Per il mio liceo “P.S.Mancini”.

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In questo anno che finisce, il mio pensiero va al ”Mancini”, il Liceo Scientifico  di via De Conciliis che da ormai circa tre mesi è sotto sequestro giudiziario della Procura, perché ritenuto, ai fini statici, non sicuro. Tutti conosciamo come il corpo scolastico abbia lottato contro questa decisione, come invece il Liceo sia stato smembrato, costretto  a proseguire i corsi in aule libere solo di pomeriggio, come tanti studenti siano andati via, come insomma il Mancini sia diventato, a dispetto del podio che aveva raggiunto come Liceo  più innovativo d’Italia, una “scuola serale”, sic et simpliciter. Mi sembra che dalla data della forzata chiusura non siano stati fatti molti passi avanti, salvo una promessa di finanziamento di 250.000 euro, per un futuro intervento.  Credo, ma non me lo auguro,  che l’anno 2018 passerà così, per gli oltre mille studenti e professori, in un tran tran scolastico contro natura. Ma il Mancini non morirà, è troppo importante per la città.

In questo anno che finisce, però, il mio pensiero va alle istituzioni, Provincia e Comune, che dovrebbero, proprio perché non accadano altri episodi come quello del Mancini, redigere con urgenza  un “piano regolatore della sicurezza” della nostra città,  capoluogo di una provincia storicamente sismica, in cui si sono succeduti nei secoli terremoti catastrofici. E’ in nome di questo pericolo che non passa mai, perché nulla si può contro una terra che tende a sollevarsi, contro una faglia che prova a staccare croste di Appennino, che le istituzioni dovrebbero procedere operativamente, una volta e per sempre, in via tecnica ed economica a valutare il rischio sismico, edificio per edificio, sia pubblico che privato e decidere, come si fa per i piani regolatori, le annualità di attuazione, sulla base di una spesa preventivata. Il convitto Colletta è più sicuro di che? E il Tribunale? E il Palazzo della Provincia? E la biblioteca? E la Camera di Commercio? Le abitazioni, hanno tutte, ma proprio tutte, la patente della sicurezza? Aver costruito case sui bordi dei valloni, aver tompagnato i  due fiumi che circondavano la città, aver ignorato il peso del cemento che è stato colato a profusione, dagli anni sessanta a venire, nei palazzi di via De Renzi e di via Luigi Amabile, sulla collina dei Cappuccini, a via Guarini, a via Tagliamento, non rende di certo questa città sicura, cioè in grado di resistere ad un altro terremoto. E aver  ricostruito dopo il 23 novembre 1980 con la logica che un piano in più al Corso non fa male a nessuno, dei giardini interni dei palazzi se ne può fare a meno, per non parlare dei piani interrati destinati a parcheggi prima inesistenti, non facilita la certezza che, staticamente, possiamo farcela. La “sicurezza” intesa come politica praticabile, che ,se saputa gestire, sarebbe stata un vanto per Avellino, è diventata l’ennesima occasione perduta.

Viviamo in una terra incerta. Non è solo un pensiero filosofico. E’ una status quo. Dover perseguire  la pratica Vitruviana della “firmitas” ( la solidità strutturale,) della  Venustas ( la bellezza)  e della Utilitas ( la funzione), è il mio augurio per questa nostra provatissima città.

 dal mattino di avellino, 30.12.2017

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