Lavinia Greenlaw

 

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Più vicino

Sorprende il tuo tocco
come respirare aria di mare in città
e non so quale direzione prendere
Tra gli opposti paesaggi dei miei sensi.
Come se, attraversando una strada in cui ho vissuto per anni

Mi salisse alla bocca il sapore del sale
E io perdessi di vista il luogo verso cui sto andando:
una finestra che ha assorbito e restituito
tutto ciò che è familiare; o la punta di questa isola
dalla quale posso, finalmente, guardare lontano.

Da Night Photograph, Faber & Faber 1993

Closer

Your touch surprises me
Like a breath of sea air in the city
And I don’t know which way to move
In the opposing landscapes of my senses.
As if, crossing a street I have lived in for years,

the taste of salt comes to my mouth
and I lose sight of what I’m walking towards:
a window that has caught and reflected
all that is familiar; or the edge of this island
from where I can at last look out.
( non conosco chi ha tradotto questa poesia, mi scuso pertanto con chi avrà questa curiosità. Mi scuso con il traduttore, per non averlo potuto citare.)

 

Al di là dell’abisso di Virginia Woolf

da una lettera a  Vita Sackville-West, 8 settembre 1928

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“…Credo che il punto principale nell’iniziare un romanzo sia di sentire non tanto
che si è in grado di scriverlo ma che esso esista al di là di un abisso che le
parole non possono attraversare; e occorre tirarlo a sé, e solo provando un
angoscia che toglie il respiro. Ora, quando mi siedo a scrivere un articolo, ho
una rete di parole che certamente si poserà sull’idea in un’ora o giù di lì. Ma
un romanzo, per così dire, per essere un buon romanzo, deve sembrare,
prima che si inizi a scriverlo, impossibile da scrivere, ma solo visibile;
cosicché per nove mesi si vive nella disperazione, e solo quando ci si
dimentica ciò che si voleva dire, il libro potrà sembrare accettabile. Ti
assicuro che tutti i miei romanzi erano di prim’ordine prima che li scrivessi…”

Per Dylan Thomas “Do not go gentle into that good night” (Traduzione di Gabriele Frasca)

Ieri sera al Premio Giuseppe Pisano, il poeta Gabriele Frasca ha letto la sua traduzione della poesia di Dylan Thomas Do not go gentle into that good night. Le poesie lette da chi l’ha scritte o da chi, come in questo caso, le ha tradotte, sono per chi le ascolta, canto. Ho pensato ad un mio caro amico che se ne è andato mite in una buona notte, quella notte.

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Non andartene mite in quella buona notte

Non andartene mite in quella buona notte,
La vecchiaia dovrebbe ardere di furore
Alla fine del giorno;
Esplodi la tua rabbia alla luce che muore.

Sebbene i saggi sentano alla loro morte
Giusto il buio perché non corse lampo intorno
Alle loro parole,
Miti non se ne vanno in quella buona notte.

Strillando all’onda estrema con quale splendore
In una verde baia avrebbero le loro
Gracili gesta danzato, i buoni di cuore
Esplodono di rabbia alla luce che muore.

Gl’impulsivi che colsero cantando il sole
Al volo e troppo tardi appresero il dolore
Che avevano arrecato alle sue rotte,
Miti non se ne vanno in quella buona notte.

Con vista cieca scorgendo in punto di morte
Che cieco l’occhio avrebbe gioito un bagliore
Di meteore, quelli che ebbero rigore
Esplodono di rabbia alla luce che muore.

E tu, tu padre mio, lì sulla triste vetta,
Ti prego maledici, benedicimi ora
Con lacrime che chiedono vendetta.
Non andartene mite in quella buona notte.
Esplodi la tua rabbia alla luce che muore.

*

Do not go gentle into that good night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

(1951; in In Country Sleep and other poems, 1952; il testo di Frasca si legge in Rimi, Einaudi, 2013)

Momenti di essere

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Se la vita ha una base su cui poggia…allora la mia senza dubbio poggia su questo ricordo.Quello di giacere mezza addormentata, mezza sveglia, sul letto della stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due…dietro la tenda gialla.Di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa a forma di ghianda sul pavimento quando il vento la muove. E di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce e pensare: sembra impossibile che io sia qui…

Virginia Woolf  “Immagini del passato” in Momenti di essere  La Tartaruga edizioni.

 

I miei scrittori stranieri preferiti

Nella giornata mondiale del libro, voglio ricordare due scrittori stranieri tra i miei preferiti. Se non l’vate fatto ancora, leggeteli, il loro mondo narrativo è saldo, tenero, brusco, doloroso, appassionato. Insomma è la vita.

Antonia Byatt: grazie per Possessione, Angeli e insetti, Il libro dei bambini, Le storie di Matisse, La donna che fischia e tutto quello che ancora mi resta da leggere.

 

Torgny Lingren : grazie per Miele, Betsabea, La bellezza di Merab, Per amore della verità, Il pappagallo di Mahler e tutto quello che ha scritto e non è stato ancora tradotto.

Janet Frame

 

 

 La mia ultima storia

Questa è la mia ultima storia, non ne scriverò più. Non mi piace scrivere storie. Non mi piace scrivere, lui ha detto, lui ha fatto, lei ha fatto, e raccontare della gente, della donnina buia che tossisce dentro n fazzoletto di seta, si scusa e chiede, gradisce un altro cracker, Mary?

  E degli uomini con le tute sporche di grasso e i pentolini del pranzo in mano, gli uomini di Hillside che prendono il tram alle cinque meno un quarto, e stanno in piedi a reggersi alle maniglie per far sedere comode le signore, guardando fuori dal vetro che cosa non è possibile sapere. Forse pensano ai figli che verranno a lavorare a Hillside quando finisce la scuola, questo si che si chiama guadagnarsi il pane, no, non voglio più scrivere storie così. Non scriverò più della neve e dei crisantemi ricciuti che fanno l’occhietto fuor della neve,e delle donne che dicono, come è bello. Guardate, le nuvole piovono raggi d’argento!, né scriverò della nonna vestita di nero, seduta dietro la casa dove il babbo le aveva fatto una foto perché l’amava tanto né dello zio Charlie che le aveva spezzato il cuore perché beveva. Questa è la mia ultima storia, non ne scriverò mai più.

   Non scriverò della donna del piano di sopra e della bambina che batte la testa contro il muro e non parla ancora, anche se ha cinque anni, avrebbe dovuto cominciare da un pezzo, né di Henry che tiene una copia In trincea sotto il guanciale e immagino che questa si chiami esperienza di vita.

   Né di George Street o Princes Street e dei tram fino a mezzanotte. Non scriverò più della mia famiglia né della casa dove abito quando torno a Oamaru, la casetta più pittoresca che abbia mai visto, con gli alberi tutt’attorno, querce, salici, betulle argentate e alberi di mele che fioriscono come d’incanto ad ottobre, e oche che sguazzano e galline di palude in abito da sera, blu e rosso al collo, a ballare il boogie-boogie, e gatte che partoriscono senza problemi di etica.

   Né di mia sorella che fa il liceo e parla de Il Mondo Nuovo e A. Huxley e di D.H.Lawrence,  e mi chiede, secondo te è amore? Dev’essere amore, perché quando eravamo sul ponte, lui ha detto. Lui ha detto, lei ha detto, non scriverò più storie così. Non scriverò più della mia famiglia, né dell’altra mia sorella che insegna a scuola ma non le piace, e allora perché continua a farlo, le dicono.

   E’ Isabel, e quando piove forte io penso ai quaranta giorni e quaranta notti dell’arca di Noè, quando fuori è buio e l’acqua si ingarbuglia tra gli alberi, Isabel viene da me con i suoi occhi tristi e ci pensi alle galline? Mi dice. Povere galline con le penne fradice, chissà che freddo avranno nei pollai. Mia sorella ha un cuore d’oro, è così che si dice, vero? Perché sente certe cose.

   No, non cercherò più come si dice. E’ la mia ultima storia.

   Metto tre puntini di sospensione con la macchina da scrivere, solennemente.

   Così…

   Mi sento gelata dentro senza un cuore con cui parlare.

Devo avere un modo sbagliato di guardare la vita.

 Da  Janet Frame – La laguna e altre storie (trad. di Antonella Sarti, Fazi, 1998)

Un uomo solo di Christopher Isherwood

 

Questo il testo del risvolto di copertina dell’edizione Guanda del 1981, la prima traduzione in Italia, nella collana “Prosa Contemporanea”, diretta da Franco Cordelli:

“Perché alcuni tra i più bei racconti degli anni settanta sono scritti da vecchi o riguardano la vecchiaia? E’ la letteratura ad essere invecchiata o sono invecchiati i ‘grandi scrittori’? Oppure, grandi sono soltanto gli scrittori che invecchiano, quelli capaci di invecchiare, che ‘arrivano sino in fondo’? Perché soltanto in vecchiaia, in Caro suocero, Tibor Dèry ha scritto un racconto bello come il giovanile Amore? E perché Borges con La rosa di Paracelso ha ritrovato il grande sé stesso degli anni quaranta e ci ha consegnato un’idea della letteratura come tecnica e risultato della Sopravvivenza? E Singer solo in Vecchio amore e in Sabbath in Portogallo è riusciro ad annullare il suo troppo disadorno, e dunque curvilineo, e dunque manieristico stile, a situarsi, cioè, ad un livello in cui lo stile si fa trasparente non fino ad un qualche solo lineare, togato, obnubilante neoclassicismo ma fino ad annullarsi, a farsi non-stile? In Un uomo solo di Isherwood il protagonista è un autobiografico professore inglese trapiantato in un college della California. E’ solo perché è vecchio, perché è straniero, perché è un intellettuale, perché è omosessuale, perché il suo amico è morto, perché ha scelto di essere solo. La solitudine è la sua resistenza –e la forza che lo fa sprofondare nella tradizione e trascurare un futuro tutto prevedibile, e vivere immerso nel presente non come carpe diem (al modo di quell’altro grande vecchio amico di Isherwood, il poeta Auden) ma come fervido monologo teso alla provocazione e accensione di un mirabile dialogo platonico. La ‘paideia’ di George è tutta partecipe del presente, di cui assume la casualità e il nomadismo, l’arroganza e la non scommessa: il bagliore dei giovani corpi dorati, la lusinga kavafiana di una spalla denudata, l’attesa che il giovane dio capisca e voglia leggere il libro che lui è. George non ignora la saggezza dell’esperienza accumulata ma non la utilizza; vive, modernamente, come se: come se fosse ignaro, stupido, allo sbaraglio; come se scacchi e vittorie non lasciassero segno; come se giovinezza e vecchiaia fossero entità simboliche che il fulmineo circuito di un ‘rapporto’ pareggia o contrappone in una fantastica querelle. Immagine di superba eleganza morale, l’uomo da solo non conosce altra umidità che quella del mare californiano, il suo occhio, la sua voce, la sua anima sono asciutti e asciugano il mondo.”

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