COSÌ TI PASSA LA PAURA


Un mio racconto, inserito nella raccolta Potrebbe trattarsi di ali, Iguana editrice, 2017, che racconta di accoglienza e migranti. Certo, con il nuovo decreto sicurezza bis, approvato ieri al Senato, il suo contenuto è assolutamente “fuori legge.”

Non insistere. Non ci riesco.

Devi chiudere gli occhi e lanciarti.

E una volta dentro che faremo?

Farai il pesce nel mare di notte.

Hai una pila?

Certo, e tu l’hai portata?

Sì, eccola.

Accendiamole.

Ma non ti vedo, tu mi vedi?

Sei uno squalo nero con pinne, maschera e boccaglio.

Non sfottere.

Dammi la mano. Pronta? Conta con me.

Un due tre…

Una sola ombra di corpi, un solo tonfo di luce nel mare.

Il meteo prometteva miglioramenti al sud a partire dal pomeriggio. Fine settimana col sole, sia sulla costa sia all’interno. Almeno andrò a fare due passi e prenderò l’aperitivo al bar. Sabato sera cinema e domenica partita di basket, pensò. E spense la radio.

Laura era alta, scura, asciutta. Aveva occhi nocciola, naso diritto, labbra sottili, mani lunghe dalle unghie quadrate. Da due mesi era disoccupata. L’agenzia di viaggi per la quale aveva lavorato dieci anni era fallita. Ma lei continuava ad alzarsi di buon’ora per procedere alla doccia, alla crema per il corpo, un cerimoniale che ora, con più tempo a disposizione, si concludeva intorno alle dieci del mattino. Poi usciva a comprare un quotidiano e un magazine di moda lungo il viale di platani, che un tempo era la passeggiata elegante della città. Lo aveva letto su un libro di storia locale, ma non riusciva a immaginare come villette liberty e chioschi in ferro lavorato fossero stati sostituiti da quei brutti palazzi di cemento armato rivestiti di mattoncini faccia a vista. I negozi esponevano merce scadente confezionata nelle fabbriche cinesi. Dei vecchi commercianti della città non restava neanche il nome sull’insegna.

Novità? le chiese Carmelo dalla la catasta di giornali, cassette, libri, dvd in cui era sepolto.

Che novità? Solito.

Hai visto? Tira male per l’Avellino, terza sconfitta consecutiva.

Veramente, tira male per il Sud, rispose Laura, mentre infilava i giornali nella borsa.

Hai ragione, ma non possiamo farci niente, bofonchiò Carmelo, e si accese una sigaretta.

Laura camminava lenta, le mani in tasca, senza salutare nessuno. Si fermò al bar Centrale, un locale stretto e lungo all’inizio del corso. Avrebbe bevuto il caffè, letto il giornale e chiacchierato con qualche cliente sugli avvenimenti sportivi del fine settimana. Al Centrale partecipava ogni sabato mattina alle giocate collettive del Totogol, sperando di vincere il premio miliardario e di cambiare senza troppe spese il corso della sua vita. Perché di una cosa era certa: a quarant’anni, in quella città di provincia, aveva poche probabilità di trovare lavoro.

Il bar era vuoto. Minaccia pioggia, disse Adriano, e i pensionati preferiscono vedere la televisione a casa.

Domani sarà di nuovo buono, disse Laura.

Oltre al meteo, hai novità?

Novità, novità, volete tutti qualche novità! Anche Carmelo mi ha fatto la stessa domanda. Ma dove le vado a prendere le novità? Qua è tutto calma piatta.

Adriano, il proprietario, aveva l’età di Laura anche se sembrava più vecchio. Il grasso disfatto gli si arrotolava nelle pieghe sotto il collo e sotto la pancia, e una cicatrice sulla guancia destra gli deturpava il volto. Tutti lo chiamavano Centro, come se si fosse fatto prestare il nome dal bar.

Puoi anche darti da fare, eh.

E cosa dovrei fare? Ho mandato curriculum dappertutto, ma ottengo sempre le stesse risposte: grazie bla bla bla, la contatteremo noi bla bla bla.

E se ti mettessi in proprio? Tour operator Laura Cucciniello, rise Centro mentre sistemava la tazzina di caffè nel piattino. Avrai ancora qualche contatto, dopotutto. Ho sentito dire che c’è richiesta al Parco Nazionale del Cilento. Prova! Organizza un portale, offri ospitalità, visite guidate ai siti archeologici, degustazioni, mare. Non aspettare ancora.

Laura si guardò allo specchio del bar. Si era messa la camicia bianca e il maglioncino blu avio che aveva comprato due anni prima con Peppino. Quel punto di colore ti dona, aveva detto Peppino girandole intorno quando se l’era provato.

Una ruga sottilissima le incise le labbra, mentre sorrideva.

Hai dimenticato di zuccherare il caffè, disse Centro. Laura scosse la testa, bevve in due sorsi, pagò e uscì.

Pensò al prato che si riempiva di camomilla selvatica a maggio e ai pini marittimi dal tronco attorcigliato, agli aghi dei pini caduti che diventavano come un tappeto scivoloso, al belvedere da cui la madre e il padre guardavano ogni pomeriggio il tramonto, alle pigne piccole e odorose che raccoglievano per Natale, alle rocce bianche che ogni anno franavano un po’ di più verso il mare ingombrando la spiaggia di sassi. Rivide la casa quadrata di pietra con i due piani tutti a finestre, la torretta con la loggia panoramica vietata ai giochi, il gelso che seminava frutti bianchi dolcissimi nella sua ombra, la piantagione di fichi che sfiorava il confine, l’aia con le spaselle di giunco per seccare i fichi al sole. Quante volte al giorno lei e Bianca avevano percorso la scala che scendeva al mare, in mezzo alle siepi selvatiche di finocchietto e menta, per prendere le pinne, la maschera, il retino nel capanno! E c’era la casa sull’albero, una stanza di legno costruita sui rami di un pino a cui accedevano per una scaletta di plastica che era stata del gozzo del padre. Chissà se Bianca era poi rimasta nella casa dei suoi ad affittare le stanze a inglesi e tedeschi? Forse poteva chiedere qualche dritta a lei, l’avrebbe aiutata, ne era sicura.

Questo pensava, mentre tornava al suo appartamento, e intanto cominciava a piovere piano, che sarebbe partita presto, il giorno dopo, senza avvisare nessuno. Questo pensava, mentre riempiva la valigia, pigiama slip, calzini, maglioni, jeans, camicette, che non si aspettava niente da nessuno, e che andava a Licosa per pura nostalgia. Ripose la cartellina con le referenze degli ultimi dieci anni tra le camicie, come un breviario.

Se la casa fosse stata venduta e Bianca fosse partita? Non ne aveva notizie da quando si era sposata con Peppino e vivevano nell’appartamento in centro storico ricevuto in eredità dai genitori, in mezzo ai libri lasciati aperti e capovolti sulla pagina interrotta, alle mutande gettate a terra e ai posacenere pieni sparsi ovunque. Quanto la faceva incazzare quel disordine! lei che era così sistemata, magliette e pantaloni a posto, tutto in ordine, stirato e piegato. La sua casa doveva essere perfetta come la scansia di un farmacista, ripeteva alzando da terra libri e mutande. E Peppino dietro a tentare di mettere in ordine per farla contenta.

Peppino non c’era più. Quando Laura tornava a casa, ora, le mancava quel disordine allegro. Le erano rimasti, però, i suoi libri, romanzi francesi e tedeschi, e una foto in cui sorrideva malizioso mentre scacciava una ciocca scura dal volto.

Laura non sopportava di pensare a Peppino così intensamente. Si sentiva svuotata. Era stato l’unico uomo che avesse veramente amato. Dopo di lui aveva vissuto come una randagia   a raccontare la pappa imparata a memoria ai gruppi organizzati. Avrebbe dovuto licenziarsi da tempo, e non aspettare che qualcun altro lo facesse per lei. Ma era stata sempre tanto lenta a prendere decisioni.

Squillò il telefono. Rispose senza voglia, sapeva chi era. L’aveva conosciuto a una partita di basket e da allora le rimbalzava addosso appena poteva. Aveva cambiato le lenzuola apposta, mentì. Le riusciva sempre meglio. Lui smontava alle otto, quella sera, e avrebbe portato la pizza, sapeva che le piaceva con la mozzarella e tanto basilico. Laura gli mandò un bacio falso, che al cellulare suonò come uno schiocco vero.

Vincenzo faceva il magazziniere al supermercato e aveva turni strampalati. Dalle quattro del pomeriggio alle nove di sera, dalle dieci del mattino alle tre. Era diplomato ragioniere, lo ripeteva sempre, ma aggiungeva, con rammarico, che non aveva trovato di meglio. Laura faceva la spesa sotto casa, salumiere, macellaio, fruttivendolo, panettiere. Ma al palazzetto dello sport se l’era trovato vicino a tifare scalmanato per la Scandone.

Laura chiuse la valigia e la portò all’ingresso, sotto lo specchio.

Vincenzo arrivò con le pizze fumanti e le birre ghiacciate in una busta di plastica. Vide la valigia e smise di sorridere. Se ne andava via senza di lui? perché? cos’era lui, un pacco prendo e sposto? chiese geloso. Laura inventò che una vecchia amica l’aveva chiamata, era morta la madre, non poteva sottrarsi. Avevano praticamente trascorso l’infanzia insieme. La madre cucinava torte nel forno a legna, nella campagna sul mare, e zuppe di pesce memorabili. Doveva avere le foto, conservate da qualche parte. Vincenzo sembrò calmarsi, la morte è un alibi serio.

Laura aprì le birre e le versò nei bicchieri alti senza fare schiuma, Vincenzo tagliò la pizza e cominciò a mangiarla a spicchi, con le mani. Le diede un bacio sulla bocca per scusarsi. Aveva le labbra come velluto, e un profumo speziato che metteva in quantità eccessiva ogni volta che andava da Laura. Le sussurrò in un orecchio che voleva vedere le foto della sua amica. Laura si alzò e tornò con una busta da lettere grande, tagliata sul lato.

Questa era la casa di Bianca, vedi com’è solitaria? Per qualche anno avemmo la corrente solo poche ore al giorno, ma il panorama, mare e scogli era uno splendore: a destra Santa Maria di Castellabate, a sinistra la riserva di Licosa, dove ho imparato a nuotare. Questa donna grassa con i capelli corti ossigenati e il costume nero è la madre di Bianca, si chiamava Eleonora. Appena arrivati ci faceva sempre trovare un dolce di fichi e noci, buonissimo. Questa qua con il cappello di paglia, vicino a lei, è mia madre, vedi com’è abbronzata? stava tutto il tempo al sole senza scottarsi. Quello con la muta è il padre di Bianca, faceva pesca subacquea da maggio a ottobre e ci regalava murene e cernie in quantità, un tipo tranquillo. Beh, per forza, viveva in una specie di paradiso terrestre! E queste due piccole e magre, con il fucile da sub, siamo noi: io quella con il costume rosa, Bianca con quello a pois.

Un giorno mi porterai a Licosa, disse Vincenzo cingendola.

Un giorno, sì, rispose Laura, e andò a riporre le foto nel cassetto della scrivania.

Al cancello, un giovane guardiano la fermò. Per entrare nella proprietà doveva compilare un modulo, nome, cognome, ospite di, motivo della visita. Laura dettò al ragazzo del cancello: Laura Cucciniello, Bianca Marotti, visita di cortesia. Il ragazzo, occhiali a fascia nera e pizzetto a punta, sorrise. Laura tentò di capire chi fosse, un tempo si conoscevano tutti, a Licosa. Ma il guardiano aveva appena vent’anni, jeans scoloriti e strappati, dolcevita nero. Poteva essere, casomai, figlio di qualcuno che aveva conosciuto.

La signora Bianca la sta aspettando?

No, vorrei farle una sorpresa.

Mi dispiace, devo chiamare. Senza consenso dei proprietari non si entra.

Non posso fare una sorpresa a una vecchia amica? Ne sono cambiate di cose.

Questa è la regola, rispose il ragazzo, asciutto.

Laura pensò di andarsene. Quella telefonata le avrebbe rovinato l’improvvisata. E il ricordo di Bianca, forse irriconoscibile per gli anni trascorsi, si fece ancora più scolorito. Portava ancora gli occhiali di osso rettangolari? camminava ancora lenta e dinoccolata? praticava ancora la pesca subacquea d’inverno? Di colpo ebbe paura di aver sbagliato, di aver agito per un impulso malinconico.

Non se ne vada, disse il guardiano. Telefono subito.

Laura succhiava la stanghetta degli occhiali da sole.

Dice che l’aspetta, annunciò il guardiano, e che le viene incontro in bicicletta.

Il ragazzo aveva occhi verdi bellissimi. Sorrise, aveva denti perfetti. La forma della bocca, larga, carnosa, le ricordava qualcuno. Tuo padre si chiama Costabile? chiese.

E lei che ne sa?

Gli assomigli molto. Era un nostro amico del bigliardino.

Ma lei chi è?

Lo hai appena scritto.

Laura si addentrò nella proprietà. Riconobbe il silenzio, la luce bianca, la polvere della strada. Ritrovò il viale di pini contorti dal vento, la costa che rotolava verso il mare, i carrubi, gli olivi, quattro chilometri di strada dritta e polverosa, e pietre, ruderi, alberi scheletrici. L’isola apparve incastonata tra due tronchi di pino. Da lontano le era sempre sembrata la schiena di un mulo, per quell’ampia curva che faceva sull’acqua. La casa di Bianca era sul primo promontorio, nascosta dalle agavi giganti e dalle tamerici.

Andavano in bicicletta da Licosa a Ogliastro quando avevano il permesso dei genitori, cioè tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. Al bar sulla spiaggia, accanto alla chiesetta, giocavano al calcio balilla e a pallavolo. Ai tornei estivi, ogni anno, lei e Bianca erano imbattibili, e nonostante le spinte date apposta e le urla nelle orecchie per distrarle, uscivano sempre vincitrici. Il primo anno ebbero in premio un cesto di pesce fresco, comprese aragostelle e murene. Laura era corsa fuori, in piazza, gridando di gioia, Bianca aveva sorriso agli avversari, era andata a stringere loro la mano e li aveva invitati a mangiare il pesce insieme, perché in fondo non era che un gioco. Laura si era offesa: aveva previsto una cena tutta per loro nell’aia davanti alla casa. Viveva per quelle modeste vittorie, le sole che aveva avuto, perché il resto della sua esistenza era stato opaco e mediocre.

Arrivò al secondo cancello. Oltre si estendevano le proprietà del principe, la villa in stile eclettico con una cappella sul mare e chilometri di terreni coltivati a olivi e fichi, con masserie cadenti e svariati ritrovamenti greco-romani. Svoltò a sinistra e si fermò sullo spiazzo del porticciolo. Il mare a riva formava una zona acquitrinosa, tra scogli e alghe, e in quel piccolo specchio d’acqua galleggiavano sterpi, bottigliette di Coca-Cola e contenitori di varechina. Il molo era vuoto, neanche una barca. Azzurro e marcio, quel riparo abbandonato lo nauseò. Riprese la strada verso la casa di Bianca.

Il giardino all’ingresso si era trasformato in orto, riconobbe la peluria profumata dei finocchi e il fiore spinoso dei carciofi. Albicocchi, limoni, aranci, mandorli e pruni avevano preso il posto dei pini e delle tamerici, la ghiaia copriva il sentiero di terra battuta. La casa era perfettamente identica a come la ricordava, quadrata, a due piani, con l’arco profondo dell’ingresso sotto cui andavano a ripararsi dal sole. Era stato aggiunto un porticato sul lato del mare, una panca, due sedili, un paio di biciclette e qualche bottiglia di acqua minerale erano accatastate alla rinfusa. Nessuna voce, solo una brezza leggera che scuoteva i rami.

Bianca! chiamò, ma la sua voce rimbalzò sui muri.

Non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare la verità a un’amica che vedeva dopo tanti anni. Cos’avrebbe potuto fare per lei? C’era troppo silenzio in quella terra. A chi importava visitare il mare d’inverno? a chi importava di perdersi tra carrubi fronzuti e pini contorti?

Bisogna avere altri sguardi, quelli che non si appoggiano sulle cose, ma vanno in profondità, perché in ogni cosa c’è splendore e luce, diceva sempre Bianca.

Ci vuole energia per stare al mondo con i piedi ben piantati per terra e la testa alta, come un albero, ribatteva Laura. Eppure aveva deciso di vivere risicata, come un’avara consapevole, semplicemente perché aveva paura della vita e non era riuscita a trovare un accomodamento con lei. 

Si girò per tornare fuori, alla macchina. Bianca era alle sue spalle. Da dove sbucava? Era stata a guardarla tutto il tempo?

Gli stessi occhi di fiordo dietro gli occhiali dorati, ancora più magra, qualche ruga ai lati della bocca e i capelli fini, corti, biondo cenere. Vestita tutta di lana beige sembrava una eremita.

Allora non mi ero sbagliata, eri proprio tu! disse abbracciandola. Laura contò le ossa del torace sotto la camicia di flanella e sentì un odore leggero di limoni sul suo corpo.

Ti pensavo qualche giorno fa, ho trovato alcune foto: stavamo vestendoci per la pesca, la nostra prima muta, ti ricordi? Ma sai che non ho più il tuo numero di telefono? Che sorpresa, che bella cosa! Sembrava sincera. Vuoi restare fuori? Non fa freddo, mi pare. Aspetta che ti preparo il caffè. Entrò in casa, chiuse la porta.

Dopo il caffè me ne vado, non ho niente da fare qua, pensò Laura rassegnata.

Bianca tornò fuori con una torta di mele. Sono diventata brava in cucina, dolci e frittate sono la mia specialità.

Laura guardava la fetta di torta nel piatto e non riusciva a mangiare. Scorgeva pinoli, uvetta, mele a fette sottili, sentiva un odore caldo di cannella e di burro. Doveva essere squisita, ma quella disponibilità senza riserve le attanagliava lo stomaco.

Comincia, su, il caffè sta arrivando.

Laura staccò un pezzo di torta con la forchetta e lo masticò lentamente. Ho fatto colazione da poco, fino a sera non mangio mai. Bevo solo qualche caffè, così mi tengo sveglia. Comunque è buonissima, complimenti.

Mi diverto, mi rilassa. La crema alla menta, la mousse di vainiglia, la marmellata di fichi, in casa i miei dolci finiscono in fretta, neanche il tempo di preparare e mettere sul piatto. A te che piace fare?

A me? Io, ecco, io vado in palestra.

L’ho notato, ti trovo in splendida forma!

Tua madre come sta?

È morta nove anni fa. Era molto malata, ma fino all’ultimo pretendeva di comandarmi a bacchetta. Bianca fai questo, Bianca fai quello, controllava tutto, case, olio, fichi, villeggianti. Ora che non c’è mi manca, ma… non lo dovrei dire, lo so, ma è come se un vento libero circolasse finalmente per le stanze di questa casa.

Bianca, stai parlando di tua madre.

Sto parlando di una donna che credeva che il suo tempo non sarebbe finito mai, una che credeva di essere ancora la padrona, ma di cosa? non siamo padroni di niente.

Laura capì che non doveva insistere, era una strada che le avrebbe portate lontano, e lei intendeva arrivare subito al dunque. Avrei dovuto avvisarti, ma ho pensato che se ti avessi trovata a casa era un segno.

Hai fatto bene, esco così poco da questa casa!

Allora? raccontami di te.

Sono serena. Tanti cambiamenti, o forse sono semplicemente compimenti. Sì, è più giusto chiamarli così. Tu?

Laura non capiva. E ora come faceva a spiegarle in due parole perché era venuta?

Lavori? hai una compagna? figli? la sollecitò Bianca.

Quante domande! Ne parliamo dopo? Sono appena arrivata.

Mi sa che dopo non avrò molto tempo per te, e posizionò la sedia di fronte a lei.

Sono crollata in due anni. Pensi di essere al sicuro, in una botte di ferro. Hai tutto quello che ti serve, casa, lavoro, amore, denaro. Hai faticato come una pazza, ma ce l’hai fatta, e proprio allora, minuto più, minuto meno, comincia a sgretolarsi qualcosa.

Che vuoi dire?

Che la vita ha cominciato ad andare da un’altra parte, e a me non sono rimaste che ombre. Prima quella di Peppino, poi quella di mia madre.  Ho cominciato a sentirmi… larga, intorno a me sempre più largo.

Hai sentito il vuoto, vuoi dire. Ma perché non chiami le cose con il loro nome?

Allora: si è fatto largo e ho sentito il vuoto, va bene?

Bianca rise. Non hai perso il tuo va bene alla fine di ogni frase, eh?

Rise anche Laura. E tu non hai perso il vizio di interrompermi.

E nel largo del vuoto cos’è successo?

Che ho perso il lavoro due mesi fa.

Te la saprai cavare benissimo, Laura, ne sono certa.

Invece no. Sto vivendo con i soldi che ho messo da parte, ma la scorta finirà, prima o poi. 

La solita esagerata. Avanti, racconta.

L’agenzia di viaggi per cui lavoravo è stata chiusa per ordine della magistratura. Hanno scoperto che i tour nei paesi dell’Est erano truccati, e che i viaggi erano coperture per orge con minorenni e incontri per pedofili. Insomma, una multinazionale del sesso. Non sono mai stata in questi paradisi della perdizione a basso costo, ma chi partiva tornava soddisfatto, tanto che poi veniva a ringraziarci del bel viaggio e a prenotarne un altro. E uno, particolarmente entusiasta, si è vantato con un amico, fanno qua, fanno là, prendono su, prendono giù, e l’amico, un poliziotto a un passo dalla pensione, è partito con il nostro tour da millecinquecento euro tutto compreso, deciso a indagare su quel tutto compreso. E alla fine ha scoperto che la nostra società di viaggi era la numero uno su scala nazionale per i pornotour, e che nascondeva un giro di valuta sporca proveniente dal commercio di organi, un orrore.

Bianca rivolse all’amica un sorriso rassicurante. Continua, su.

Siamo stati licenziati tutti e io, che ero responsabile di filiale, anche indagata. Indagata, io, capisci? Fortuna che poco dopo mi hanno prosciolta dalle accuse perché estranea ai fatti. Ma ora devo cominciare tutto daccapo. Si dice così, giusto?

Disoccupata con onore, si dice.

Disoccupata disperata.

Non è questo che ti fa disperare.

E cosa allora? Laura si levò gli occhiali da sole, li posò sul tavolo.

Dillo tu, ti farà bene.

Laura si mise tamburellare con le dita sulle gambe. La musica che ascoltava Teresa si compose naturalmente nella sua testa.

Non potrò innamorarmi mai più. L’aveva detto. Si portò le mani sugli occhi e continuò: Peppino era speciale. La mia casa è piena di ricordi, vorrei buttare via tutto, vendere ogni pezzo che abbiamo comprato insieme, ma non so staccarmene.

Puoi restare qui a Licosa quanto tempo vuoi, abbiamo stanze e spazio in abbondanza. E magari ci puoi dare una mano.

Ma vedi se dovevo venire a piangere da te! scherzò Laura, cercando di ricomporsi. A essere sincera, mi ero dimenticata di te, in questi anni. È stato all’improvviso, di punto in bianco ti ho pensata.

Che c’entra? Mica possiamo pensare sempre a tutti, no? Si fa una selezione. Chi ci è caro continua a vivere da qualche parte dentro di noi.

Bianca stava giocando con un tovagliolo di carta. Aveva fatto una barchetta che appoggiò sul tavolo.

Venne Iris a portare il caffè. Graziosa e trasandata, pensò Laura vedendole addosso una tuta blu e grigia e le ciabatte di plastica. Aveva gli occhi viola, belli e intensi, i capelli con la frangetta che le arrivavano alle orecchie, le mani sciupate. Si sedette con loro.

Finalmente conosco l’amica di Bianca.. Fino a ieri per me avevi quindici anni, e adesso ti ritrovo adulta. Vedi il tempo che scherzi fa? Vicine, lei e Bianca sembravano due arbusti innestati uno sull’altro.

Laura resta con noi. I ragazzi dormiranno insieme, per te va bene?

Iris doveva essere abituata a ospiti imprevisti, perché rispose di sì senza scomporsi. Lo vado a dire a Margherita. Allora a più tardi, e rientrò in casa.

Margherita è la sorella di Iris. Insostituibile. E hanno ancora una sorella e due fratelli, tutti con nomi di fiori, aggiunse Bianca sottovoce, e ridacchiò. Fu in quel riso birichino che Laura ritrovò l’amica della sua infanzia.

Cioè?

Narciso, Giacinto e Orchidea, un bouquet completo. Il cognome devi indovinarlo tu.

Fiore, naturalmente, scherzò Laura.

Troppo facile! Ma senza di loro non saprei come fare.

A fare che? chiese Laura curiosa.

Bianca si alzò e fece segno all’amica di seguirla. Camminarono vicine fino al magazzino degli attrezzi.

A tirare avanti. Non è facile, sai?

Non è facile per nessuno.

Bianca ciondolava, passandosi le mani tra i capelli come se avesse un tic.

Mi dispiace che i tuoi figli debbano dormire nella stessa stanza.

Saranno contenti, invece, così potranno chiacchierare. E poi tu non vieni mica tutti i giorni, no?

Il magazzino era ingombro di brandine piegate e accatastate una sull’altra, coperte di lana a quadrettoni, cuscini e buste di biancheria. In un angolo c’erano tre biciclette identiche, vecchie ma ben tenute.

Prendi una bicicletta e seguimi, facciamo un giro.

E la brandina?

Sta qui, nel deposito. Presto la verranno a prendere.

Il cielo si era fatto grigio, aveva cominciato a piovere leggero e tiepido. Laura non andava in bicicletta da tempo e in un primo momento stentò a tenersi in equilibrio. Bianca l’attendeva al cancello. Aveva un k-way anche per lei, disse, nel caso fosse piovuto più forte.

Laura la seguì sulla strada dei tre ponti. Attraversarono la passeggiata della loro adolescenza, tra rovi che si infilavano nei raggi della bicicletta, terra e pietre cadute. Un muraglione nascondeva due case costruite da poco. Le ville verso il mare, disabitate d’inverno, si erano estese con porticati e gazebo celati dai gelsomini rampicanti. Ma era quel silenzio ritrovato, il silenzio che l’accompagnava anche quando tornava in città, e che le faceva vivere una sorta di veglia finché i rumori della vita non venivano in suo soccorso, a far crescere il disagio di Laura. Davanti a lei, Bianca filava veloce, il corpo raccolto sul manubrio. Perché condurla subito al porto, con quella pioggia sottile? Le aveva prestato un k-way e un berretto di lana, ma c’era tempo, lei era fuori allenamento, non doveva correre così. Bianca le faceva segni di incoraggiamento, infine rallentò come se avesse capito, e arrivarono al porto insieme. La lunga difesa a ovest era raddoppiata in altezza, erano sorti due alberghi, sul porto. Bianca si fermò nella piazzetta accanto.

Torno subito, e si allontanò. Chi era l’uomo calvo e secco che l’aspettava?

Non serviva farsi tante domande. Non si entra nella vita di una donna così all’improvviso, pensò Laura, ti rendi conto che non ha spazio per te e non sa come dirtelo. Era stata gentile ma distratta, non l’aveva ascoltata quando le aveva raccontato del licenziamento, altrimenti l’avrebbe interrotta, le avrebbe fatto quelle sue domande precise su chi e su come. Invece non l’aveva fermata una sola volta, non le aveva fatto ripetere nulla, come se la storia le fosse nota. Forse avrebbe dovuto parlare del suo progetto, chiederle subito aiuto, ringraziarla e partire nel pomeriggio. La solita sfigata.

Bianca la raggiunse.

Scusa, dovevamo concludere una cosa.

Sei tu che devi scusarmi, piombare così in casa tua.

Era così che dovevi fare, non preoccuparti.

Guardò l’orologio, quasi mezzogiorno e mezzo.

Vieni, devo andare a prendere Lula. Non spiegò, inforcò la bicicletta e fece d’un fiato la salita del porto fino alla chiesa. Laura pensò alle storie che l’amica inventava ogni estate, avventure di tesori e di pirati che presidiavano la spiaggia. Non stava mai ferma davanti a un gioco per più di mezz’ora, poi il gioco era aperto, sezionato, trasformato. Viveva un’avventura infinita. E chi era Lula?

I bambini della prima elementare stavano uscendo in fila per due. Bianca salutò due signore, strinse la mano a un’altra, parlò levandosi gli occhiali. Una bambina con le trecce nere le corse incontro e le si attaccò alle gambe. Lei si chinò a baciarla, la prese per mano e la condusse da Laura: Questa è Lula, disse levandole lo zainetto e ficcandolo nel portapacchi. La mia amica si chiama Laura, ci conosciamo da quando eravamo piccole come te.

Lula le porse la mano educata. La frangetta le copriva la fronte.

Piacere, Lula, disse Laura abbassandosi verso di lei. La bambina si aspettava un bacio, lei le carezzò la guancia.

Il capannello davanti alla scuola si era sciolto, una piccola folla scomposta attraversò la strada, alcuni bambini salutarono Lula, altri si misero a correre verso la piazzetta.

Bianca si caricò la bambina sul sedile della bicicletta. È ora di andare a casa. Vai avanti tu, Laura, che noi andiamo piano, vero fiorellino? disse Bianca, tenerissima. E diede un bacio sulla guancia alla bambina.

Era cinese? coreana? vietnamita? dove aveva preso quella bambina? Adozioni internazionali, un turista di passaggio, un viaggio di cultura a Pechino, una notte in un hotel a Bangkok? Diede a pedalare più forte.

La casa era animata di voci e di musica. Sei biciclette parcheggiate nella rastrelliera, finestre spalancate al piano superiore, televisione accesa e un buon odore di sugo e di patate fritte.

Lula le diede la mano, morbida come un collo di pelliccia. Ti piacciono le patatine fritte?

Moltissimo, rispose Laura.

Non mangiare le mie, però.

La lasciò e corse verso il portico.

Vieni, che ti presento gli altri, la esortò Bianca. Non spaventarti per il disordine, ma quattro ragazzi non li tieni facilmente tranquilli.

Il soggiorno-cucina era occupato da un tavolo rettangolare di noce e da una credenza che Laura riconobbe per essere quella del suo appartamento di vacanza. Intorno al tavolo erano seduti tre ragazzi.

Vi presento una mia carissima amica, esordì Bianca, da bambina veniva in vacanza qui. È venuta a stare con noi per un po’. Lui è Mustafa, lei Alina e lui suo fratello, Rafik. Lula la conosci.

Laura li guardò a uno a uno. Rafik e Alina, una decina d’anni, avevano i capelli neri e ricci, gli occhi lucenti come chicchi di caffè, i denti di perla. Mustafa era appena più piccolo, il viso lungo e brufoloso, gli occhi verde chiaro.

Dalla cucina sbucarono Iris e un’altra donna con una zuppiera di pasta al sugo di polpo e un cesto di pane e di salami.

Lei è la sorella di Iris, Margherita, fece Bianca. E aggiunse sottovoce, tendendo il piatto a Iris: Non è uno spasso?

Per me pochi, chiese Laura, non sono abituata a mangiare a mezzogiorno.

Qui ti devi abituare per forza, replicò Alina prima di ficcare la testa nel piatto.

Com’è andata a scuola? Sentiamo, Mustafa, il compito di matematica? E tu Rafik, l’interrogazione di italiano? Ah, niente, che fortuna. E in storia? di nuovo scena muta?

Sì, però ha fatto un bel disegno, puntualizzò Alina. La maestra lo ha appeso in classe.

E cosa hai disegnato, Rafik? chiese Laura.

Una nave sul mare e ho messo pure… come si chiamano, Bianca , quelle ruote che stanno appese?

Salvagenti. Bene, e il tuo disegno, Alina? me lo fai vedere?

Io ho disegnato un cane seduto, disse Lula. Ma è tutto stotto.

Storto, la corresse Iris. Ora, se non vi dispiace, vi metto i polpi nel piatto e le patatine al centro. Sai Laura, qui mangerebbero solo patatine fritte.

Alla fine del pranzo, Lula si alzò per ultima, si avvicinò a Laura e le diede uno spicchio di mandarino.

Un bacio, chiese vezzosa.

Laura si chinò a baciarla, sapeva di borotalco. Grazie Lula!

Posso? chiese la bambina a Bianca .

Attenta, Lula, lo sai. La bambina corse in cortile e raggiunse gli altri.

Se ve ne andate anche voi a prendere un po’ d’aria è meglio, disse Margherita spiccia. Il caffè lo portiamo noi.

Chi sono quei ragazzini? domandò Laura mentre raggiungevano il portico.

Lo vedi da sola, creature senza famiglia, senza patria, senza nome.

E tu che c’entri?

Io sono la loro ultima spiaggia.

Cioè?

Sono la loro affidataria, vivranno con me fino a quando qualcuno non dimostri di essere loro parente e venga a riprenderseli.

E come ti è venuto?

Ma dove vivi? Secondo te cosa sono gli sbarchi di clandestini? pacchi di sigarette galleggianti? Sono uomini, donne e bambini. Mustafa, Alina, Rafik, Lula: loro sono i bambini. Bianca la guardò serena. Non sai niente di queste cose?

Laura non rispose. Non le era mai importato degli sbarchi dei clandestini. Fatti loro, viaggi loro, vita loro, a lei non interessava salvare il mondo. Non ne so, è un crimine? mi vuoi sparare?

No, non è un crimine. Siediti, per piacere. Quattro anni fa una donna curda sbarcò… no, non è esatto: quattro anni fa una donna curda fu gettata in mare, da un gommone sbatté la testa contro gli scogli e morì come un granchio, con la polpa fuori dalle chele. Si chiamava Maria Fatima. I figli furono raccolti da una motovedetta italiana e portati in un centro di accoglienza ad Agropoli. Sono i bambini che hai appena conosciuto.

E tu che ne sai di figli, di educazione, di responsabilità, sei pazza a fare una cosa del genere! La tua vita? e i tuoi progetti? il tuo lavoro?

Era l’unica maniera per non dividerli.

Non c’era nessun altro che poteva prendersi cura di loro?

In quel centro di accoglienza c’ero io, e ho deciso. Iris è stata subito d’accordo.

Così hai cambiato la tua vita, concluse Laura.

Gli sbarchi di clandestini si accumulano come foglie secche. Basta poco che prendano fuoco, e quel fuoco è fatto di carne viva. Puoi assistere al rogo senza battere ciglio e farci pipì sopra, ma se pensi che quella carne in fondo potrebbe essere la tua, non puoi farci pipì sopra sperando di spegnere l’incendio.

Arrivò Iris con il caffè. Bianca si levò gli occhiali e massaggiò le palpebre con il palmo della mano.

Ti sto sottraendo ‘a ‘nammorata, scherzò Laura.

Fai pure, non vedi com’è contenta? e sedendosi accanto a Bianca le scompiglio i capelli.

I ragazzi giocavano con un pallone, cercavano di centrare una porta delimitata da due sassi.

Sono figli miei, a diciott’anni potranno avere il mio cognome.

Vuoi dire che le tue terre, le tue case, le proprietà che tuo padre e tua madre ti hanno lasciato andranno a questi ragazzini di cui non sai nulla se non che sono fuggiti a bordo di un gommone e precipitati in acqua? Ci vuole proprio fortuna nella vita.

Iris si alzò di colpo, posò la tazzina di caffè ancora piena sul vassoio e si diresse verso casa.

Bianca non si scompose e bevette l’ultimo sorso di caffè. Non credo che ci voglia culo a essere profughi, a essere spinti in mare senza saper nuotare.

Ma da qui a dargli il nome! Tua sorella Letizia che dice? Ragiona, almeno lei?

Fa la zia, viene una volta al mese da Milano, li vizia con i giochi e le coccole. E si sta occupando della pratica di adozione internazionale.

Coinvolta anche la pacioccona!

Ci sono scommesse a cui non puoi sottrarti.

Io non l’avrei fatto, neanche a pagamento.

Lo so.

È una responsabilità enorme.

Lo so.

Mustafa venne di corsa a chiamarli con un pallone azzurro e blu sotto il braccio.

Bianca, facciamo una partita? Vieni anche tu! esclamò rivolto a Laura.

Non me la cavo bene con il calcio, mi dispiace. Io, beh, ecco… io gioco a basket.

Non preoccuparti, assicurò Mustafa, e la trascinò su un rettangolo di terra battuta dietro al deposito.

Portiere! gridò Bianca prendendo posizione.

Dopo un’ora a scartare, fingere, tirare, rimbalzare, Laura era sfinita e si distese sul prato. Bianca la raggiunse dopo qualche minuto, con il fiato corto. Mustafa continuò a palleggiare. Il cielo si era fatto più grigio, forse sarebbe piovuto nel pomeriggio, ma quel silenzio e quella calma rendevano perfetta ogni piccola variazione. Laura si sentì al sicuro. Da quanto tempo non poggiava la testa sull’erba dopo una partita di calcio? Gli sembrò di stare a casa di Bianca da un’eternità.

Mustafa venne a sedersi accanto a loro. Laura è proprio brava, ammise. Come mai una così brava non è mai stata invitata a giocare con noi?

Abito lontano da qui, spiegò Laura.

Quanto lontano?

Solo un’ora e mezza di macchina.

Attraversi il mare per venire da Bianca?

Volendo potrei, ma preferisco la strada.

La prossima volta allora vieni per mare. Ma di giorno, di notte è pericoloso.

Laura gli carezzò i capelli. Che testa, quel ragazzo, parlava come un vecchio.

Sai nuotare? Le chiese Mustafa.

Sì.

Bene come Bianca?

Mah, sentiamo che ne pensa lei?

Bianca si distese sul gomito e la guardò divertita. Solo che ha paura a tuffarsi, è sempre stata una croce, ma una volta in acqua diventa un delfino.

Devi trovare uno che ti butta, disse Mustafa, così ti passa la paura.

Laura si accoccolò di fonte a lui, a osservare gli occhi grandi e le ciglia lunghe di quel bambino.

Nessuno di loro scendeva alla spiaggia, d’estate, Alina obbligava tutti a guardare il mare da lontano.

È pericoloso come un drago che ti porta giù e ti fa dimenticare tutto, è buio e freddo.

L’unica a fare i tuffi era Lula. Andava giù senza maschera, appiattendosi sul fondale come una sogliola. Ma Lula non aveva conti da regolare con il mare, la sua era stata un’infanzia felice.

Hai adottato anche lei?

In un certo senso. Lula è mia sorella.

Il padre di Bianca si era risposato a sessantotto anni, appena rimasto vedovo, con una ragazzina conosciuta durante un viaggio in Thailandia. Amori senili, i più pericolosi. La ragazza, la madre di Lula, venne con lui in Italia. Si chiamava Jasmine. Dolce. Erano una strana coppia, in paese ridevano tutti, perciò mio padre preferì chiudersi in casa e girare per le sue terre. Quando Jasmine rimase incinta di Lula era già malata. Non sai quello che sono costrette a bere e a fare le donne nei bordelli di Bangkok per accontentare i clienti.

A me lo dici?

Ah, già. Comunque, prendono sostanze eccitanti, porcherie in vena, bevono liquori da quando hanno dieci anni per far bene. Jasmine aveva il fegato ridotto a una pietra, Lula è nata piccolissima e gialla. Sua madre è morta che lei aveva un anno.

E tuo padre?

Lui non ha resistito molto, voleva bene a Jasmine. Così Lula era orfana a tre anni, come vedi ci chiama mamma.

E gli altri ragazzini?

C’è spazio per tutti in questa casa, lo sai.

E i villeggianti?

Da quando è morta mia madre abbiamo smesso di affittare. Basta turisti, non ne potevo più.

Fu allora che Laura ricordò perché era andata a Licosa. Ma non c’era niente per lei, la decisione di Bianca la metteva fuori gioco.

E come vivi, allora?

Porto la barca per i turisti d’estate, ne abbiamo una grande in società con Giovanni, te lo ricordi? era un marinaio di mio padre, e faccio lezione di sub due volte a settimana.

Ma non era meglio ospitare villeggianti, organizzare un bel progetto di accoglienza legato al territorio, sai quelle cose che si portano dietro il turismo di qualità, tipo luoghi per lo spirito e per il corpo… Avrei potuto darti una mano io, sono brava in questo.

Quei posti sono occupati, ormai.

Per quel giorno non c’erano compiti, annunciò Rafik. Dato che era sabato, potevano andare al cinema? Davano un film bellissimo, Lo Hobbit, per favore, per favore.

Vediamo che dice Laura, scherzò Bianca.

È davvero un bel film.

Allora verrai anche tu? chiese Rafik, tutto eccitato.

Se mi volete, volentieri.

A casa sarebbero rimaste le bambine con Iris e Margherita. Prima di uscire, Bianca aveva telefonato a Giovanni per assicurarsi che venisse a stare con loro. Per me è come un fratello.

Laura intuì che temevano qualcosa. Avevano paura per la vita di quei ragazzini? e perché?

Nell’attesa di Giovanni, Laura telefonò a Vincenzo. Era arrivata e andava tutto bene. Stavano in casa, dove potevano andare con quel tempo e in quella circostanza? Lui insistette, caramelloso: quando torni? mi manchi, e io? baci, a presto, a prestissimo.

Si era messo a furano, il rumore del mare arrivava fino in casa. Era un rumore familiare, Laura ne conosceva le interruzioni, le accelerazioni, i silenzi, le intensità.

Fu con un mare doppio di questo che il gommone li scaricò in mare. Vedi tu se puoi perdonare.

Perdonare chi?

È quello che mi chiedo anch’io. Non sappiamo nulla dello scafista. Volato via, nell’ombra.

L’arrivo di Giovanni distolse Bianca dal suo racconto.

Stanno chiudendo i cancelli, disse Iris. Tutto bene.

Laura e Giovanni si riconobbero, avevano pescato insieme alici sulla barca del padre di Bianca, più di vent’anni prima. Giovanni aveva le tempie ingrigite, il naso adunco era segnato da venuzze, il sorriso era sempre stretto tra i denti dritti e affilati da volpe.

Che sorpresa, avevamo perso le tue tracce, la salutò Giovanni con voce calma. Tutto bene?

Come faceva a rispondergli di no?

La sera, a casa, Laura sedeva sulla sedia a dondolo accanto alla stufa a legna lasciandosi cullare dal calore. Guardava dritto davanti a sé e non parlava. Giovanni e Bianca giocavano a Monopoli con Iris e Alina. Tiravano i dadi, compravano terreni e case, vendevano, compravano e ridevano.

Bianca le toccò il ginocchio. Si stava annoiando? Potevano anche smettere e fare un altro gioco.

No, anzi, ma se non dispiace a nessuno vado a controllare una cosa in camera, rispose intontita.

Secondo me devi farti un bel sonno, scherzò Bianca.

Allora, beh, col vostro permesso, salgo in camera. Buonanotte.

A domani, risposero i quattro senza alzare la testa dal gioco.

Laura si addormentò vestita.

Quando si svegliò per il rumore del mare sugli scogli, erano appena le undici di sera. Bevve un sorso d’acqua, a stare scoperta gli era entrata in corpo l’umidità della casa. Sfogliò un fumetto che trovò sul comodino, un Topolino vecchissimo, con le pagine arricciate. In quella casa non si era mai buttato via nulla.

Infatti, un poster di Roberto Baggio gli sorrideva dalla parete accanto al letto. Si alzò. I libri di scuola erano collocati in ordine sullo scaffale insieme a un vocabolario di italiano e uno curdo-italiano. Sullo scaffale di sotto stavano pennarelli e pastelli, un album di calciatori, un porta cd. Dall’armadio usciva odore di deodorante e gel. Laura contò quattro pantaloni leggermente consumati, un giubbino di jeans, due felpe una blu e una rossa, un maglione di lana melange fatto a mano e una decina di magliette di cotone.

Sedette sul letto. Scrutò la fototessera incorniciata che poggiava sul comodino. La foto era sciupata e si vedeva ben poco del volto della donna: zigomi stretti, occhi scuri, forse un neo sotto il naso. Era tutto quello che restava della mamma di Rafik, Alina e Mustafa.

Si svestì, dalla sua sacca prese il pigiama di cotone pesante a righe. In quel momento squillò il cellulare, Era Vincenzo.

Tutto bene, sto andando a dormire, rispose. Lui insisteva per sapere: l’accoglienza, la casa, il tempo.

Non c’è niente da dire. Ho fatto bene a venire qua.

Sicura che sei sola? chiese perentorio.

Questo era il problema, se lei stava per infilarsi nel letto di un altro o nel pigiama.

Ci vediamo lunedì sera, e spense subito il cellulare.

Finì di abbottonarsi il pigiama, piegò il piumino e si mise sotto le coperte. Percepì la cavità del materasso sotto la schiena, il calco del corpo di Mustafa. Ogni notte quel letto riceveva l’impronta di un ragazzino di nove anni. Cosa faceva prima di addormentarsi? Leggeva un fumetto? ascoltava una canzone? Forse prendeva la foto della madre e la guardava. O forse non la guardava più.

La forma del corpo di Mustafa si adattava alla sua come una scorza. Laura si riaddormentò.

Il mare si è messo di traverso, sento le onde in gola, il vento sotto la felpa, forte forte. Ci hanno bendati per stare più sicuri. Loro. La mia benda è fradicia, le gocce salate mi scivolano sulla faccia. Penso che stiamo tutti così, con le gocce sulla faccia, come lacrime. Ancora poco, sussurra mia madre. Parla per farmi coraggio, Siamo in un sogno, rispondo. Mia sorella piange, anche se è più grande di me. Forse ha freddo, forse sonno. Siamo in tanti, dietro le bende abbiamo tutti gli occhi aperti. Mia madre ci tiene per mano, riconosco il callo sul dito medio perché scrive e anche la cicatrice sul polso. Le onde sono alte, penso alla schiuma che arriva nel gommone e diventa acqua. Quando il mare era mosso, mi buttavo di schiena dal molo, tutti i bambini amavano le onde. I bambini se li porta il mare, diceva mia madre.

L’uomo ci urla di stare giù, stiamo arrivando. Mia madre ha un indirizzo italiano in tasca, ripete Saremo felici.

Urlano dal fondo, tenersi pronti, sbarchiamo. Allora è tutto finito, mia madre ci raccoglie, siamo un unico straccio bagnato. Getto via la benda, è ancora buio, forse più di prima. Un uomo sulla punta grida qualcosa. Io capisco solo Scogli. Il gommone barcolla, siamo tutti in piedi, mia madre mi tiene stretto. Ci sono gli scogli, urla l’uomo sulla punta, stiamo sbattendo.

Siamo i primi. Perché noi? L’uomo mi prende in braccio, ha le mani grandi e leggere, la sua barba è morbida, è un pesce peloso uscito dal mare. Mi alza verso le stelle, non sono mai stato così in alto. Mia madre urla, il vento mi si infila tra le gambe, tra i capelli, sa di mare, ma non vedo il mare. Sbatto, ho paura, galleggio, il mare non mi fa paura, so nuotare, ce la farò. Devo tenere la testa fuori dall’acqua. Sento le urla. Ho freddo, mi fanno male i piedi, ho paura. Devi trovare uno che ti butta, così ti passa la paura. Siamo in un sogno, siamo in un sogno.

Laura si svegliò con la schiena sudata. Le sembrò che qualcuno la stesse spiando dalla porta, così accese la luce. Il rumore del mare era come un carillon perpetuo. Da bambina, quando d’estate lo sentiva tutte le sere, aveva finito per non farci più caso.

Allora aveva la stanza più piccola dell’appartamento, con una finestrina che guardava di sbieco il mare. Bianca la chiamava dal suo barattolo: avevano fatto un buco nel solaio di legno e il filo passava da sopra a sotto. Era l’ora, dovevano incontrarsi nel giardino sotto il gelso per andare a pescare. La muta era in una sacca di nylon, in un’altra aveva cacciato pinne, maschera, cintura e torcia. Una minuscola barca a remi li avrebbe portati fino al gozzo del padre di Bianca, lasciato tutta l’estate alla fonda.

Erano partiti con le lampare accese. La sfida era arrivare all’isola e gettarsi in mare, mescolandosi tra le luci delle barche dei pescatori. Questa notte lo splendore galleggia sull’acqua, aveva detto Bianca guardandosi intorno, e aveva teso la mano per acchiappare la luce. Poi si erano infilate la muta e si erano tuffate.

Era l’estate del ’92, e Bianca aveva preso a ripetere che bisognava cercare lo splendore in ogni cosa. Aveva diciassette anni e leggeva Spinoza, Laura ne aveva quattordici e non capiva. In verità non gliene importava niente. Di notte, quando non andava in barca, Bianca cercava le lucciole lungo la siepe di rosmarino che portava al mare. Fu prendendone una che le aveva parlato di quel suo convincimento: Di notte un raggio sottile esce dal suo nascondiglio e giunge a chi lo sta cercando. È una gioia concessa solo a chi crede che il mondo si illumini di una luce nascosta, si mantenga grazie a infiniti germogli di luce. E non c’è giorno in cui la luce si irradi nel mondo senza essere percepita da chi ha occhi giusti per vederla, aveva spiegato. A Laura era sembrata un’altra persona.

E ora in Peppino, morto troppo giovane in un incidente stradale, o nella madre di quei ragazzini, col capo fracassato sugli scogli, non riusciva a vedere alcuno splendore.

Bianca era rimasta la ragazza che guardava incantata le lucciole. Laura sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva, come un oggetto abbandonato che il tempo aveva coperto di polvere. La paura del dolore fa anche questo.

Un rumore saliva dal patio. Era la porta della veranda che si apriva e si chiudeva. La voce di Bianca raccomandava a Iris e a Margherita di far trovare tutto pronto nell’autorimessa. Laura sentì chiaramente Giovanni che diceva Io mi avvio, non farmi aspettare, e poi silenzio. Indossò svelta il maglione e scese a piedi nudi. Di qualunque cosa si trattasse, voleva andare con loro. Sotto il portico non c’era nessuno, il giardino era buio, una sola lampada rischiarava il sentiero che conduceva al mare.

Bianca! chiamò bisbigliando, ma non ebbe risposta. Si era immaginata tutto. Era talmente umido, lì fuori, che il pavimento sembrava bagnato, da sotto il portico vedeva chiare le luci della costa di fronte.

Se vuoi venire con noi ti servono queste, disse Bianca uscendo dall’ombra, e le porse un paio di calze di lana, un paio di scarpe alte e un piumino lungo fino alle ginocchia. Laura non fece domande, ma sorrise all’amica mentre legava i lacci e tirava su la lampo.

Nella tasca ci sono i guanti e un berretto, infilali che andiamo. Le porse una torcia già accesa.

 Pronta?

Pronta

Ero certa che saresti venuta con noi. Le strinse il braccio. Andiamo, Giovanni è già salito sulla barca.

Laura non sapeva perché, ma si fidava. Uscire nel buio in pieno inverno era un lavoro da pescatori, e quello di Bianca era lavoro, lo sentiva da come le aveva detto Sapevo che saresti venuta con noi.

Bianca scendeva veloce, la pila vibrava ai suoi passi. Conta, sussurrò, devono essere settantatré. Adesso la scala gira, stammi dietro, così siamo una sola ombra.

Laura si sentiva come in una bolla di sapone, stava per iniziare qualcosa, finalmente. Lei era un’ombra nell’ombra dell’amica. Uno sterpo le carezzò la fronte.

Siamo arrivate. Attenta, dobbiamo salire.

La barca era una sagoma di pece, solo una luce, debolissima, era accesa alla guida.

Tu continui a credere che non ci sia luce in ogni cosa, scherzò Bianca, ma io ti sto dando la prova che non è così.

Mi fido di te, comandante! rispose Laura. Bianca le strinse di nuovo il braccio.

Giovanni emerse dalla sala macchine. Qui è tutto a posto. Andiamo, stiamo facendo tardi. Mise in moto, accendendo un solo faro sull’acqua.

Non sapeva perché, né per dove, ma a Laura andava benissimo così. Seduta nella dinette della barca a motore, guardava Bianca che stava al comando e Giovanni, accanto a lei, che fumava un toscano. Non riconosceva la costa, solo punti luminosi sparsi e case immerse nel sonno.

Niente luna e niente stelle, ruppe il silenzio.

Ti ricordi Moby Dick? chiese Bianca.

Come potrei dimenticarlo? Lo abbiamo letto per due estati di seguito.

Noi stasera andiamo incontro a qualcosa di simile, solo che noi siamo la balena bianca, e dobbiamo fare attenzione ad Achab, che non vede l’ora di infilzarci, vero Giovanni? Il marinaio non rispose.

Giovanni era contrario che tu venissi con noi, ma io so che ci sarai utile. Quando ti ho vista fuori da casa mia, ieri mattina, ho capito che non eri tornata per caso. Sapessi quante volte ho pensato a te, nei mesi passati, volevo rivederti. Da bambine abbiamo costruito una casa sull’albero insieme, vorrà pur dire qualcosa, o sbaglio?

Laura ebbe un lampo. Andiamo a raccogliere profughi, vero? chiese massaggiandosi le guance.

Esatto, disse Giovanni. Sei meno fessa di come ti ricordavo.

Grazie, tu grezzo come sempre, invece, rispose Laura sincera.

Giovanni rise. Fumati ’no sicario che ti passa.

Ehi, dobbiamo stare calmi.

Non dipende da me.

Qualche anno fa avevo sentito di notte uno scafo passare sotto la mia finestra, un guizzo velocissimo sul mare. Più di una volta mi ero alzata ed ero rimasta alla finestra, così per notti intere. Suggestioni, mi dicevo, non è questa la rotta giusta. Invece mi sbagliavo, il mare è attraversato da infinite rotte, disse Bianca. Giovanni aveva un’ipotesi: una via dell’Ovest che serva ai profughi per sbarcare in Italia, giri misteriosi, rotte ancora inesplorate, le più sicure per chi voglia nascondersi.

Quattro anni fa, proseguì Giovanni, una serata umida come questa, decidemmo di prendere la barca per andare a controllare. Arrivammo all’isola di Licosa intorno alle due di notte e spegnemmo i fari. Il radar indicava la presenza di un punto rosso lampeggiante. Non passò neanche un quarto d’ora che udimmo il rumore del motore e vedemmo una luce sull’acqua. Anche loro, dal gommone, ci avevano intercettati.

Fu per questo, riprese Bianca, che lanciarono in mare la madre dei bambini. Sentivamo solo urla, una voce gridava di gettarsi presto, noi mettemmo in moto per spaventarli, per far credere che erano stati scoperti, ma loro reagirono prendendo i bambini e gettandoli in acqua per liberarsi del carico. Furono velocissimi, anche il radar non diede più segnali.

Quindi li avete trovati voi?

Esatto. Il resto te lo racconto dopo. Stasera arriva un altro carico, siamo qui per questo.

Come fate a saperlo?

Giovanni ha un informatore. Le notizie arrivano di punto in bianco, quando meno te l’aspetti, per questo teniamo sempre tutto pronto.

E dopo che succede?

Abbiamo costruito una rete di accoglienza, fa capo a Bianca, intervenne Giovanni. Sono in tanti a dare una mano.

Aiutate i clandestini? Ecco perché in Italia non c’è lavoro per noi.

Tu, signorina, raccoglieresti pomodori per cinque euro al giorno?

Certo che no, io non mi lascio sfruttare, e poi ho competenze.

Che ne sai tu, di quello che saprebbero fare loro?

Ma non è un mio problema, Giovanni.

E invece è un tuo problema, altrimenti non saresti qua, stasera, tagliò corto Bianca.

Bianca, basta con le chiacchiere. Tanto non la convinci a questa qua. Concentrati, che è ora, disse Giovanni spegnendo il sigaro.

Laura vide Bianca contare del denaro e metterlo in una busta di plastica che avvolse per bene in un’altra busta, Giovanni arrotolare le cime, assicurarsi che i ganci funzionassero e fare una telefonata. Lavoravano silenziosi, tranquilli, capendosi con gli occhi. Laura si tolse il berretto, si grattò la testa. Aveva freddo, ma il cervello le scoppiava. Erano arrivati all’isola. Giovanni fissava il radar.

Due miglia, pronti.

Uscirono a poppa.

Che devo fare? domandò Laura.

Finalmente! Stai a prua, tira su le persone e portale dentro. Sotto ci sono coperte, panini e thermos di caffè e cioccolata.

E poi?

Quello che ti viene in mente. Ti verrà pure in mente qualcosa! Prova a parlare in inglese, chiedi come si chiamano, non lo so, vedi tu.

Laura aveva paura. Del Pequod non si salvò nessuno, salvo Ismaele, e la balena bianca fuggì, anche se ferita. Allora? Quella notte stavano andando a morire? Si aggrappò al passamano. Scappare era una possibilità: gettarsi in mare, raggiungere l’approdo di Licosa e rimanere nascosto nella chiesa tutta la notte. Il giorno dopo tornare a piedi a casa di Bianca e ripartire senza salutare.

C’è una muta? si informò.

Nel sacco. Che ne devi fare?

Niente, sto pensando. Non si può mai sapere.

Erano fermi, solo loro, solo una piccola luce sul mare. Lei non era in grado di combattere. Sebbene facesse ore di palestra, non sapeva allungare un pugno.

Non ci sarà da menare le mani, vero? chiese a Giovanni.

Non credo, quelli vogliono i soldi.

Dov’è Bianca?

Giù, si sta cambiando.

Scese nelle cuccette, Bianca era pronta. A vederla con la muta nera Laura sorrise. Ne è passato di tempo! Non sei preoccupata?

E di che? Facciamo questo due volte all’anno, febbraio e ottobre. Si potrebbe fare di più, ma non abbiamo la forza e neanche i soldi. Ci vogliono quattro mesi di collette per mettere insieme tutta la somma.

Ma come ti è venuto in mente di cacciarti in questo casino?

Giovanni bussò ai vetri, non c’era tempo, il radar dava segnali più forti.

L’ansa li riparava. Il mare era calmo, nero come inchiostro nel calamaio. Il rumore del motore si fece vicino, Bianca era pronta per scendere in acqua. Doveva stendere una zattera di gomma per aiutare a passare dal gommone alla barca. Si tuffò, riemerse. Nell’acqua i suoi denti luccicavano.

Laura si sentì inutile a star fuori, come quando costruivano la casa sull’albero e lei doveva trovare i legni sparsi, che a inchiodare ci pensava Bianca. Si sentiva superflua, allora, mentre aspettava che l’amica desse forma al pavimento di assi, e per tutta la vita aveva continuato a credersi una di cui si poteva fare a meno.

Cercò la sacca della muta. Di uomini non ne capiva, ma di mare sì. Il motore era vicinissimo, Giovanni era tornato alla guida, riferì che dovevano essere in trenta. Più luce! gridò Bianca.

Il gommone aveva acceso un faro e il capo era pronto con la sua cima. Giovanni accese una lampara a poppa e una a prua, prese il mezzo marinaio e lanciò una cima.

Comincia a far passare gli uomini con un salto, intanto li tiro dentro io, propose Giovanni. Laura?

L’uomo del gommone era in piedi. Aspetto poco, fece contrariato.

Scende subito, rispose Bianca. Dice di cominciare a far passare gli uomini.

No, tutti insieme, prima soldi. Dal gommone veniva un vocio concitato, l’uomo urlò di fare silenzio.

Giovanni! Quanto ci metti a infilare la muta? gridò Bianca in ansia.

Non la trovo! L’ha presa Laura! gridò Giovanni da sotto.

Laura, dove sei? Che stai facendo, porca miseria! Laura!

Giovanni salì di corsa a poppa e girò la lampara verso prua in tempo per scorgere Laura tuffarsi. Il suo corpo nell’acqua produsse il rumore secco di una scudisciata.

Andò a fondo, troppo, era un buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, mosse veloci le gambe, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’ aspettava la luce.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...