Morfisa, il racconto fiabesco di Antonella Cilento.

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Il 19 aprile abbiamo presentato con Generoso Picone, giornalista e critico letterario, alla Libreria L’angolo delle storie di Avellino, il libro di Antonella Cilento, Morfisa o l’acqua che dorme, edito da Mondadori. Le letture sono state affidate all’attore Massimiliano Foa, di Vernicefresca Teatro. Riporto di seguito il mio intervento.

Morfisa o di come il narrare riempie di senso le nostre vite, potrebbe essere il sottotitolo di questo “maraviglioso” romanzo di Antonella Cilento, edito da Mondadori. Giunta al suo quindicesimo libro, la Cilento sembra essere approdata con Morfisa alla perfetta composizione del “racconto fiabesco” tanto caro a uno dei suoi maestri, Giovanbattista Basile, e alla tradizione europea che vede in Hofmann, altro autore amato dalla Cilento, uno dei protagonisti.

Del racconto fiabesco, Morfisa ha molte caratteristiche:

  • Il tempo non ha un ordine: si passa dall’oggi alla Napoli Bizantina dell’anno mille, al Giappone del novecento dopo cristo, a Costantinopoli del 1200,a Troyes del 1176, alla Napoli del 1370, a quella del 1980, fino a ritornare ai giorni nostri. In questo tempo dilatato ritroviamo sempre Morfisa e i coprotagonisti della storia, attori di vicende diverse e uguali a quella principale, quasi a dire che la vita, in fondo, è proprio una gran ruota e che i sentimenti e le passioni che la animano sono sempre gli stessi;
  • Il luogo fisico ha uno spazio oscillante tra il noto, Napoli città costruita, mura, torri, laure, chiese, giardini, fontane, il porto, a spazi ignoti, anfratti, cespugli, grotte, cunicoli, barili d’acqua;
  • Presenza di metamorfosi e di magie: Morfisa si trasforma in balena, cinghiale, in donna che corre, in aquila ; le monache Virginiane volano in cielo ( la scena ricorda Miracolo a Milano di Zavattini), le galline diventano arpie, lo stesso Teofanes muta in femmina,  per poi ridiventare maschio;
  • Il racconto è soprattutto azione, viaggio, tribolazioni, continui spostamenti, amori ostacolati,  superamento degli impedimenti, nuovi impedimenti.

Protagonista della storia narrata è appunto Morfisa, una bambina di tredici anni, nera, storpia, figlia naturale di un principe arabo, il Quaid che ha stuprato sua madre, moglie del duca di Napoli, morta successivamente. Per questo , orfana, è stata cresciuta come figlia del duca Giovanni, bizantino, che regge il ducato di Napoli e da una serie di sorelle. E’ ducissa, donna poliforme, il nome ricorda il suo destino, ha poteri straordinari, miracola, risana, è venerata dai napoletani come “Marunnella”.  Il suo dono più grande, però, è quello di  inventare storie. Storie che sfidano il tempo,  che contrappongono al mondo degli intrighi e del potere, quello del sogno e della poesia.

Nella sua vita irrompe, e non per sua volontà, lo sperduto, pappamolloso omossessuale poeta bizantino  Teofanés Arghili, spedito a Napoli dalle due imperatrici di Costantinopoli, Zoe e Teodora, con la missione di riportare a Bisanzio la figlia del duca Giovanni, Crissoroé, sorella di Morfisa, perché sposi l’imperatore Costantino. Matrimonio politico, per suggellare un patto Napoli-Bisanzio, necessario per entrambi i regni. Ma il matrimonio non s’ha da fare: arrivati nel porto di Napoli, davanti agli occhi del poeta e della flotta bizantina, la testa mozzata di Crisorroè, già mangiucchiata dai pesci,  rotola da una rete di pescatori.

La Napoli Bizantina, che ha avuto cinque secoli di vita, eppure poco si  sa letterariamente di questo lungo periodo,   è raccontata dalla Cilento come luogo multietnico: gli ebrei facevano commercio di bisso, i greci la governavano, i longobardi l’avevano lasciata da poco, i normanni con Drengot ne pretendevano il regno, gli arabi l’aspettavano al varco, in cui abbondavano processioni, stupri ed incesti. All’interno della corte e della stessa Napoli si scontrano fazioni avverse, nuovi ricchi contro i nobili, un mondo femminile di monache, tutte depositarie di un sapere antico, le Sangennare, legate alla tradizione contro le Virgiliane, più moderne e avanzate, infine resistevano le Sibille, che governano le acque.

Ed è l’acqua la grande madre di Napoli, non a caso il suo nome greco Partenope è quello della sirena che abita il suo mare,  è nell’acqua del suo fiume Sebeto, nelle acque termali, che è nascosto il grande segreto della sua vitalità, della sua infinita capacità creativa.

“ L’arte dell’acqua è l’arte delle storie” scrive la Cilento.

Perché creare una storia è metterla al mondo, è partorirla, è narrarla. Nelle storie si entra come pesci, tuffandosi, scorrendovi in essa, abbandonandosi al flusso, lasciandosi trasportare dove la storia/acqua vuole.

“Sicché se saprete l’arte, saprete tutte le storie del mondo, e li destini delli uomini e delle donne”.

Morfisa  conosce il segreto delle storie, perché sa il segreto delle acque, a lei è stato dato il magico potere di custodire, e di partorire ogni mille anni, l’uovo che racconta tutte le storie, le storie del mondo. E’ proprio questo uovo magico, narra la leggenda, ad essere custodito in una giara colma d’acqua,  nell’ inespugnabile ‘omonimo castello” come scrive B. Croce,  ed è sull’uovo che poggia tutta Napoli.  Da questo incredibile gioco di equilibrio deriverebbe  la forza misteriosa, magica, poliforme, ammaliante della città. Se mai si rompesse l’uovo, su Napoli si abbatterebbe l’Apocalisse.

Dunque, la piccola grande Morfisa, creatura imprendibile perché mutevole come l’acqua, fatta di desideri, di carne, di potente fantasia, piccola ducissa nera, venerata Marunella, il riferimento al racconto” L’Infanta Sepolta della Ortese è evidente, viene destinata dal padre a prendere il posto della sorella Crisorroé e a partire per Costantinopoli, per diventare moglie dell’imperatore. Sarà scortata dall’imbelle, furbastro Teofanes, poeta senza ispirazione. Da questo momento succede di tutto, e lascio a voi lettori il piacere di scoprirlo.

Va detto, per completezza, che niente fa più gola ad un poeta senza parole, che mira alla fama senza voler fare alcun sforzo, l’uovo rosso che Morfisa ha sempre con se,  l’uovo che a contatto della sua mano si illumina e mostra le storie già scritte e quelle che verranno. Teofanes tenterà in tutti i luoghi in cui l’avventura lo porterà con Morfisa,  e con tutti gli stratagemmi possibili di impadronirsi dell’uovo magico, che risolverebbe per sempre il suo blocco dello scrittore e gli darebbe la fama e la gloria che desidera.

Diventa una  sorte di caccia al vello d’oro degli Argonauti, questa ricerca dell’ uovo delle meraviglie, che è anche la ricerca di una storia degna di essere narrata. La scrittura è avventura e coraggio, sembra dire la Cilento, è andare a fondo, perdersi nelle acque, partire da un porto per approdarne ad un altro  sconosciuto, partire balena (pistrice immane ) e ritrovarsi uccello.

E qui arriviamo ad un’altra caratteristica del racconto fantastico: raccontare è insegnare. Vale proprio per la Cilento, famosa insegnate di scrittura,  che in questo libro lascia un monito importante ai suoi lettori.

L’immaginazione va arpionata, fermata, coltivata, non bisogna spaventarsi, non bisogna bighellonare  intorno, quando ci arriva un’idea. E’ necessario prenderla al volo, misurarsi, vincere la paura, come scrive Rosa Montero,  “ abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»

Nel lavoro di scrittura non ci sono miracoli, sostiene la Cilento, non ci sono colpi gobbi, non ci sono vie secondarie. Scrivere è un corpo a corpo feroce con se stessi, senza esclusioni di botte.

“ Ogni dover scrivere e voler scrivere è la patetica vittima delle proprie aspettative. La potenza della scrittura sta nell’essere senza aspettative, nell’essere rassegnazione e rinuncia al dovere di scrivere, possibilità di rimanere sospesa soltanto come “preferenza”. » scrive GianniCelati, nell’introduzione a “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville.

E dunque la meravigliosa millenaria vicenda di Morfisa,  come il pendolo di Galileo, non smetterà mai di percorrere la sua traiettoria. Come non ha fine la storia di Napoli, “ l’ovetto dipinto d’Europa” come scrive Giovanbattista Basile, nel già ricordato Cunto de li cunti, a cui Morfisa è certamente ispirato.

Due parole sole sulla scrittura.

Scrittura potente, che trascina, che muta, che si fa parlata antica, che diventa piana, che accelera nel dialetto, un pasticcio teatrale che  è proprio e solo di Antonella Cilento. Tale lingua è frutto di letture infinite, di passione per la pittura di Breugel e Bosch, Micco Spadaro, Artemisia, Caravaggio, per la sua città, nasce dall’amore per la Ortese e per la Ramondino, per Hoffmann e Stevenson, per citare solo alcune dei riferimenti letterari di Antonella.

Per concludere, la Cilento ci ha regalato con Morfisa una straordinaria narrazione, in cui a tuffarsi, proprio come dovrebbe essere una vera nuotata, non si tocca mai la stessa acqua.

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Arte reclusa/libera arte

All’interno della manifestazione Arte reclusa/Libera arte interverrò alla tavola rotonda del 10 aprile ore 9.30 al Maschio Angioino : La libertà di fluire con le parole, lib(e)ri liberi. Parteciperanno, oltre alla dottoressa Amalia Fanelli, che avrà il compito di coordinare il dibattito, la scrittrice Francesca Gerla, e gli scrittori Nando Vitali, Andrea Carraro e Sandro Bonvissuto.

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Libri tanto amati: Emilia Bersabea Cirillo e Cesare Pavese

Ecco il mio libro tanto amato, dal blog di Giacomo Verri, che mi ha chiesto un contributo su un libro da me tanto amato.

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(Foto di Emilia Bersabea Cirillo)

Ho letto la prima volta La luna e i falò che avevo quindici anni. Pavese era uno scrittore di culto, negli anni settanta. Certamente aveva concorso a farlo diventare tale la sua vita conclusa tragicamente, il suo lavoro di consulente editoriale all’Einaudi, la poesia Verrà la morte, il diario Il mestiere di vivere. Tutto quello che aveva scritto Pavese mi aiutò ad interrogarmi, in quell’età acerba, sul senso della mia esistenza. Volevo imparare da lui, così tormentato e solitario, così schivo e ruvido, a trovare risposte al mio stare al mondo. Sembrava impossibile. Eppure per quegli anni lui, con i suoi libri e le sue poesie, fu per me un maestro di scrittura e di pensiero.  Pose la sua terra, le Langhe, al centro della prosa, e il suo paese, Santo Stefano Belbo, divenne un topos letterario. Scoprii che la sua terra e la mia avevano tante cose in comune: le colline, le nocciole, i castagni, i tartufi, i paesaggi dolci di viti, la lontananza dai centri, l’emigrazione, una certa silenziosa stranezza che ci fa diversi da quelli che vivono sulla costa. Pavese era figlio di un mondo che molto amava: interno, contadino, selvatico, in cui la natura dà un nome a tutte le cose e forse anche un destino, da cui lui era andato via. Come aveva fatto Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, come avrei voluto fare io in quella tormentosa stagione della vita: andare e poi tornare, un’emigrante che partiva per l’Ammerica, con due m, come si dice da noi, alla ricerca di una sorte migliore.

O’ mmerecano, è colui che torna dopo anni al paese, non per raccontare la fatica che ha fatto a tirar su la vita, ma per mostrare benessere, per impossessarsi di qualcosa che è mancato alla sua giovinezza.  L’Americano era per i suoi paesani Anguilla, ritornato dopo vent’anni, che aveva scelto di non aver casa e di dormire nell’albergo in piazza, dalla finestra della sua stanza vedeva finalmente processioni e feste, come un vero signore. Anguilla sempre pensava a quando, ragazzo, lavorava prima con il Padrino, poi alla cascina della Mora, e sempre si chiedeva, un bastardo come lui, se fosse tornato per restare o per cercare un luogo da poter chiamare suo. “Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?”.

Era un periodo della mia vita che leggevo di tutto, pescando libri tra gli scaffali della biblioteca “Giulio Capone” di Avellino. Alcuni erano davvero troppo banali (i romanzi rosa, per capirci), altri troppo lunghi (i russi, per capirci). Pavese mi conquistò subito con quel suo agile libro dal titolo così secco e concreto, La luna e i falò, Premio Strega 1950. Pensai a due luci contrapposte e complementari, una gelida e ferma, l’altra caldissima e mutevole. I falò si facevano anche da noi, grandi cataste di legno che prendevano fuoco nelle notti di gennaio,  per scacciare il gelo d’inverno. E la luna è la luna, stava in cielo e illuminava le nostre incerte malinconie. Lo presi in prestito. Lo lessi d’un fiato. Quel libro aveva un attacco potente: “C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, Barbaresco o in Alba…Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so”. Ancora più giusta mi sembrò quella storia, fatta di memoria e di presente, non di nostalgia. Amai da allora, e tanto, le Langhe di Anguilla, la luce dei falò nella notte di San Giovanni, i pensieri su quella che era stata la sua vita di ragazzo bastardo, il vagabondare tra i campi di meliga, la decisone, già grande, di partire per Genova e poi imbarcarsi, il suo ritorno, l’incontro con il giovane Cinto che proverà a proteggere dal padre, le confidenze spartite con l’amico Nuto, il falegname che suonava il clarino e che non si era mai mosso dal paese. In quel libro non accadevano grandi fatti, e forse un libro così, oggi, sarebbe ben difficile da pubblicare. Ma accadeva la vita. E questo era tantissimo. Imparai che ogni luogo può essere raccontato e nominato, che ogni storia è importante per come la racconti, non per la storia in sé, che l’esistenza di un personaggio, la più semplice e banale, ha sempre zone oscure, nascoste, ha sempre rimandi, qualcosa al di là del percepibile, particelle che restano nell’aria come la polvere di un falò.

Amai la musica per bande, fino alla commozione, amai specialmente il suono del clarino, figurandomi Nuto che girava per i paesi: “Nuto… dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne. Proprio lui che da giovanotto è arrivato a suonare il clarino in banda oltre Canelli, fino a Spigno, fino a Ovada…Ne parliamo ogni tanto, e lui ride”. Amai le sfortunate donne della Mora, l’odore del mosto, le argille secche, le rive del fiume, il letto dei falò. Arrivai perfino a scrivere una poesia “Basta Nuto e il clarino per andare di notte in cerca di luna…”.

Comprai successivamente Tutte le opere di Cesare Pavese, in un cofanetto grigio. Ricomprai La luna e i falò cinque anni fa, in una libreria antiquaria di Bari, nell’edizione Einaudi del 1952, con la copertina cartonata e l’illustrazione sui toni dell’azzurro violaceo di Carlo Carrà. Lo leggo, ogni tanto. Sottolineo ancora frasi. Trovo tutto molto melodioso. Trovo tutto da imparare a memoria. Credo che la scrittura di Pavese sia tra le più musicali mai lette. Ha il ritmo lento di un poema greco, come se fosse raccontato da un aedo dalla voce greve, stanca, che per sentire bisogna stargli molto vicino.

Nei paesi d’Irpinia, in agosto, è sempre festa per il ritorno degli emigranti e dei figli che vivono lontano. I paesi si ripopolano, le case si riaprono, nelle strade sfilano processioni, i cieli si accendono di fuochi d’artificio. C’è una vita fittizia, sospesa, che per qualche giorno anima la gente e le piazze. È la vita di questa Irpinia, “le cui colline han fatto il mio corpo”, per dirla con Cesare.

Tranne che per qualche viaggio, io non mi sono mai mossa da Avellino. Tranne che per brevi periodi della sua vita, Pavese non si è mai mosso da Torino. La sua scrittura è stata per me partenza e ritorno, un viaggio attorno e dentro di me. Mi ha aiutato a vedere il mondo intorno a me, a dargli valore. Mi ha aiutato, insieme alla scrittura di Virginia Woolf e di William Faulkner, a decidere di scrivere. A fare di questo luogo d’Appenino interno del Sud il luogo delle mie storie. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

***

Emilia Bersabea Cirillo, architetta, vive e lavora ad Avellino. Ha pubblicato Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002, i romanzi L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea, e Una terra spaccata (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, i racconti Gli incendi del tempo (et al. edizioni, Milano 2013). Il suo ultimo romanzo è Non smetto di aver freddo, Iguana Editrice, 2016, premio Minerva 2016, Premio maria Teresa Di lascia 2017.

 

Giacomo Verri Libri

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(Foto di Emilia Bersabea Cirillo)

Ho letto la prima volta La luna e i falò che avevo quindici anni. Pavese era uno scrittore di culto, negli anni settanta. Certamente aveva concorso a farlo diventare tale la sua vita conclusa tragicamente, il suo lavoro di consulente editoriale all’Einaudi, la poesia Verrà la morte, il diario Il mestiere di vivere. Tutto quello che aveva scritto Pavese mi aiutò ad interrogarmi, in quell’età acerba, sul senso della mia esistenza. Volevo imparare da lui, così tormentato e solitario, così schivo e ruvido, a trovare risposte al mio stare al mondo. Sembrava impossibile. Eppure per quegli anni lui, con i suoi libri e le sue poesie, fu per me un maestro di scrittura e di pensiero.  Pose la sua terra, le Langhe, al centro della prosa, e il suo paese, Santo Stefano Belbo, divenne un topos letterario. Scoprii che la sua terra e la…

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