Da “Intransigenze” interviste a Vladimir Nabokov Adelphi editore, 2012.

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Nel frattempo conduce un’esistenza appartata — e un po’ sedentaria, a quanto dicono tutti—nella sua suite d’albergo. Come passa le giornate?

D’inverno mi sveglio verso le sette: la mia sveglia è un gracchio di montagna — un grosso uccello nero e lucido con un gran becco giallo — che visita il balcone ed emette un chiocciolio dei più melodiosi. Per un po’ rimango a letto, con la testa che ripassa le cose e la progetti. Verso le otto: barba, colazione, meditazione sul trono e bagno – nell’ordine. Poi, fino all’ora di pranzo, lavoro nel mio studio, con l’intervallo di una breve passeggiata con mia moglie in riva al lago. Si può dire che da queste parti si sono aggirati prima o poi tutti i più famosi scrittori russi dell’Ottocento: Zhukovski, Gogol, Dostoevski, Tolstoj – il quale corteggiava le cameriere d’albergo a detrimento della sua salute — e molti poeti russi. Ma in fondo la stessa cosa si potrebbe dire di Nizza o di Roma. Pranziamo verso l’una, e all’una e mezzo sono di nuovo al mio scrittoio, dove lavoro in continuazione fino alle sei e mezzo. Poi quattro passi fino all’edicola per i giornali inglesi, e cena alle sette. Niente lavoro dopo cena. A letto verso le nove. Leggo fino alle undici e mezzo, poi bisticcio con l’insonnia fino all’una. Un paio di volte la settimana ho un incubo bello lungo con sgradevoli personaggi importati da sogni precedenti che compaiono in ambienti più o meno ripetitivi — combinazioni caleidoscopiche di impressioni frammentarie, brandelli di pensieri diurni, irresponsabili immagini meccaniche, il tutto assolutamente privo di ogni possibile implicazione o esplicazione freudiana, ma stranamente simile a quel corteo di mutevoli figure che di solito vediamo sullo schermo interno delle palpebre quando chiudiamo gli occhi stanchi.

 

Strano che i nuovi stregoni e i loro pazienti non siano mai arrivati a una spiegazione dei sogni così semplice e così esauriente. E’ vero che lei scrive in piedi e preferisce scrivere a mano invece che a macchina?

Sì. Non ho mai imparato a scrivere a macchina. In generale inizio la giornata davanti a un bel leggio all’antica che ho nel mio studio. Più tardi, quando sento la gravità mordicchiarmi i polpacci, mi siedo in una comoda poltrona accanto a un comune scrittoio; e infine, quando la gravità comincia a risalire la colonna vertebrale, mi sdraio su un divano in un angolo dello studiolo. È una piacevole routine solare. Ma -quando ero giovane, dai venti fino a poco dopo i trent’anni, spesso rimanevo a letto tutto il giorno, a fumare e a scrivere. Ora le cose sono cambiate. Prosa orizzontale, versi verticali e chiose sedute continuano a scambiarsi aggettivi e a rovinare le allitterazioni.

 

 

Può dirci qualcosa di più sul concreto processo creativo che porta al germinare di un libro — magari leggendo qualche appunto buttato lì a casaccio o qualche brano di un’opera a cui sta lavorando?

Nemmeno per sogno. Non si dovrebbe mai sottoporre un feto a operazioni esplorative. Posso fare, però, un’altra cosa. Questa scatola contiene alcune schede con annotazioni prese in momenti diversi, più o meno recenti, e scartate quando scrivevo Fuoco pallido. E’ un mucchietto di rifiuti. Si serva. « Selene, la luna. Selenginsk, vecchia città della Siberia: città del razzo lunare »… « Bacca: il pomello nero sul becco del cigno muto »… « Bacopendulo: piccolo bruco appeso a un filo »… « In “The New Bon Ton Magazine”, volume V, 1820, p. 312, le prostitute sono chiamate “ragazze della città” »… « Un giovane sogna: ho dimenticato le mutande; un vecchio sogna: ho dimenticato la dentiera »… « Uno studente spiega che quando legge un romanzo gli piace saltare le pagine “in modo da farsi un’idea sua del libro senza lasciarsi influenzare dall’autore”»… « Naprapathy: 3  la più brutta parola della lingua inglese ».

« E dopo la pioggia, sui fili imperlati, un uccello, due uccelli, tre uccelli, e neanche uno. Pneumatici infangati, sole»… «Tempo senza consapevolezza: mondo degli animali inferiori; tempo con consapevolezza: l’uomo; consapevolezza senza tempo: una condizione ancora superiore »… « Non si pensa con parole ma con ombre di parole. L’errore di James Joyce in quei suoi peraltro meravigliosi soliloqui mentali consiste nel dare un’eccessiva corposità verbale ai pensieri»… «Parodia della buona educazione: queirinimitabile “Per favore” — “Per favore mandatemi il vostro bellissimo…” che le aziende cretinamente rivolgono a se stesse sui moduli stampati con i quali la gente dovrebbe ordinare i loro prodotti »…

« Ingenuo, ininterrotto pio-pio di pulcini in squallide gabbie, a notte tarda, molto tarda, su una desolata banchina ferroviaria tutta velata di brina»… « Il titolo di un giornale popolare, TORSO KILLER MAY BEAT CHAIR, si potrebbe tradurre: “Celui qui tue un buste peut bien battre une chaise” »…4 «Il giornalaio, porgendomi una rivista con un mio racconto: “Vedo che è arrivato alla carta patinata” »… « Nevica, giovane padre a passeggio con minuscolo bambino, naso come una ciliegia rosa. Perché un genitore si affretta a dire qualcosa al figlio se un estraneo sorride a quest’ultimo? “Certamente” ha detto il padre in risposta al gorgoglìo interrogativo del bambino, che durava da un pezzo e sarebbe durato ancora a lungo nella silenziosa nevicata se io, passando di lì, non avessi sorriso »… « Intercolunnio: cielo blu scuro tra due colonne bianche»… «Nome di un posto nelle Orcadi: Papilio»… «Non “Anch’io sono vissuto in Arcadia”, ma, dice la Morte, “Io sono persino in Arcadia”: epitaffio sulla tomba di un pastore (“Notes and Queries”, 13 giugno 1868, p. 561)»… «Marat collezionava farfalle »… « Dal punto di vista estetico la tenia è sicuramente un pensionante indesiderabile. Spesso i segmenti gravidi strisciano fuori dal canale anale di una persona, talvolta a catene, e si sa di casi in cui hanno provocato imbarazzo in società (“Ann. N.Y. Acad. Sci.”, 48, p. 558) ».

 

Che cosa la spinge ad annotare e a raccogliere queste impressioni e citazioni sconnesse?

Io so semplicemente che in una fase molto precoce dello sviluppo di un romanzo mi viene questo forte impulso a raccogliere pezzetti di paglia e di lanugine, e a inghiottire sassolini. Nessuno scoprirà mai se, e con quanta chiarezza, un uccello si raffiguri il futuro nido e le uova dentro il nido. Quando poi ripenso alla forza che mi ha fatto annotare frettolosamente i nomi esatti di certe cose, o le dimensioni e le sfumature di certi oggetti, prima ancora che quelle informazioni mi servissero davvero, sono incline a credere che ciò che, in mancanza di un termine migliore, chiamo ispirazione fosse già all’opera, pronta a segnalarmi silenziosamente ora questo ora quello e a farmi accumulare materiali noti per una costruzione ignota. Dopo la prima sorpresa dell’agnizione — il senso improvviso che « questo è ciò che scriverò » — il romanzo comincia a crescere da sé; il processo avviene esclusivamente nella testa, non sulla carta; e per sapere a che punto è arrivato il libro non ho bisogno di avere coscienza di ogni singola frase. Sento una specie di crescita sommessa, come se qualcosa si dipanasse dentro di me, e so che i particolari sono già lì, che anzi li vedrei ben chiari se guardassi più da vicino, se fermassi la macchina e aprissi il suo compartimento interno; ma preferisco aspettare finché ciò che genericamente viene chiamato ispirazione non ha terminato il lavoro al posto mio. Viene un momento in cui da dentro mi informano che l’intera struttura è finita. Allora non mi resta che trascriverla a matita o a penna. Dato che l’intera struttura, illuminata da una debole luce nella mente, si può paragonare a un dipinto, e dato che per la giusta percezione di un dipinto non occorre procedere gradualmente da sinistra a destra, quando comincio a scrivere posso puntare la mia lampadina tascabile su una qualsiasi parte o particella del quadro. Non comincio i romanzi dal principio. Non arrivo al capitolo terzo prima di scrivere il capitolo quarto, non passo disciplinatamente da una pagina all’altra seguendo l’ordine; nient’affatto, prendo un pezzetto qui e un pezzetto là, finché ho riempito tutti i vuoti sulla carta. Ecco perché mi piace scrivere i racconti e i romanzi su schede, cui assegno un numero più tardi, quando la serie è completa. Riscrivo ogni scheda molte volte. Tre schede equivalgono più o meno a una pagina dattiloscritta, e quando infine posso credere che il dipinto immaginario l’ho copiato con tutta la fedeltà di cui sono fisicamente capace — qualche piccolo spazio vuoto rimane sempre, purtroppo -, allora detto il romanzo a mia moglie, che lo batte a macchina in triplice copia.

 

In che senso lei copia « il dipinto immaginario » di un romanzo?

Uno scrittore creativo deve studiare attentamente le opere dei suoi rivali, comprese quelle dell’Onnipotente. Deve possedere la capacità innata non solo di ricombinare ma anche di ricreare il mondo esistente. Per farlo in modo adeguato ed evitare fatiche doppie, l’artista deve conoscere il mondo esistente. L’immaginazione priva di conoscenza non porta più in là dell’oscuro cortile dell’arte primitiva, più in là dello scarabocchio di un bambino sulla palizzata o del messaggio di qualche caposcarico al mercato. L’arte non è mai semplice. Per tornare ai tempi del mio insegnamento: davo automaticamente un voto basso agli studenti che usavano l’orribile locuzione « sincero e semplice » — « Flaubert scrive sempre in uno stile semplice e sincero » — ritenendo che questo fosse il complimento più bello che si potesse fare alla prosa o alla poesia. Quando cancellavo la frase, e lo facevo con una tale rabbia nella matita da strappare la carta, lo studente veniva a lamentarsi dicendo che i suoi professori gli avevano sempre insegnato così: « L’arte è semplice, l’arte è sincera». Un giorno o l’altro devo scoprire chi ha messo in giro questa volgare fandonia. Una maestrina dell’Ohio? Un somaro progressista di New York? Perché, si sa, nei suoi momenti più grandi l’arte è favolosamente ingannevole e complicata.

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