Vaccini pasquali.

Ieri alle 14.20 della domenica di Pasqua, quando cercavo di non pensare alla prima Pasqua senza di te, è arrivata una telefonata sul mio cellulare. Ti cercavano, dall’azienda ospedaliera Giuseppe Moscati, cercavano il dottor Antonio Spina, perché avresti dovuto presentarti oggi a fare il vaccino anti Covid-19. Ho risposto alla frettolosa voce femminile che tu non avresti mai potuto farlo, mai più,  e la voce ha taciuto per un attimo, poi mi ha chiesto scusa e ha chiuso la telefonata.

Conoscevo il numero da cui mi avevano chiamato, tante volte nell’ultimo anno è comparso sul mio cellulare: una voce diversa ci dava istruzioni per fissare appuntamenti, per farci andare a battere alla porta chiusa della speranza. Non l’ho riconosciuto, eppure, perché anche la speranza negata non muore mai, e chissà, in quel momento, mentre pronunciavo “Pronto”, quale fiammella irrazionale si è accesa in me. Eppure, non si dovrebbero fare telefonate di questo tipo, in genere, il giorno di Pasqua, in quell’ora in cui le famiglie sono unite intorno alla tavola, in particolare. Ho minimizzato con i miei fratelli, con mio figlio, ma la mia commozione era evidente. A questa, però, quasi immediatamente, è subentrato lo sdegno di chi si è resa conto, ancora una volta, che niente,  tantomeno in sanità,  funziona come dovrebbe. E noi siamo spettri dietro  un codice fiscale e  un libretto sanitario. C’è chi guadagna migliaia di euro all’anno per gestire, con insipienza, devo concludere, la nostra vita sanitaria. E di questo, malgrado si parla tanto, non si è mai venuto a capo. E non se ne verrà, almeno per il momento.

Una semplice revisione delle liste dei malati oncologici, un’attenzione a chi manca nelle prenotazioni delle sedute, un “parlarsi” tra enti preposti all’anagrafe delle utenze, un “database” aggiornato avrebbe certo evitato, a me come ad altri, suppongo, questo penoso colloquio. E non sarebbe tornato a galla quello che cerco di trattenere da mesi nel profondo recinto della commozione: il ricordo dei nostri ultimi mesi, insieme.

I vaccini che dovrebbero farci a Pasqua, come a Natale,  come in tutte le feste familiari vissute senza i nostri affetti più cari, sono quelli di anestetizzare i ricordi, le voci, i gesti che riemergono anche senza la nostra volontà. La donna che mi ha chiamato, povera anche lei a telefonare il giorno di Pasqua, assente dalla sua casa,  dal suo pranzo familiare, in nome di un’efficienza fallace,  non sapeva di accendere in me un falò di emozioni, che hanno preso il sopravvento anche sulle dolcezze messe a tavola.

Chi non c’è più, non c’è più. Volerlo portare alla memoria, è questo il senso del ricordo, deve risultare un gesto involontario, proprio come il cuore lo è dei muscoli, non deve essere provocato da un pugno sullo sterno, una stretta dello stomaco, un tremore delle gambe per una voce che cerca ancora chi non è più qui. Soprattutto in questi giorni santi, in questi giorni dolci, quando la primavera ritorna, tenera, nei suoi boccioli in fiore e noi piangiamo le tristi ceneri.

6 pensieri su “Vaccini pasquali.

  1. ginevraamadio ha detto:

    Un pugno allo stomaco, una morsa improvvisa, insostenibile. Quanto dolore Emilia, il dolore del ricordo, della memoria strappata a forza, malamente involontaria perché “svegliata” da un gesto goffo, sbagliato, a sua volta figlio di un errore, di un sistema che non funziona.
    In questi giorni di vita-non-vita, di felicità dimidiata, fa ancora più male. Vorrei abbracciarti ma anche questa, lo so, è una tenerezza sghemba. Viviamo in un mondo frettoloso, in cui i punti vengono messi in fila di sbieco, con tanto pressappochismo. Non c’è parola che possa riparare la perdita, nulla che possa curare il danno.
    Che possa arrivarti il mio affetto, l’unica cosa che ho. Un bacio grande.

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  2. Barbara ha detto:

    Gentile signora, sono la voce che l’ha telefonata quella domenica, che purtroppo ha dovuto fare altre telefonate simili, tutte dolorose, imbarazzanti e mortificanti anche per me. Comprendo la rabbia e il disappunto, e condivido con lei il pensiero che simili errori non dovrebbero mai accadere ma non le nego che le sue parole in parte anche per me sono state un pugno allo stomaco. Posso dirle che io come le mie colleghe e tutti i medici del Moscati stiano lavorando indefessamente tutti i giorni di nostra volontà per apportare un contributo a questa tragedia che ormai ha sospeso le nostre vite da troppo tempo e tante le ha recise. Mi sento di dire che c’è anche una sanità di cui faccio parte che ama il suo lavoro e non conosce giorni festivi, che spera di poter contribuire a che tutto questo finisca presto… e non mi pesa rinunciare al mio tempo e ai miei affetti. mi dispiace essere stata indirettamente protagonista di questa situazione, e causa del suo dolore. C’è tanta umanità dietro un telefono e vorrei che sapesse che tutto quello che facciamo è fatto con il cuore anche in modo un po frettoloso. Con sincera stima

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    • Cara Barbara, la ringrazio per questa sua risposta. Mio marito era un medico di base e so buona Sanità c’è al Moscati e in generale in Irpinia. Sarebbe bastato che chi comanda e ha responsabilità decidesse di far fare un database tra l’anagrafe del comune è quella del Moscati. A lei il merito di lavorare in un giorno festivo, a lei il mio rispetto. Un abbraccio e spero di conoscerla di persona

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