Camere separate

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“…Anche la Madonna aveva portato, appena adolescente. Una statua issata su un trono di legno massiccio. Aveva ricevuto un solo cambio lungo la durata del percorso e la spalla su cui poggiava l’asta gli faceva male, il braccio era indolenzito, le gambe non lo reggevano più. Si sforzava di tener duro vedendo che gli altri ragazzi stringevano i denti. Poi, a duecento metri dall’arrivo, vide finalmente un confratello che li aspettava con l’ultimo cambio e allora si fece forza dicendosi, solo due passi, solo poco. Sorrise perché ce la stava facendo, gli venne quasi da urlare mentre vedeva i ragazzi del cambio avvicinarsi, di corsa, per sostituirlo. Ma in quel momento quello che reggeva, davanti, entrambe le aste, come un bue serrato nel giogo, un biondino di quindici anni, scosse la faccia rossa e sudata e disse: “Via, via continuo da solo!” Gli altri cercarono di convincerlo, ma quello era deciso. Continuava a scrollare la testa, quasi piegato in due dallo sforzo finché il confratello, rassegnato, non fece allontanare la squadra di riserva. In quel momento lui sentì che sarebbe svenuto. Vide sparire la possibilità di porre fine a quello sforzo eccessivo, e si guardò con il compagno e gli chiese cosa stesse succedendo e quello rispose che ce l’avrebbero fatta, fino alla fine, da soli. Chiese ancora una, due volte perché non arrivassero a dargli il cambio, ma aveva capito benissimo che non ci sarebbe stato nessun aiuto. Gli venne da piangere e continuò ad avanzare, barcollando, e continuava a dirsi non ce la farò mai, non ce la farò mai, ma quello che lo terrorizzava non era tanto il dolore fisico, che era acutissimo, sfibrante – sentiva il legno della staffa penetrargli nella carne – ma era proprio la vergogna. Se avesse mollato, nessuno dei suoi compagni l’avrebbe più guardato, sarebbe stato ancora una volta il debole, il piagnone, l’emarginato. Non avrebbe avuto più amici. Nessuno, a scuola, gli avrebbe parlato e nelle partite di basket, all’oratorio, tutti lo avrebbero schernito. Allora cercò di farsi forza perché non aveva altra scelta: non poteva abbandonare, e non poteva assolutamente continuare. Quando finalmente, in chiesa, lo sollevarono dal peso di quella effige che per anni e anni avrebbe poi maledetto, lui non si sentì, come gli altri, fiero di avercela fatta, stremato ma soddisfatto per aver portato a termine l’intero percorso, ma si sentì profondamente umiliato, proprio ferito nell’intimo, per essere stato costretto a sopportare qualcosa contro la sua natura, per essere stato obbligato a dimostrare agli altri la cosa più stupida e insignificante di questo mondo, e cioè che lui era uguale a loro. Tanta fatica per qualcosa che per lui non rivestiva alcun valore…”

Da Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli, Bompiani editore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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