Lattimi

Il_giardino_dei_finzi_contini_1

…Oh, la nebbia! Non le piaceva, quando era così, che le faceva pensare a degli stracci sporchi. Ma presto o tardi la pioggia sarebbe finita: e allora la nebbia, di mattina, trafitta dai deboli raggi del sole, si sarebbe trasformata in un che di prezioso, di delicatamente opalescente, dai riflessi in tutto simili nel loro cangiare a quelli dei «làttimi» di cui aveva piena la stanza. L’inverno era noioso, d’accordo, anche perché impediva di giocare a tennis. Però offriva dei compensi. «Giacché non esiste situazione, per triste e noiosa che sia» concluse, «la quale non offra in fondo qualche compenso, e spesso sostanzioso».

«Làttimi?» domandai. «Che roba è? Da mangiare?»

«Ma no, no» piagnucolò, inorridendo al solito della mia ignoranza. «Sono vetri. Bicchieri, calici, ampolle, ampolline, scatolucce: cosette, in genere scarti d’antiquariato. A Venezia li chiamano làttimi; fuori di Venezia opalines, anche flùtes. Non puoi immaginare come io l’adori, questa roba. In proposito so letteralmente tutto. Interrogami, e vedrai.»

Era stato a Venezia – proseguì – forse per suggestione delle nebbie locali che erano cosìdiverse dai nostri cupi nebbioni padani, nebbie infinitamente più luminose e vaghe (soltanto un pittore al mondo aveva saputo renderle: più che il tardo Monet, il «nostro» De Pisis), era stato a Venezia che lei aveva cominciato ad appassionarsi ai làttimi. Passava ore e ore in giro per antiquari. Ce ne erano certi, specie dalle parti di San Samuele, attorno al Campo Santo Stefano, oppure in ghetto, laggiù, verso la stazione, clae si può dire non avessero altro da vendere. Gli zii Giulio e Federico abitavano in Calle del Cristo, vicino a San Moisè. Verso sera, non sapendo cos’altro fare, e con alle costole, natural-mente, la governante signorina Blumenfeld (una distinta «jodé» sessantenne di Francoforte sul Meno, in Italia da oltre trent’anni, un vero impiastro!), lei usciva in Calle XXII Marzo a caccia di làttimi. Da San Moisè, Campo Santo Stefano resta a pochi passi. Non così San Geremia, dove è il ghetto, che se uno prende San Barrolomìo e la Lista di Spagna impiega per arrivarci almeno mezz’ora, e invece è vicinissimo, basta traghettare il Canal Grande all’altezza di Palazzo Grassi e poi buttarsi giù per i Frati… Ma tornando ai làttimi, che brivido rabdomantico ogni volta che riusciva a scovarne qualcuno di nuovo, di raro! Volevo sapere quanti pezzi era arrivata a mettere insieme? Quasi duecento.

Mi guardai bene dal farle notare come quanto mi diceva andasse scarsamente d’accordo con la sua dichiarata avversione a qualsiasi tentativo di sottrarre almeno per poco le cose, gli oggetti, alla morte inevitabile che attendeva anche loro…”

da Il Giardimo dei Finzi Contini di Giorgio Bassani

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