Una bellezza superiore di Virginia Woolf

vanessa bel the weaver

dipinto di Vanessa Bell

Come diventare poeta
Mi fa piacere che tu abbia iniziato a scrivere poesia, e che lo consideri uno
degli eventi più importanti della tua vita. Ciò significa che hai intenzione di
prendere la cosa sul serio: perciò non ti dispiacerà se ti dico ti mettere via
queste poesie e di scriverne molte, molte altre, e poi di riscriverle, prima di
cercare di pubblicarle. Io non ho mai scritto poesia e dunque il mio consiglio
non serve a molto ma, dato che me le hai mandate, questo è ciò che ti
consiglio di fare. Mi piacciono: penso che tu avverta qualcosa che t’induce a
scrivere; ma c’è tanto lavoro da fare su una poesia, prima che questa riesca a
esprimere completamente i sentimenti del poeta e a comunicarli ai lettori.
Devi dunque continuare, e non badare a ciò che dico io o qualsiasi altra
persona.
Ad Ann McKnight Kaufer, 31 gennaio 1939

Una bellezza superiore

Aggiungo un poscritto per spiegare perché dico che non si deve rinunciare [a
scrivere]. Credo che la bellezza, che secondo te io a volte raggiungo, si
ottiene solo fallendo nell’ottenerla; frantumandola del tutto come si
frantumano le pietre focaie; affrontando ciò che potrebbe essere
un’umiliazione – ossia affrontando le cose che non si è in grado di fare.
Aspirare intenzionalmente alla bellezza, senza questa lotta che pare insensata,
porterebbe solo a piccole margheritine e non-ti-scordar-di-me – a una
dolcezza stucchevole – ai nodi d’amore – ma sono d’accordo che alla fine si
debba (noi, della nostra generazione) rinunciare al conseguimento di una
bellezza superiore; quella bellezza che deriva dalla totalità, come in libri quali
Guerra e pace e Stendhal, suppongo, e in alcuni di Jane Austen e Sterne; e
credo proprio anche in Proust, di cui ho letto solo un volume. Solo ora che
scrivo di questo concetto, mi vengono dubbi sulla sua verità. Non è forse
vero che nutriamo continuamente speranze? E, anche se falliamo ogni volta,
sicuramente non falliamo del tutto, non come accadrebbe se non fossimo,
dapprincipio, pronti ad attaccare l’intera questione. Si deve rinunciare sì, ma
solo quando il libro è stato portato a termine, non prima di iniziarlo.
A Gerald Brenan, giorno di Natale 1922

da “Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura”  a cura di Federico Sabatini ed. Minimum Fax

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