Un mio ricordo del racconto Fuga, letto da Daniele del Giudice.

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Alla sala degli Angeli del suor Orsola Benincasa di Napoli capitai nel 1997 per un seminario sui luoghi dismessi della città e il loro racconto. Dico capitai perché vivevo già ad Avellino e avevo letto di questa convegno sul Mattino.  Ci sarebbe stata una mostra fotografica sulle periferie, vari contributi di architetti ed esperti della materia, video, letture. Mi era sembrata una manifestazione molto interessante per chi come me si era laureata in urbanistica con una tesi sulla memoria dei luoghi e che aveva deciso di  scrivere da qualche tempo.

Capitai al suor Orsola, antico convento di monache di clausura sul corso Vittorio Emanuele, ora Istituto Universitario, non è quindi esatto. Ci andai di proposito, con quella esitazione di chi si è allontanato da una città che amava, in cui credeva di poter vivere e scrivere per sempre, e a cui ritornava con l’incertezza della nostalgia.

Avevo abitato appena sotto il corso, a piazzetta Cariati,  dove i mattini avevano un colore azzurro inviolato, e le discese per i quartieri spagnoli  fino a via Roma sembravano passeggiate reali : Napoli era in quei giorni libertà e destino, gioia profondissima, infinita possibilità.

Poi mi ero ritrovata in una strada a senso unico e così la mia vita aveva preso il sentiero impervio delle montagne, di una città mezzo distrutta dal terremoto, alla quale ero tornata perché sembrava che dovessi , con la mia presenza, ripagare  in qualche modo quelle ferite disastrose. Scherzi dell’ onnipotenza.

Non avevo mai visitato il convento, tra il forte S.Elmo e la strada del corso, completato negli anni oscuri della peste di Napoli del 1656, per volontà del popolo, a spese del governo spagnolo in ossequio alla fondatrice, suor Orsola Benincasa, dalle virtù di guaritrice e di mistica, riconosciuta poi venerabile il 7 agosto 1793 da papa Pio VI. Mi trovai quasi in un castello a più livelli, con chiostri, giardini interni e pensili, passaggi a locali scavati nel tufo, due chiese, feritoie, alte muraglie protettive, con grandi affacci sul mare. Una vera cittadella di silenzio e preghiera. Pensai che le monache teatine,   abitando in quel luogo tra il paradiso e la terra avevano vissuto il loro romitaggio nel miglior dei modi, sempre che l’avessero scelto.

Ritornando al convegno, passai per corridoi ampi, voltati, dai pavimenti di cotto maiolicato, finii nell’incantevole grande chiosco, nel giardino dei quattro continenti con le sue piante rare, per entrare, dopo altri giri, un po’ mi ero persa, confesso, in quel andirivieni di corridoi e sale, accecata dalla netta luce di un primo pomeriggio invernale,   nell’ affollatissima sala degli Angeli,   l’antica chiesa barocca del monastero di clausura, oramai adibita a sala da conferenze. Ne era  appena finita una,  e doveva iniziare una lettura di un racconto, mi disse una gentile signorina, che faceva da hostess,  un fuori programma. Trovai una sedia a stento, di lato, sulla destra, riconobbi il professore Giancarlo Alisio che mi aveva appassionato alla storia dell’architettura, il caro Fabrizio Mangoni che aveva fatto da assistente alla mia tesi, in prima fila il fotografo Mimmo Iodice, forse sue dovevano essere le foto esposte nella sala, e tanti visi e persone, che conoscevo  e che avevo perduto di vista.  E’ che i volti, quando sono tanti e tutti insieme, si confondono, come le folle ritratte nei quadri di Micco Spadaro, se ne ricorda il colore  l’odore, il vocio; eppure quelli di due persone  rubarono la mia attenzione. I due chiacchieravano proprio accanto alla mia sedia -Mi sembra che è ora, che ne pensi?- A parlar così era un signore anziano, dai capelli bianchi, ricci, con un loden abbottonato fino al collo, dall’aria molto fine, forse solo un poco sprezzante per via di due rughe profonde accanto alla bocca, con gli occhi più azzurri che avessi mai visto, che fissai come una bambina guarda la vetrina delle bambole. Conversava con un altro, più giovane, anche lui con un loden abbottonato da cui spuntava il collo sottile su una testa rotonda, ricciuta. L’uomo più giovane sorrideva, e le labbra appena schiuse sembravano dolorosamente sorridenti.

–Si, è ora, vado a dire che iniziamo. E si diressero verso il palchetto. L’uomo anziano si sedette in prima fila, non prima di aver stretto le mani e sorriso ai vicini e il giovane sedette dietro al tavolo della conferenza. Dopo una breve presentazione, il giovane raccontò che in un suo viaggio a Napoli era stato accompagnato a vedere le due grandi opere sociali di Ferdinando Fuga, architetto chiamato a Napoli da Carlo III di Borbone. La prima era stata l’albergo dei poveri, immensa costruzione illuminista che doveva accogliere le masse dei poveri del regno,   e il Cimitero delle 366 Fosse a Poggioreale, per l’Ospedale degli Incurabili, commissionata da Ferdinando IV di Bordone nel 1756. Si trattava di un’opera tipicamente illuminista di edilizia cimiteriale, in cui l’architetto aveva previsto una fossa comune per ciascun giorno dell’anno, per i morti che venivano raccolti per le strade.

“L’unicità di questo cimitero consiste nella particolarità del suo impianto, concepito in maniera tale da consentire l’inumazione ordinata dei morti secondo un criterio cronologico. Le 366 fosse, infatti, consentivano di gestire tutte le sepolture durante tutto l’anno, tenendo conto anche degli anni bisestili.

La procedura prevedeva che ogni giorno venisse aperta una fossa diversa, che a sera venisse poi richiusa e sigillata. La sequenza, che a regime prevedeva l’utilizzazione di tutte le fosse, era fissata secondo un criterio logico: si partiva il 1° di ogni anno dalla riga confinante col muro opposto all’ingresso, procedendo da sinistra a destra sino alla 19ª fossa e da destra a sinistra nella riga successiva e così alternando, fino ad esaurimento.”

La terza costruzione di Ferdinando Fuga, a partire dal 1779 ,imponente più dell’Albergo dei poveri, destinata deposito di grano e vettovaglie, erano stati i Granili, demoliti nel 1953 di cui parla anche Anna Maria Ortese nel Il mare non bagna Napoli.

« Una delle cose da vedere a Napoli, dopo le visite regolamentari agli Scavi, alla Zolfatara e ove ne rimanga tempo, al Cratere, è il III e IV Granili, nella zona costiera che lega il porto ai primi paesi vesuviani “

“Corre la notte, Santino e tu corri con lei.”

La voce di Daniele ci guidò, in una calda notte napoletana, da una strada di un quartiere malavitoso al buio a mala pena rischiarato da una lampada del cimitero, dalle lastre delle tombe su cui erano incisi i giorni del mese al progetto descritto con le parole di Ferdinando Fuga, dallo stupore di Santino, piccolo e impaurito fuggiasco che ha fatto un torto al capo al racconto musicato del luogo per la voce di un saggio e anziano custode, dal terrore di un duello tra i due giovani cammoristi alla crudele sorte dell’inseguitore. La corsa di Santino, fin dentro al muro del cimitero e la  scoperta di un luogo che non avrebbe mai immaginato di vedere in quella città, “perché Napoli è troppo grande per conoscere tutti i suoi luoghi”, un luogo che custodisce la morte e che gli salva la vita, era diventata  corsa e scoperta di tutti i presenti. La voce lenta, attenta di Daniele del Giudice, che non fece una pausa, che non cedette mai, neanche al dialetto delle canzoni napoletane, andò avanti nel silenzio della sala degli Angeli, tra i quadri di Andrea Vaccaro e di Andrea Malinconico, levandosi fino alle volte, fino alle statue dorate, per un tempo troppo breve. Daniele, veneziano,  era riuscito a raccontare di un luogo dimenticato della città facendolo emergere dalla sua nebbia, rivelandone i suoi meccanismi razionali ma anche profondamente umani, teatro di una  tragica speciale pietas.

Poi ci furono applausi, silenzi, commenti, saluti, poi ci fu il mio accostarmi a Daniele,  un complimento, un sorriso, quei suoi capelli ricciolini, quella sua bella fronte spaziosa, quel suo certo riserbo o forse solo stanchezza.

Poi fui io a fuggire  su un taxi verso la stazione, per ritornare ad essere custode del mio recinto, con la consapevolezza che anche quello, il mio recinto irpino, andava percorso e raccontato. Cosa che feci, dopo qualche anno. Grazie, ancora, Daniele.

Dimenticavo, quel signore dagli occhi azzurri più intensi che abbia mai visto era Giulio Einaudi.

 

 

 

 

 14 ESIMA EDIZIONE PREMIO BONANNI VINCE BRUNO GALLUCCIO

kand.

 

 

il modello standard si muove

in contemporanea in molte menti

prende dal curvarsi del tempo

e dello spazio in prossimità dei soli

 

prende dai bosoni messaggeri

delle forze deboli e forti

da quelli di Higgs che confermano che abbiamo peso

esplora la superficie avvizzita delle nane bianche

e le rotazioni collassate dei pulsar

 

questo modello umano si sporge verso gli estremi

e trova radici nei calcoli e immagini

generate dalla vita terrestre

 

si alimenta delle tracce di particelle e collisioni

e dell’analisi del rumore di fondo dell’universo

 

l’uomo delle notti di stupore

si china ora ad esaminare i dati raccolti

dagli strumenti estensioni del suo corpo

 

il modello scende attraverso rivoli

verso un cerchio concluso

il big bang risplende sulle equazioni

come lo zero singolare

come uno zero che non ha misura

 

 

 

 

nessuna presenza umana

se non il margine della memoria

che batte sugli angoli le costole

l’inverno esausto conta le sue vittorie

conta il primo apparire del colore da anni

inizio e participio passato quando

il gesto che si diluiva riappare

sporgendosi e saluta

 

quella che sarebbe potuta essere mia figlia

sta correndo e mi chiama

ancora indecisa se esistere

 

 

 

2° rassegna di narrativa Angolazioni presso la libreria L’Angolo delle storie- Avellino

prete ad avellino 2

Antonio Prete, Consiglia Aquino e (seduta) Emilia Bersabea Cirillo

La libreria L’angolo delle storie è nata per essere una libreria per ragazzi, da un desiderio della fondatrice , la sensibile e colta professoressa Lia Tino. E’ una libreria arancione e verde, dove, appena entrato, percepisci che un giardino incantato può essere anche fatto da margheritone di legno che ti solleticano dai lati degli scaffali. I colori e l’odore della carta ti accompagnano nella ricerca di libri fantastici  sia nel titolo che nel contenuto e nelle forme. Fa da guida  Consiglia Aquino, la  nuova proprietaria, una sorta di Virgilia delle storie, che inforca gli occhiali, minuti per il suo viso minuto, e legge brani del libro scelto al bambino stupefatto.

E poi ci sono le caramelline allo zucchero, i dolcetti al cioccolato, acqua fresca, te, caffè, succhi  per gli accompagnatori, che cedono al fascino delle storie, esattamente come i  bambini che furono.

In questo spazio ai margini del centro storico di Avellino, l’ex rampa sant’Antonio Abate,  in quello che fu, prima del terremoto, uno dei quartieri più antichi e poveri della città, la libreria è diventata un luogo calamita, dove ci si da’ appuntamento per fare due chiacchiere, per parlare di libri e anche di quello che si vive in città. Molte associazioni fanno capo a Consiglia, ricorrendo alla sua ospitalità, per riunioni e per organizzare eventi: basti pensare agli amici della Dogana, a centro storico social district, alla scuola di teatro Vernicefresca, al gruppo di biblisti, a “IostoconErri, ai Presidi del libro.

E così, conoscendo Lia Tino da sempre e Consiglia Aquino da anni, essendo entrambe di Atripalda, abbiamo pensato di dar vita a incontri mensili con autori, perché ci parlassero, dal loro punto di vista, dal loro angolo, appunto, delle cose che scrivono, del perché scrivono, della loro storia letteraria e anche umana, del qui e dell’ora.

L’anno scorso la rassegna, che ha avuto ospite Antonella Cilento, Antonella Ossorio, Antonella del Giudice, Gabriella Genisi, Monica Pareschi, Luisa Cavaliere, Bruno Nacci,  si è conclusa con una indimenticabile lezione magistrale del prof. Antonio Prete su Giacomo Leopardi. La parte colta e curiosa della città ha affollato la libreria ed è rimasta, fino alla lettura dell’Infinito, in un ammirato silenzio.

Sull’onda dell’entusiasmo che ancora viviamo pensando a quell’incontro, sperando sempre in un pubblico curioso e affezionato, abbiamo organizzato quattro appuntamenti di narrativa  che qui sotto vi proponiamo.

Primo  della rassegna letteraria, il 25 settembre, con la scrittrice, finalista del Premio Strega 2014, Antonella  Cilento che presenterà ben due opere: “Bestiario Napoletano”, edito dalla Laterza e “La Madonna dei Mandarini”, pubblicato dalla casa editrice NN. Interverranno con l’autrice, Emilia Bersabea Cirillo e Carla Perugini.

Il 16 ottobre sarà il poeta Bruno Galluccio, con la Cirillo e Claudio Iandolo ad introdurci ne “La misura dello zero” – Einaudi.

L’interessante e necessario punto di vista dell’ultimo lavoro letterario di Generoso Picone  dal titolo “Matria” pubblicato dalla casa editrice irpina Mephite sarà al centro dell’incontro del 23 ottobre e che vedrà discutere insieme al direttore dell’edizione Avellino de Il Mattino anche Giuseppina De Rienzo, Franco Festa e la curatrice della rassegna.

L’ultimo appuntamento, il 20 novembre, è con Wanda Marasco, scrittrice finalista del Premio Strega 2015 che presenterà – insieme alla Cirillo e a Claudia Iandolo – al pubblico avellinese “Il genio dell’abbandono” edito da Neri Pozza.

Non ci resta che andare a cominciare.

ANGOLAZIONI cop