“Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?”

 

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Siamo tutti seduti intorno al grande tavolo a ribalta la sera della Vigilia di Natale a Mårbacka. Papà è a un capo e la mamma all’altro.  C’è zio Wachenfeldt, che occupa il posto d’onore alla destra del babbo, e zia Lovisa, Daniel, Anna, Gerda e io. Io e Gerda, come sempre, siamo di fianco alla mamma, una da una parte e una dall’altra, perché siamo le più piccole. Ho ancora negli occhi la scena.

            Abbiamo già mangiato il merluzzo, il budino di riso e le sfogliatine. Piatti, cucchiai, forchette e coltelli sono stati sparecchiati, ma la tovaglia è lasciata; le due candele a più bracci fatte in casa bruciano nei loro candelabri in centrotavola e intorno ci sono ancora il sale, lo zucchero, l’ampolliera e un grande boccale d’argento pieno fino all’orlo di birra di Natale.

            Visto che la cena è finita, dovremmo alzarci, e invece no. Rimaniamo ai nostri posti in attesa della distribuzione dei regali.

            In nessun’altra casa, dalle nostre parti, si usa distribuire i regali di Natale a tavola dopo il tradizionale riso al latte. Ma è una vecchia consuetudine a Mårbacka e a noi piace così. Niente è eccitante come aspettare, ora dopo ora, per tutta l’interminabile serata, sapendo che il meglio deve ancora venire. Il tempo passa lento, lentissimo, ma noi siamo sempre convinti che gli altri bambini, che hanno già avuto i loro regali alle sette o alle otto, non abbiano idea della gioia che proviamo noi ora che il momento tanto atteso è finalmente arrivato.

            Gli occhi brillano, le guance s’infiammano, le mani tremano quando la porta si spalanca e compaiono le due domestiche travestite da capre di Natale che trascinano due grandi cesti pieni di doni fino al posto della mamma.

            Poi la mamma tira fuori un pacchetto dopo l’altro senza la minima fretta. Legge il nome del destinatario, decifra non senza difficoltà i versi scarabocchiati sui bigliettini e finalmente li consegna a ognuno.

            Quasi ammutoliti nei primi istanti, mentre strappiamo i sigilli di ceralacca e la carta, ecco che a turno lanciamo esclamazioni di gioia. Poi parliamo, ridiamo, cerchiamo di indovinare le calligrafie, confrontiamo i nostri regali e lasciamo che la felicità salga alle stelle.

            La sera che ricordo è quella dei miei dieci anni, e me ne sto seduta a tavola nella più spasmodica attesa. So così bene, ma così bene, quel che vorrei. Non sono belle stoffe per vestiti, né pizzi, né broccati, né pattini da ghiaccio, né caramelle o cioccolatini.

 Il primo regalo che apro è un cestino da cucito, e capisco subito che viene dalla mamma. Ha tanti piccoli scomparti dove ha messo una bustina di aghi, filo da rammendo, una matassina di seta nera, cera e corda. La mamma vuole di sicuro ricordarmi che dovrei provare a diventare un po’ più brava nel cucito e non pensare solo a leggere. Da Anna ricevo un piccolo portaspilli ricamato incredibilmente bello, che sembra fatto apposta per uno degli scomparti del cestino da lavoro. Zia Lovisa mi offre un ditale d’argento, e Gerda mi ha cucito un campione di iniziali, così d’ora in poi potrò marcare da me le mie calze e i miei fazzoletti.

  Aline e Emma Laurell sono dovute tornare a casa, a Karlstad, ma hanno pensato a me e a tutti noi. Aline mi ha preparato delle forbicine da ricamo in un astuccio che ha confezionato lei stessa con una chela di aragosta e un ritaglio di seta. Da Emma invece mi arriva un piccolo porcospino di lana rossa, coperto di spilli al posto degli aculei. Sono molto carine le cose che mi hanno regalato, ma comincio a essere un po’ preoccupata. È proprio tutto solo per cucire! Grazie tante, ma se poi non mi arriva proprio quello che voglio?

            Vedete, devo dire che c’è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri? Ecco a cosa sto pensando a tavola, mentre apro un pacchetto via l’altro di cose per cucire. Ho le orecchie in fiamme, è una vera e propria congiura. E se non arrivasse neanche un libro!

            Daniel mi offre un elegante uncinetto di osso, Johan un grazioso piccolo aspo per svolgere le matasse e alla fine arriva il babbo con il suo regalone: un tamburo da ricamo che ha ordinato dal miglior falegname di Askerby. Perfettamente identico, mi spiega, a quello che usavano le sue sorelle da giovani.

            “Diventerai di sicuro una grande sarta”, dice la mamma, “con tutte queste belle cose per cucire che hai ricevuto.”

            Gli altri ridono. Mi si legge in faccia che non sono così felice dei miei regali di Natale e loro si divertono all’idea di avermi fatto un bello scherzo.

            La distribuzione si sta avvicinando alla fine, e ormai mi è arrivato tutto quello che potevo sperare. Non c’è da attendersi altro.

            Zia Lovisa ha avuto un romanzo e due almanacchi, lo Svea e il Nornan, e prima o poi potrò approfittarne anch’io, ma prima deve leggerli lei. Ah, non è proprio facile far finta di essere contenti e avere l’aria allegra.

            Quando la mamma tira fuori l’ultimo pacchetto dalla cesta, capisco dalla forma che si tratta di un libro. Ma non è per me. Devono evidentemente aver deciso che questa volta mi tocca farne senza.

            E invece il pacchetto è proprio destinato a me e, quando lo prendo in mano, ho l’assoluta certezza che si tratti di un libro. Divento rossa di gioia e lancio quasi un grido nell’impazienza di farmi passare le forbici e tagliare i nastri. Strappo la carta con foga ed eccomi davanti agli occhi il più bel libro del mondo, un libro di fiabe. È quello che arrivo a capire dalla figura della copertina.

            Sento che tutti intorno al tavolo mi guardano. Sanno benissimo che questo è il mio più bel regalo, l’unico che mi rende davvero felice.

            “Che libro hai ricevuto?” chiede Daniel allungandosi verso di me.

            Lo apro e resto lì a fissare il frontespizio a bocca aperta. Non capisco una parola.

            “Fammi vedere!” dice, e legge:

            “Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur.” Daniel chiude il libro e me lo restituisce.

            “È un libro di fiabe in francese”, commenta. “Avrai di che divertirti.”

            Ho preso lezioni di francese da Aline Laurell per sei mesi, ma sfogliando le pagine del libro mi rendo conto che non capisco niente.

            Ricevere un libro in francese è quasi peggio che non riceverne neanche uno. Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una delle figure. La più incantevole principessina del mondo viaggia in una carrozza tirata da due struzzi e, a cavallo di uno dei due struzzi, c’è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessina ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d’oro. Non si può immaginare niente di più bello.

            Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni, altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se è in francese.

            Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.

            Il giorno di Natale, dopo la messa di primo mattino, tiro fuori un dizionario di francese e mi lancio nella lettura.

            È difficile. L’ho studiato solo con il metodo Grönlund. Se in quelle fiabe si parlasse del «cappello piccolo dell’uomo alto» o «dell’ombrello verde del buon falegname», avrei anche potuto capire; ma come cavarmela con un intero testo in francese?

            Il libro inizia così: Il y avait un roi. Cosa mai vorrà dire? Mi ci vuole quasi un’ora per arrivare a capire che va tradotto: “C’era una volta un re.”

            Ma le figure mi affascinano. Devo capire cosa rappresentano. Provo a indovinare, cerco nel dizionario e, riga per riga, vado avanti.

            E alla fine delle vacanze di Natale, quel meraviglioso libretto mi ha insegnato più francese di quanto ne avrei mai potuto imparare in tanti anni di metodo Aline Laurell e Grönlund.

da “IL LIBRO DI NATALE” di  Selma Lagerlöf edizione Iperborea.

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