Una lettera d’amore alla mia città

VIA GRAMSCI

di EMILIA CIRILLO.

Curiosando su internet, qualche tempo fa, mi sono imbattuta in un’ iniziativa del comune di Toronto: the Love Lettering Project, nata con lo scopo di diffondere l’amore per il posto in cui si abita.

E’ stato chiesto ai cittadini di scrivere lettere d’amore anonime sui luoghi in cui vivono, spiegare perché si preferisca un determinato bar, una certa via, uno specifico quartiere. Queste lettere sono state poi nascoste per le strade della città di Toronto, facendole ritrovare in giro ai passanti. Lo scopo è stato quello di invogliarli a non lamentarsi più di ciò che non funziona in città e di invitarli ad elencare i motivi per cui, invece, la si ama.

Ho pensato, se questo gioco, che gioco non è, lo facessimo ad Avellino, cosa verrebbe fuori? Quante lettere d’amore la inonderebbero, invogliandoci a elencare i motivi per amarla e non a disprezzarla? Quali luoghi sarebbero…

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Un pensiero su “Una lettera d’amore alla mia città

  1. Ad Avellino per spostarsi non si prende “o’ pullmann” come direbbero a Napoli, o il bus, autobus o altro nome per indicare il mezzo di trasporto pubblico metropolitano, ad Avellino si prende “a’ filovia”. E la filovia non la prendono solo gli anziani ma la filovia la prende il ragazzino nato nel 21esimo secolo anche se il servizio filoviario in città è stato soppresso nel 1973. Perché Avellino è tradizione, ed il ragazzino non se lo chiede nemmeno perché quel veicolo che lo porta a scuola la mattina (gratis perchè pagare il biglietto è da sfigati) si chiama così anche se i fili non ce li ha.
    Una città è i i cortili in cui abbiamo calciato un pallone, le strade in cui siamo cresciuti ed una città non è mai la stessa perché cambiano gli occhi che la guardano. Dovremmo provare a guardare la città che viviamo con gli occhi dei nostri figli e ci accorgeremmo che quella non è la stessa città che pensiamo noi. E’ l’Eliseo non è più un cinema ma è il posto dove si trova un pezzo di fumo buono, il Fenestrelle è il gioco spensierato dei bambini, la corsa silenziosa nella nebbia la mattina, l’ultima birra al Tilt. E la Ferriera è un ponte dove lasciare un lucchetto con la fidanzata come stessimo a Ponte Milvio e non può essere più il ricordo di quella bomba che cadde dal cielo a seminar morte in un mercato cittadino, non può essere quello che abbiamo rimosso e non vogliamo far sapere ai nostri figli. E se dalla montagna che ci sovrasta ci protegge sempre Mamma Schiavona, ora il suo esser “schiavona”, cioè straniera, assume un nuovo significato visto che sotto “I Platani” il nostro nuovo amico è senegalese.

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