La recensione di Carla Perugini – Università di Salerno

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Tornata alla dimensione privilegiata del racconto, ancora una volta la scrittrice sceglie di indirizzare lo sguardo narrante verso il referente prediletto del corpo. Il ricordo va inevitabilmente al precedente volume di Fuori misura, di cui non per caso ritorna qui il racconto dallo stesso titolo. Ritroviamo infatti nel nuovo volume non solo la scelta del corpo come veicolo propizio per il contatto col mondo, ma anche il proporlo come barriera che tale contatto impedisce, se si rivela incapace di attrarre, di piacersi, di stare vicino al corpo di un altro: ecco quindi che la protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, si sorprende a pensare «che vive immobile nel suo corpo come in uno scafandro» (p. 23). Opaca e impenetrabile come un muro di gomma, la carne fa rimbalzare le percezioni, in una negazione dell’io che rimane  nascosto a sé e agli altri. Il vuoto che si crea puo’ essere riempito, paradossalmente, solo da altre azioni del corpo stesso, come per esempio mangiare fino a diventare obesi (Agnese), negarsi l’affettività fino all’autorepressione (Camillo), immaginarsi altre vite fino al tentativo di far sparire marito e figli (Natalina), sentirsi sempre più larga per non ammettere di sentire il vuoto (Laura), o dissanguarsi per una maternità tradita (Anna). Spesso incapaci di incontrare il tu nel dialogo e nella relazione affettiva, questi personaggi preferiscono rapportarsi con animali, come Colomba, “nomen omen”, con la sua cagnetta, o con oggetti transfert, come la bambola gonfiabile di Camillo in Soul Doll, i manichini e le stoffe di Agnese, gli oggetti della figlia morta per Norma.

I corpi, strumento di conoscenza o stigma personale, non sono quindi solo natura ma anche cultura. Con l’accesso al linguaggio natura e cultura si sovrappongono, anche se la coincidenza fra le due rimane imperfetta. La metafora parareligiosa del verbo che si fa carne ci soccorre nel tentativo di comprendere che cosa facciamo quando scriviamo, per esempio di cosa avviene nel corpo di Colomba quando comincia a sentire dei bozzi sulle spalle che potrebbero essere ali. La rivendicazione del proprio nome va di pari passo con il nuovo sentire del proprio corpo, ma gli altri vi vedono soltanto una pretesa ridicola, come sottolineano ridendo il marito e i figli: “Vuoi che t’inizi a chiamare Colomba proprio adesso, che non hai mai volato in tutta la tua vita?” (p. 10).

Se il corpo nella fiction viene raccontato, in altre espressioni artistiche racconta, si fa agente immediato e diretto delle intenzioni dell’artista come nella danza, nella scultura, nel teatro o in certe performances contemporanee, che vanno genericamente sotto l’etichetta di body art, di cui forse l’esponente più inquietante, per una sorta di ricerca totalizzante attraverso il corpo che si fa ontologica, è Marina Abramovic. Nella scrittura di Emilia potremmo riconoscere una volontà di rappresentazione che l’avvicina alla drammaturgia quando, a proposito dei tempi verbali, decide di alternare al “preterito”  il presente narrativo (“Potrebbe trattarsi di ali”, “Soul Doll”, “Fuori misura”, “Sangue mio”). Se, infatti, l’uso del passato connota la letterarietà del racconto (la diegesis), l’uso del presente sollecita il lettore a una visione scenica di quanto viene narrato, a entrare nel campo della mimesis. In questi ultimi racconti l’inserimento residuale del passato verbale viene a svolgere quasi la funzione che ricopriva il coro nel teatro antico, quando un messaggero o un gruppo di attori riassumeva azioni già accadute o impossibili da rappresentare sulla scena. Ciò a cui assistiamo sono dei conflitti intimi o interpersonali, che si svolgono nello spazio deputato per eccellenza alla loro nascita e al loro sviluppo, ma anche, a volte, alla loro risoluzione: la famiglia. “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” (p. 80). Questa citazione, riferita alla maniera di scrivere della grande Alice Munro nel racconto “Come si fa a dire se”, apre a diverse interpretazioni: puo’ essere letta come una metodologia narrativa, quando dei piccoli indizi che formano la prima trama finiscono per assumere sempre maggiore rilevanza fino a scoprire una seconda trama fino ad allora soggiacente; puo’ valere per la psicologia del personaggio, che cambia e si evolve nel corso della narrazione, come succede alla Giovanna del testo appena citato, o alla Norma di “Se stasera sono qui” o alla Emanuela di “Sangue mio”. Sono personaggi volutamente asimmetrici, in cui i dettagli fisici, ora mancanti, ora deformati, ora ridondanti, distanziano l’io dal mondo, come per la mano finta attaccata al moncone di Camillo, in “Soul Doll”, “come un segno di eterno disequilibrio” (p. 50), “perché lui conosceva la mancanza e la sostituzione, il doversi accontentare del finto come se fosse reale” (p. 42). Questi corpi in bilico fra umiliazione e riconoscimento, fra consapevolezza dei limiti e volontà di riscatto, sembrano far propria l’amara considerazione di Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla: “Corriamo verso di noi, per questo non possiamo mai raggiungerci”.

Anche se la geografia di questo libro è più circoscritta rispetto a quelli precedenti di Emilia Cirillo, limitandosi alla sua città o ad altri luoghi della Campania (c’è anche una breve trasferta a Roma), il mondo vi penetra inesorabilmente grazie agli inevitabili riferimenti alle realtà del nostro tempo: la disoccupazione, la realtà virtuale, l’immigrazione, il volontariato, il consumismo… Ritroviamo l’uso spezzato della sintassi, la mescidanza fra lingua e dialetto, la narrazione metaletteraria, quando una storia è anche la messa in opera della storia stessa (in questo senso esemplare è “Come si fa a dire se”). Il lettore è invitato a partecipare alla creazione e allo sviluppo di quanti popolano questa scrittura, attraverso allusioni e ammiccamenti a personaggi reali delle nostre terre, a paesaggi a noi noti, a costumanze locali. E, attraverso noi, anche l’autrice sembra entrare di più nelle sue storie, ove pare quasi di sentire l’eco di un significativo appello della straordinaria scrittrice brasiliana Clarice Lispector in Acqua viva: “Tu che mi leggi, aiutami a nascere”.

Carla Perugini

 

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