Gianni, il maestro semplice che mi insegnò ad amare l’Irpinia

VIA GRAMSCI

Un ricordo di Gianni Celati

Di EMILIA BERSABEA CIRILLO.

Non conoscevo l’Irpinia, prima del 23 novembre 1980. Quella che sarebbe diventata la scena delle mie scritture mi era ancora ignota. Pensavo che il dentro, i paesi dell’interno, fossero bui e neri, poveri e freddi. Volevo aria e mare: Napoli, per dirla in una parola. Se penso a quel periodo, penso che le cose che cominciavo a scrivere non avevano una spina dorsale. Erano prove un po’ amebiche, che non si tenevano in piedi. Mancava un luogo, mancavano i nomi dei luoghi, avevo paura a nominare Avellino, avevo paura ad espormi. Ma poi è venuto il terremoto e le cose si sono capovolte.

Lo scenario dei paesi era desolante: rovine, pietre smosse, un patrimonio storico e abitativo andato in frantumi. Non avevo altro che macerie e crolli e paesi fangosi che scendevano a valle. Ed io ero là, in quel fango…

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