Corpi in esilio

 424e5-bersabeacirillo1

Fu Gianna Manzini a dire, prendendo ispirazione dalla sua amatissima Virginia, che il corpo la sa più lunga della nostra acclamatissima anima. Credo che sia di questo parere anche Emilia Bersabea Cirillo, autrice di Potrebbe trattarsi di ali, dal momento che ruotano intorno al corpo, e soprattutto a quello femminile, sia l’intreccio sia il clima emotivo di questi racconti. Tutti ambientati, ad eccezione dell’ultimo – di scenario napoletano – nella ben connotata realtà di Avellino: con il corso prima costellato di negozi eleganti, ora sopraffatto da botteghe «con pannazzi di mercato», l’immancabile bar centrale, la bella casa con vista su Montevergine in cui vive Colomba, le aziende artigianali nella zona di Pontardine, la chiesa periferica di Don Remigio. In una topografia così familiare si aggirano personaggi confusi, messi in scena attraverso un’espressività franta e nervosa che, pur essendo fortemente radicata nel reale, è come percorsa da un brivido di non appartenenza, di estraneità. C’è qualcosa, nel corpo di queste creature, che preme e fa male, rimandando a un grumo di sofferenza rimossa, a un desiderio di felicità tanto più urgente ed esplosivo quanto più compresso. Così può accadere che le unghie di Natalina, laccate di un blu metallizzato, raccontino un violento desiderio di essere diversa da ciò che è; che la grassezza di Agnese venga a significare il rifiuto di rientrare nei canoni prestabiliti e l’impulso di cercare nel mondo virtuale quella particolare bel- lezza che non trova nella realà; che l’insistente prurito che Colomba, casalinga e madre di famiglia ancorata alla quotidianità, sente sotto le scapole, valga a segnalare la fantasia di un paio di ali. I corpi possono essere virtuali, come quello della bellissima e tuttavia vulnerabile Rebecca che, in “Soul Doll”, allevia la solitudine di Camillo o fluidi, come quello di Laura, che solo nell’acqua riesce a riconoscersi e a scioglie- re un dolore annodato; e poi, nell’ultimo racconto “Sangue mio”, c’è il corpo malato di Anna che la spinge a tornare a Napoli per reclamare il midollo e il sangue di una figlia che aveva partorito quindici anni prima su commissione della famiglia in cui lavorava come cameriera. Siamo partiti da quella inquietante affermazione di Colomba «potrebbe trattarsi di ali» e a lei ora torniamo: che le ali possano finalmente spuntare è desiderio che appartiene non solo a lei, ma a tutte queste creature e prima ancora ai loro corpi in esilio, intrappolati sulla terra.

Maria Vittoria Vittori      da Leggendaria n.123/2017                            

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...