremmo stati su per qualche minuto, tanto per fare bella figura, e poi ci saremmo congedati più o meno elegantemente.
    Anche papà e la nonna erano seduti a tavola e stavano guardando Casablanca. La scena che a me interessava non lo sapevo se era già passata o ci sarebbe stata di lì a poco, e nella testa mi girava il pensiero che ogni minuto lì a far diplomazia sarebbe stato un minuto in meno a fare baldoria. Esauriti così i convenevoli, ottenute facilmente altre mille lire, ringraziammo e ce ne andammo, felici entrambi del bottino e già fantasticando di dove o come investirlo. Facemmo appena in tempo a scendere di corsa le scale e ad aprire il portone quando, una volta in strada, vedemmo la mamma col signor Germano che stavano anche loro andando verso la piazza.
    Niente da fare: fummo letteralmente catturati e tradotti a casa. Ci venne contestato l’infamante reato di vile tradimento, perché avevamo preferito gli spiccioli paterni all’amor puro di mamma nostra, al suo grande sacrificio e alla sua pelle, tutti i giorni appesa sul bastone affinché noi potessimo esserne fieri – sì, va bene, pensavo io, ma fieri di cosa? La vostra mamma, diceva il signor Germano, che stava venendo in piazza per esserci vicina, per starci accanto affinché non ci sentissimo come due esiliati (sic!), eccola ora, poveretta, che vedeva i suoi figli preferire quel padre che già una volta li aveva abbandonati. E per cosa poi, per mille lire! Vergognatevi!
    Con molta malavoglia dovemmo riconsegnare la somma, ovvero ci fu confiscata, dopodiché dovemmo restarcene entrambi confinati in casa. Fuori era ancora chiaro; il film non era ancora finito, ma quella scena che avrei voluto vedere non mi interessava più. Sentivamo i rumori e le musiche giungere fin della piazza e sapevamo si sarebbero protratti fino a tardi, ma ormai non c’era più nulla da fare. La mamma e il signor Germano si erano ritirati sul terrazzo, accomodati sulle sedie a sdraio e raccontandosi cose loro che a noi proprio non ci interessava di sapere. Cos’altro facemmo quella sera non mi sono mai più preoccupato di ricordarlo. Probabilmente siamo andati a dormire fidando in non so che cosa, ma pure quest’incidente, col tempo, sarebbe stato rimosso o forse dimenticato. Solo una cosa però, sarebbe rimasta un mistero: che fine hanno poi fatto le mille lire di papà.

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