Vetril

a Sandra Luongo
straordinaria tessitrice irpina.

Irving Penn, Girl Behind Bottle, 1949

Il primo ad arrivare fu il battezzato, un pupo biancovestito, rotondo come uno gnocco di patate, le scarpette di pelle morbida, il ciuccio azzurro che penzolava da una spilla da balia. Era, il bambino, in braccio ad una giovane dai capelli rossi, corti sul collo e lunghi sul davanti, labbra viola intenso. La donna indossava un completo pantalone nero gessato su una camicia bianca con il collo ad anello, scarpe nere dal tacco alto, che la faceva ondeggiare ad ogni passo.

– Quella là non può essere la madre del bambino – affermò la signora Nora dalla cucina, mentre affettava i porcini – quando allattavo portavo sempre camicette con le ciappe, che si aprivano subito per cacciare il seno. Ti ricordi, Amato?

– Mannaggia bubbà, certo che non è la madre – replicò il marito della signora Nora, un piccoletto dai grandi occhi azzurri, che si chiamava Amato di nome e di fatto, a giudicare dalla pazienza che la signora Nora portava con lui, sempre in giro per la sala a chiacchierare e sorridere alle signore – quella è Giovanna, la commara, la figlia della signora ‘Ngiulina.

– Tutte lui le conosceva le donne del circondario – sbottò la signora Nora, che non metteva mai la testa fuori dal ristorante – perché lei doveva lavorare – e sottolineò lei brandendo il coltello come un’ascia.

– Comunque – concluse, mentre il marito si avviava nella sala – chi sia sia, Vetril, valle a dire che non è ancora pronto e intanto se vuole, può sedersi sotto il portico. Ma statti poco, che mi servi qua –. E si chinò a infilare la lasagna, nel forno. Così era la signora Nora, un accumulo di carne cotta a puntino, morbida e con una sottile crosta.

Io rispondo al nome di Giuseppe Di Stasio, detto Vetril, perché da bambino vedevo sempre tutto appannato e pulivo il banco e i vetri della scuola con lo straccio e il detersivo che mi portavo da casa. Ero così maniaco che la maestra, d’accordo con mamma, decise di legarmi le mani per farmi passare il vizio. Ho smesso da tempo questa fissazione, ma il mondo resta comunque a mio giudizio un luogo opaco. Ormai ho ventisei anni e il soprannome Vetril non riesco a scollarmelo da dosso: nei paesi è così, nasci e muori con uno scangianome che diventa come un marchio.

Mi affrettai ad uscire dalla cucina. Fuori era una bellissima giornata, freddo e luce, un febbraio limpido come non ne faceva da anni: nel bosco, sotto i castagni, erano spuntate già margherite e crochi. Invitai la ragazza, che intanto passeggiava all’ ingresso, ad accomodarsi fuori e le mostrai la panchina di legno.

– Non trova che da qui c’è una vista bellissima dell’Irpinia – esordii, aggiustandomi gli occhiali sul naso –quel paese di fronte è Nusco, più avanti si arriva al Goleto, un convento di monache del duecento, la nostra terra è davvero da scoprire.

Lei mi guardò con i suoi occhi rimmelleggiati. Conosceva quel panorama da quando era nata, e francamente era anche un po’ stufa di vederlo. Poi si sedette sulla panchina e prese a cullare il bambino. Da vicino la ragazza aveva guance morbide e mani polpose. E anche un po’ di curve al punto giusto.

Il bambino tardava ad addormentarsi, la testa infilata nelle braccia poco esperte della giovane, sotto una copertina color paglia, ricamata a pulcini e violette. Non trovava requie, a giudicare da come sbatteva nel cercare una posizione comoda, mentre lei gli teneva fermo il ciuccio per tentare di quietarlo.

– Hanno detto che venivano appresso a me, ma non si vede nessuno – si lasciò sfuggire.

– Chi?

– Il padre e la madre di Gianmarco, il battezzato. Litigavano Si sono messi a litigare sul sagrato della chiesa, il bambino ha cominciato a piangere, povera anima di Dio, e me lo sono preso io. Hai una sigaretta? – chiese, cambiando argomento.

Le risposi che non fumavo e che dovevo tornare in cucina. Lei  continuò a star china sul bambino, mentre gli aggiustava la copertina e sussurrava parole zuccherose.

Feci ancora un’ultima ispezione alla sala: era stata un’impresa sistemare sessanta sedie intorno a un tavolo a ciampa di cavallo nella sala rosa del ristorante, mettere vasi con i fiori, piattini con i confetti azzurri ogni sei posti. La famiglia del battezzato aveva voluto proprio quella, la più piccola ma la più bella, con l’affaccio sul montagnone,   e il camino acceso. I secondi ad arrivare furono i fotografi, Franchitiello e Luciano, miei cugini alla lontana. Non erano più in concorrenza tra loro, da quando avevano aperto insieme uno studio sul corso di Nusco. – Co’ sti cellulari credono tutti che sanno fa’ le foto –, sosteneva Franchitiello che era il più alto dei due e il più piazzato, con un massa di ricci neri e un collo taurino. – Si, se lo credono – sospirava Luciano, con capelli bianchi legati in un codino, il viso appeso, la camicia jeans troppo larga. – Questi fotografi del selfie scattano qualunque cosa, ma non sanno vedere niente.

Girarono per la sala, cercando un angolo per lasciare le loro borse. Si avvicinarono. Che facevo là?

– Ci lavoro – risposi – ma solo il sabato e la domenica, quando viene più gente. Gli altri giorni mi arrangio a fare un po’ di lezioni private di latino, a casa.

– Si, ma sto’ latino, pare che non lo vuole ‘mpara’ più nisciun’ – disse Luciano.

– Questo ho studiato e questo posso insegnare – risposi piccato. In segno di complicità, mi mollò una fraterna pacca sulla spalla.

La terza ad arrivare fu la famiglia della genitrice: la nonna, con il suo scialle scuro, il vestito blu a piccoli disegni beige, il fazzoletto di lana in testa accompagnata da due signori che la tenevano sotto braccio, la mamma, grassa con una testa piccola e il tuppo ben tirato, vestita di nero, con un foulard azzurro sullo scollo e le scarpe comode, e finalmente lei, la madre di Gianmarco, una ragazza formosa, con due cosce a mortadella che sbottavano dai pantaloni neri, con una camiciola ricca di volant, trasparente sulle maniche, lunghi capelli mesciati lavorati come il ferretto del cavatappi, che portava il bambino nella carrozzina. Dietro era la folla degli invitati, col loro brusio allegro, le tolette eleganti, gli scialli di poliestere luccicante, complicati chignon: chi andava a riscaldarsi accanto al camino, chi si fermava a chiacchierare con Amato, chi cercava il suo posto a tavola, chi si affacciava in cucina, per salutare Nora.

Ero sulla porta a vetri ad accogliere e a indicare la sala, già stanco. Se non fosse stato per i centocinquanta euro settimanali più le mance, sarei rimasto certamente a casa a leggere La montagna incantata, che avevo iniziato la sera precedente e mi aveva mantenuto sveglio fino alle due del mattino. Malattia, amore, morte sono le tre vere tappe misteriose della vita, non c’è Vetril che tenga. E poi, come diceva il grande Thomas, quando si tratta dei morti e quando si parla ai morti, il latino, la mia cara lingua che nessuno vuole più, torna in vigore.

Il quarto ad arrivare fu il padre del bambino. Un giovane di Cassano, mi sussurrò Amato, che si era messo accanto a me ad accogliere gli invitati, una capafresca che non aveva lavoro e viveva sulle spalle della famiglia di lei.

– Si chiama Michele Ventre, voleva fare ‘o ballerino in televisione, mannaggia bubbà!

– E mo’?

– Abballa e fa’ abballà, capisci a mme!

Michele passò scanzonato nella sala, come se effettivamente andasse a danzare, vestito di scuro, la camicia aperta sul petto, i capelli rasati e una cicatrice sotto il labbro, seguito dal pasticciere con la torta. – Là, su quel tavolo – fece cenno Amato, e indicò un banchetto coperto di tulle, sotto la finestra. – Dove sono il compare e la commare? Facciamo subito la foto davanti alla torta e non ci pensiamo più! – chiesero i fotografi. E ricomparve la ragazza con i tacchi alti, avvinghiata ad un tipo del paese, tale Enzo, uno spilungone con gli occhi di talpa, che incontravo la sera al pub.

Ma il bambino, preso di colpo dalla carrozzina, iniziò a piangere e strepitare. Non bastò la nonna, non bastò la mamma, i tututu, i nonono, in braccio non voleva stare e si contorceva come una serpe. La foto così non si può fare, sostenne Franchitiello. La commara lasciò la sala mandandoli a quel paese. Il compare, vestito di un abito grigio lucido, troppo leggero per la giornata, pregò che si chiudesse l’invetriata.

La signora appena entrata serrò la porta lentamente e cercò di ambientarsi. Lei non era un’invitata, lo capii subito. Sembrava, a prima vista, la reincarnazione di Ingrid Bergam in Viaggio in Italia: sottile, bionda, di un’eleganza fuori moda, guanti marroni di pelle, cappotto cammello svasato, un cappello nero, a baschina, con la veletta che le copriva metà volto. La bocca era disegnata con un rossetto chiaro, aveva labbra piene, fuggevoli, come se sorridessero sempre. Sedette ad un tavolo libero, nella sala d’ingresso, senza levarsi il cappotto. Amato non mi permise di servirla. Bofonchiò: – A questa ci penso io, me l’acconzo pe’ li fieste! – E andò a prendere la comanda. Lei ordinò vino rosso, purè con porcini, ravioli al tartufo, solo indicando le pietanze dal menù illustrato.

– Straniera, mannaggia bubbà, chissà come è capitata qua – comunicò deluso alla moglie.

– Sarà imparentata con qualcuno che non conosci, una volta tanto.

Io fremevo, avevo chiamato anche l’altro cameriere per cominciare, la signora Nora aveva avvisato dalla cucina che gli antipasti erano pronti, i piatti in fila, il prosciutto potrebbe seccarsi, il pane biscottarsi. E così cominciammo a servire.

– Questi figli, sono come vengono – sentii dire da una signora vestita di marrone, con i capelli color foglia morta – non c’è casa che non tene ‘no guaio. E il giovane seduto accanto le fece eco: – Hai ragione, zia Assuntina, ma non è bello parlare di guai ad un battesimo. Che c’entra quell’innocente? – È una storia di corna – sussurrò la zia Assuntina – lei se la faceva con un altro, che è scappato, forse il figlio è di quell’altro e hanno incastrato lu’ ballerin! Per questo il bambino piange sempre, non si trova in mezzo al suo.

Gli ultimi ad arrivare furono due bambini rossi e sudati per la corsa, che nominai subito Hansel e Gretel. Lei aveva una camiciola a fiori, un blu jeans stretto e morbido, i capelli neri lisci e lucidi, con la riga a destra. Lui un maglione a trecce, di lana e un jeans, i capelli corti e neri, gli occhiali neri, quadrati, che sembrava un piccolo giornalista. Entrambi avevano uno sguardo luminoso, quieto. Incuranti del rimprovero dei genitori, andarono a sedersi vicini e continuarono a parlare senza badare ai parenti. Lei pronunciava una sola parola. Poi taceva. Lui ne aggiungeva un’altra. Lei approvava, e così via. Casa, camino. Torta, candele. Bambino, mamma. Luce, buio. Auguri, auguri, l’antipasto in tavola, le bottiglie aperte, il vino nei calici, il padre e la madre sedettero vicini, ignorandosi, Hansel e Gretel, così diversi dagli altri piccoli mocciosi che chiedevano cocacola e aranciata e strappavano il prosciutto con le mani, parlavano di tori, corride, rosso, verde. Il battezzato sonnecchiava, tra le braccia del padre, che non lo sapeva tenere o forse si era stancato e lo piazzò nel carrozzino. Il bambino, gli occhi aperti, seguiva la luce del camino. I fotografi scattarono istantanee alla tavolata. Per un po’ sembrò andare tutto bene. La lasagna fu divorata in un attimo, l’aglianico fu assorbito come acqua in una spugna, la carne di vitello al forno con i pisellini spazzolata come un velo di polvere sulle scarpe. Ad un cenno della genitrice, entrarono in sala i musicanti, uno con la fisarmonica, l’altro con il clarino e iniziarono a suonare la tarantella di Montemarano. Il bambino, svegliatosi di soprassalto, urlò. La musica copriva le sue grida, feci cenno alla mamma, ma non mi vide, rapita dal ritmo, furono Hansel e Gretel a prenderlo e consegnarlo a lei, tutto piangente. Lei lo cullò nelle sue braccia grassocce, ma il battezzato continuò a disperarsi.

– Ha fame – disse il padre ballerino.

– No, è squieto, troppo rumore e troppa luce.

– Ti avevo detto che non era il caso di fare questo pranzo da cafoni, pure con la musica.

– Qui si usa così, non potevamo fare la figura di morti di fame.

– Dagli da mangiare, prova. E finiamola presto.

Ci fu una pausa. Qualcuno uscì a fumare, i bambocci corsero fuori, le donne in fila si avvicinarono al posto dove la genitrice allattava il bambino, la schiena girata contro il tavolo. Io restai a sparecchiare, accatastando i piatti sul carrello. Hansel e Gretel si alzarono da tavola, si avvicinano alla signora sconosciuta che intanto aveva finito di mangiare e si godeva la scena delle buste di soldi portate in regalo che passavano dall’ospite alla nonna alla mamma, che con una sola mano le infilava nello zaino. La bambina mi venne a chiamare. Voleva che chiedessi alla signora di farle provare il cappello. Non ne aveva mai visto di così eleganti. La donna, da vicino, aveva la grazia di una Madonna del Botticelli. Più bella di lei non ne avremmo incontrate mai, a Nusco. Tentai di parlare, allora col poco di inglese che sapevo.

– Girl whant  hat, please.

Lei annuì, aggiustò dolcemente il cappello sulla testa della bambina, tirò giù la veletta, stette un momento ad osservarla, poi mormorò qualcosa che sembrò simile a Little Princess.

-Come stai bene! – esclamò il ragazzino.

Gretel era ferma, come ipnotizzata. Corse a specchiarsi nella sala grande, si mirò, alzò e abbassò la veletta, tornò indietro, eccitatissima, tenne ancora un po’ il cappello in testa, poi lo posò sulla panca. La donna le fece una carezza lenta, dolce, pronunciando non so che altre parole, tutte piene di consonanti. Decisamente non era inglese. Forse le augurò lunga vita, o sii felice, forse le disse soltanto grazie o bella o forse pronunciò Vetril, come se ci conoscessimo. Poi, guardandomi negli occhi, disse:

– I go.

– No – pregai sfrontato, sfiorandole la mano – resta ancora un poco. Lei mi guardò e capii cosa significasse innamorarsi al primo sguardo. Sarei rimasto difronte a lei e le avrei chiesto di portarmi via, dovunque.

Lei alzò le spalle, cercò una sigaretta nella borsa. Tutto inutile. Chiamai Amato. Era lui l’addetto alla cassa.

Il battezzato, una volta poppato, si calmò. Fu rimesso nella carrozzina. I musicanti attaccarono Franceschina la calitrana. Gli altri cantarono in coro, accompagnando il ritmo con le mani. In cucina avevamo riportato ventiquattro bottiglie di vino vuote.

– Ma si è capito chi è quella bella signora? – mi chiese Nora, che finalmente si era seduta sullo scannetto e beveva un caffè.

– Una fata svedese.

– Vetril, meno male che a te t’aiuta la fantasia!

Che ne sapeva, Nora: per me c’era il sabato e la domenica di lavoro, poi cinque giorni immobili, come corpi impiccati lasciati all’aria. Era quello l’opaco del mondo, il quotidiano tempo fermo, che non sarei mai riuscito ad allontanare da me, per come mi si era appiccicato addosso. Mi restava l’immaginazione, unica alleata nella sfida alla malinconia. Feci finta di niente. Agitai la testa, come un pagliaccio e continuai a entrare e uscire dalla cucina, riportando il carrello con i piatti sporchi. Le patate fritte arrivarono sul tavolo, ma pochi le mangiarono. Il caciocavallo restò intatto nei piatti. Il compare e la commare si misero a ballare. Lei mi lanciò uno sguardo annoiato. Poi sorrise al suo ragazzo. Dalla sala scorsi andare via la signora, nella sua eleganza irreale. Corsi ad aprirle la porta. La luce, fuori, si era fatta più dolce. Le presi la mano e la portai alle labbra. Avvertii un profumo di mughetto. Lei ritirò la mano, infilò i guanti e mi lasciò in quel paesaggio fermo di boschi e sorgenti, che sapeva di fotografia. La porta sbatté dietro le mie spalle. Il bambino lanciò uno strillo acuto, come di un vetro in frantumi. La genitrice non si alzò. Il genitore distratto continuò a muovere passi di danza nello spazio al centro del tavolo. Gran parte della tavolata batteva le mani. Franchitiello e Luciano si appostarono in due punti diversi della sala, a riprendere i primi piani, in bianco e nero, come erano soliti fare.

Si udì un altro terribile strillo. Accorsero subito Hansel e Gretel, veloci spostarono la carrozzina dalla zona del caminetto verso l’entrata e presero a dondolarla. Il bambino pianse ancora un poco, poi si portò le dita in bocca e succhiò fino a calmarsi. I due bambini, nell’angolo della sala rosa,  cullavano il battezzato e continuavano a sussurrarsi parole, come se la festa intorno a loro non ci fosse. Non erano una fantasia. Erano vivi, raggianti,  in carne ed ossa, gli unici, in quella sala, a non essere opachi.

Mi accostai per spostare il banchetto della torta al centro della sala.

Sentii Gretel pronunciare “Cappello” e Hansel rispondere senza esitazione “Veletta”.

 

da  ” E’ verde il Paradiso, Storie nomadi in giro per l’Irpinia” a cura di Michele Vespasiano e Giandonato Giordano,  Natan edizioni, 2016

la foto è di Irving Penn, Girl behind bottle, 1949

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Un pensiero su “Vetril

  1. bruno galluccio ha detto:

    Un racconto di grande fascino che si muove tra il realistico e il magico, scritto benissimo e con grande cura dei dettagli come sempre sa fare Emilia Cirillo.
    Il finale lascia volutamente un senso di “in sospeso”, accentuato dalla geniale (e potente nella sua semplicità) ultima frase.

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