Scrivere la vita nel linguaggio dei corpi di Generoso Picone

«Potrebbe trattarsi di ali»: nei racconti di Cirillo donne in bilico tra dolore e speranza

Fuorimisura Una donna di Botero

ristretto il suo ambito d’azione per narrare la vita e la sua scelta di ritornare al passo breve, a 4 anni da i racconti de «Gli incendi del tempo» e a 15 da quelli più prossimi a questi di «Fuori misura», rivela una sorta di necessità di recuperare la tensione al dettaglio, alla particella e alla dimensione minimale per intercettare l’attimo in cui qualcosa accade, «acciuffare con la mano qualcosa nell’aria» direbbe Alice Munro, e lì rintracciarvi un residuo di senso, una possibile verità. Del resto, come ha scritto Svetlana Aleksievic, la letteratura non è forse l’impresa di mettere in connessione i dettagli? I 7 brani di «Potrebbe trattarsi d’ali» compongono una cartografia sentimentale attraverso l’indagine della superficie delle forme. Sullo sfondo compare una città anch’essa sfibrata – Avellino – e dal corpo ferito, fatta a pezzi e mai più ricomposto, corpo da cui sta fuggendo l’anima. Ci sono le forme di Agnese, protagonista del già conosciuto e qui modificato «Fuori misura», nasconde perché lei avrebbe voluto nascere bellissima «senza chiedere altro alla vita» e invece si ritrova debordante. Per nemesi dell’esistenza, fa la sarta, pret-a-porter di seduzione per Miss di provincia sognando di essere Grace Kelly, chatta con 10 uomini contemporeamente e poi con un tipo a cui invia la foto fatale, «sono un pacco dono colmo di sorprese. Slacciami, sfioccami», perché l’immagine della propria identità in fondo è quella che nel cuore ci si sente di interpretare. Si può essere sante o assassine, larghe o minute, magari con le bozze di ali sulle spalle, come capita a Colomba nel primo e forse più bel racconto della raccolta, «Potrebbe trattarsi d’ali» appunto, per volare e raggiungere i figli «spersi e sofferenti in giro per il mondo». Perché i corpi trattengono, sono pieni di un senza, rimandano a una mancanza e al vuoto riempito da una voce – in «Se stasera sono qui» – e reagiscono al dolore conservandone la trama di un dolore, trattengono il paradigma di una sofferenza, il segno di una lacerazione e basta un che, la parola «ccuore» prounciata forte a sciogliere un abbraccio. «Sangue mio» è il racconto di Anna, una donna romena che aveva dato il suo utero in affitto a una coppia della Napoli borghese, che torna in Italia perché malata di leucemia e ha la sola speranza di sopravvivere nel trapianto di midollo dalla figlia che non sa. In «Così ti passa la paura» Laura è svuotata dal ricordo di Peppino che non c’è più e nella casa di Bianca a Licosa riaquista un significato nella scelta della donna che accoglie ragazzini fuggiti a bordo di un gommone e precipitati in acqua e dal calco del corpo lasciato nel letto dal piccolo Mustafà prende l’energia per un nuovo inizio, il colpo di reni fino alla luce. Colomba, Rebecca, Agnese, Laura e Bianca, Anna, Giovannina e Natalina, Norma e Francesca, la bambola Soul Doll: i corpi di Emilia Bersabea Cirillo sono metafore di esistenze sfilacciate dalle perdite, dalle separazioni e dalle lontananze che però ambiscono a un’altra possibilità nella vita. Le loro vicende sono narrate in pagine venate da malinconia eppure da speranza. Il brano «Come si fa a dire se» è un esplicito omaggio a una delle sue autrici di riferimento, Alice Munro, di cui ricorda «Troppa felicità»: sulla scorta di quell’insegnamento, il racconto per Cirillo appare lo strumento più efficace a indagare e svelare i meccanismi della mente umana, a cogliere quei momenti di svolta repentina o brusca e comunque proveniente da un’urgenza e farne letteratura. In «Potrebbe trattarsi d’ali» conferma di esserne assolutamente capace.

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