Pecore in città

irpinia mario perrotta

foto di Mario Perrotta.

Fino a qualche anno ha, sotto la casa di mia madre, in via Derna, passava almeno due volte l’anno un gregge di pecore. La loro presenza era annunciata dal suono dei campanacci, un suono roco e disomogeneo, assolutamente inconfondibile. Correvamo al balcone per vedere. Che poi era sempre la stessa scena: un pastore che apriva il corteo, il gregge vero e proprio, le zampe nere di un cane che spiccavano in quel bianco in movimento, due aiutanti pastori che fischiavano e contenevano con ampi gesti delle braccia le bestie, e un altro pastore che chiudeva la fila. La processione durava una decina di minuti, tra l’apparire e lo svoltare verso la campagna, all’inizio di piazza Cavour, nei pressi dell’attuale Questura. Da dove venissero e dove andassero le pecore e il pastore, e perché il loro tragitto passasse per la città, non l’ho mai saputo. Potevano fermarsi nei campi dietro i valloni, a contrada Bagnoli, ad Acque del Paradiso e restare a pascolare in pace, anziché scendere per le strade rumorose e spaventare le bestie.

Era, quella scena che si ripeteva due volte l’anno, la conferma che vivevamo ancora in una città con campagna, che eravamo salvi, allora, da ogni inquinamento e da ogni possibile distruzione del paesaggio. Che era vivo quell’equilibrio, miracoloso, in verità, tra il fare manuale e quello intellettuale, che questa città aveva un passato forte da cui scaturiva, come una sorgente e la sua acqua. Non vedevo, lo ammetto, quello che silenziosamente si stava preparando, l’assurda perché non necessaria avanzata del cemento, che ha trasformato il nostro paesaggio, le nostre colline, che hanno imprigionato l’aria, la luce. Non necessaria perché il numero di abitanti, in città, non è aumentato. Anzi, alla luce delle partenze di giovani che non fanno ritorno, direi che è diminuito. Non necessario perché c’era tanto da recuperare, da abbattere e ricostruire, del nostro patrimonio abitativo, che la città avrebbe potuto continuare ad avere la sua forma di fuso, chiusa tra i due fiumicelli, com’era stata per secoli. E se anche avesse voluto, avrebbe potuto ampliarsi conservando la sua forma, decidendo di addizionare il fuso, in altri fusi paralleli al primo, per mantenere al suo interno una regola. Perché qui, come in tante città, è la regola algebrica che si è perduta. Comporre una città secondo armonia, secondo un accrescimento non casuale, non dettato dal regime delle proprietà e dalla sola scelta funzionale, è quello che ci ha insegnato il razionalismo architettonico. E’ quello che ha permesso a Vienna di espandersi e di diventare la grande Vienna e a Berlino di diventare l’esempio di città operaia senza che perdesse la sua eleganza.  E’ mancato chi sapesse tenere la matita bene in mano e che sapesse disegnare, come faceva Tessenow, una città che bastasse a se stessa, con case e giardinetti, con alberature e slarghi, con pergolati e panchine, e che fosse tutto pubblico, tutto di tutti. Qui le cose nate per il pubblico si mantengono a fatica. Manutendere costa più che mettere in piedi. Perciò gli edifici pubblici recuperati sono occupati dal vuoto. Restano bui e silenziosi come fari spenti. E le case costruite dappertutto, anche negli scarti dei fossi, restano invendute, mancando perfino l’acquirente delle periferie napoletane, che, passata la grande paura dell’eruzione del Vesuvio, decide di restare a godersi il mare e il suo paese.

Torneranno le pecore in città. Questione di anni. Ne sono sicura. Saranno richiamate dall’odore dell’erba che intanto avrà coperto le case abbandonate. Gli animali sanno passarsi la voce molto meglio di noi, che pure stiamo a bivaccare su internet.  E faranno la tana e l’ovile nelle case sfitte, sulle colline e nelle ische ormai ricoperte di rovi, come quelle della bella addormentata. Arriveranno con loro uomini senza patria, abituati a mangiare accoccolati, porteranno le loro donne nei vestiti di sole, i bambini attaccati alla schiena. E troveranno una casa tra i rovi che sapranno adattare.  Ritorneranno i pastori, che bruceranno di sera le erbe secche raccolte, mangeranno pane e formaggio, lo spartiranno con gli uomini senza patria e dormiranno accanto alla brace d’inverno o sotto un albero d’estate,  come Benino.

Saranno loro a sognare. Sarà un sogno di una città operosa, con mestieri e lavori dimenticati, una città d’acqua e di lana, di campi e di frutta, di forma e misura. Con tante pecore sparse sul prato. Come nei presepi che ci ostiniamo a fare ogni anno.

proprietà riservata di Emilia Bersabea Cirillo

da “Le zampe dei gatti hanno cinquant’anni” Mephite edizioni

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