da una lettera di Thomas Mann a Paul Amman

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dipinto di Gordon mc Couch- dalla mostra “Un americano ad Ascona”

 

 

Zurigo, 1 dicembre 1952

Grazie per la Sua lettera dell’ottobre, come sempre piena di fascino. Già da giugno manco da Pacific Palisades, da allora ho viaggiato molto, adesso mi riposo qui. Per l’anno prossimo abbiamo preso in affitto una casetta a Erlenbach sopra al lago e vogliamo riprendere il modo di vivere degli anni 1933-38. ” Per trascorrere la sera della vita e svolgere attività di scrittore”, così è scritto nell’autorizzazione di residenza ed è proprio carino.

Suo Thomas Mann

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Sotto la giacaranda in fiore

giacaranda presentazione

Agli inizi dello scorso anno Luisa Cavaliere cominciò a pubblicare ad intervalli più o meno regolari alcuni scritti sulla sua pagina di FB. Si trattava di memorie della sua infanzia nel Cilento, a San Marco di Castellabate, che catturarono subito  la mia attenzione. Conoscevo Luisa per aver partecipato, anni addietro,  a vari  incontri sul “pensiero della differenza sessuale”  e per esserci  viste a San Marco, dove trascorro le vacanze estive e dove lei vive, nella sua bella casa di campagna.

Quei suoi testi avevano una scrittura intensa, a tratti un po’ sofferta, luminosa,  nel sincero intento  di voler narrare ( e quindi svelare) eventi della sua vita.

“ A Castellabate ho imparato a camminare saltellando da un gradino all’altro di tutte le scale, giocato nella piazza, messo i nomi a tutte le cose, ai dolori e alle gioie” e , leggendo,  scoprivo una Luisa che mi piaceva moltissimo, perché sapeva nominare le  emozioni,  E poi parlava di luoghi che conosco e che amo, degli scogli di Licosa, di picnic sotto i pini, di case imbiancate di calce, dei forni per i fichi, delle “buatte” dove fioriscono gerani messe a delimitare i sentieri, del mare e del vento, dell’acqua sale. Tutto senza nostalgia, anzi cercando, come fanno i migliori fotografi, di fare un passo indietro per  meglio mettere a fuoco l’obiettivo.

Sempre da Fb,  le suggerii, non soltanto io, il coro di incoraggiamenti si faceva sempre più nutrito, di farne un libro.  Per molto tempo Luisa tacque, e poi, finalmente, a luglio scorso è stato pubblicato “ Sotto la giacaranda in fiore. racconti , fantasie e ricordi del Cilento” dalla casa editrice Liguori. Il libro, che sarà presentato lunedì 16 alle ore 18 all’all’Angolo delle storie da chi scrive e da Rosetta D’Amelio, si presenta con una bella copertina azzurra, proprio del colore dei fiori della giacaranda. Come il colore della lontananza.

“…da una parte il linguaggio è terra d’esilio, no? Che non abbiamo fondato; che spesso ci fonda e ci determina. E anche quando stiamo nei luoghi nei quali stiamo bene, o tentiamo di stare bene o sentiamo di stare bene – anche lì il linguaggio è terra d’esilio e resta complicato…” ritiene Luisa, che così si è espressa in un dibattito alla Libreria delle donne di Milano su un suo precedente libro “ C’è una bella differenza” , scritto con Lia Cigarini.  Si, il linguaggio è terra di esilio, terra in cui pensare ed elaborare la distanza. Ma anche terra fertile per Luisa Cavaliere, se il risultato è questo libro delizioso, che cattura l’attenzione del lettore e che fa conoscere il Cilento, la meravigliosa terra al di là del fiume Alento.

I suoi scritti, divisi in sei capitoli, hanno la lunghezza di poche pagine. Comincia dagli anno ’50, da un’infanzia felice, accudita, scandita da lunghe estati “non facevamo mai meno di ottanta bagni”, da bambole di pezza, da storie ascoltate dalle domestiche, da gesti di una cura remota trasmessi  quasi senza parlare,  le voci delle amiche della madre   “le signore si raccontavano bugie e verità nei loro meravigliosi pomeriggi del dopoguerra paesano”,   agli anni ’60 la giovinezza i primi amori, fino ai cruciali anni ’70, il femminismo, un progetto politico forte che ha connotato la vita di Luisa, l’incontro con altre donne.  Poi la scelta di ritornare nel Cilento, di trasformare la casa materna in un resort raffinato, “ Giacaranda” in cui riceve amici e ospiti. La sua è un’accoglienza greca, simile al Simposio platoniano, in cui intorno ad una tavola imbandita, si ragione dei valori del  mondo e di noi nel mondo.

“ Non si può essere amanti del cibo se non si ama se stessi. Allo stesso modo, quando apparecchio, mi devo sentire parte di una tavola imbandita per me, ben apparecchiata, con i piatti e i bicchieri giusti, le posate disposte in modo corretto. … Poi c’è la felicità di stare insieme e di parlare a tavola.” ha detto Luisa in una intervista rilasciata per l’Expo2015, che la vede Presidente del WeWoman.

Luisa ha avuto il bisogno di avere cura, di amarsi un po’, di affondare le mani in una materia viva, i ricordi, di trattarli con delicatezza, di scartare, di piegare, di soffrire, di allontanarsene, di lasciare il cassetto in ordine.

“Il cassetto” si chiamava la casa della Szymborska, a Cracovia, perché  appartamento minuscolo in cui si faceva fatica a stare. Ma in cui la poetessa, molto cara a Luisa che ha usato sue frasi come esergo per i capitoli, ha vissuto e ha prodotto le sue opere. Ringrazio davvero Luisa per aver aperto il suo cassetto. Per averci permesso di affondarvi le mani con lei. Per aver condiviso.  Per essersi resa visibile, per come lei è.

pubblicato sul mattino di Avellino sabato 14 marzo 2015

Ulrike Draesner – Tessuto connettivo ( poesia matrimoniale)

 ulrike draesner

tessuto connettivo     
(poesia matrimoniale)

questo formicolio nella gamba questo desiderio
che né semina né raccoglie soltanto ubbidisce
che aderisce a sé stesso si crea completamente
come credente come assoluto, genu-
flessione grammaticale. lì
di tanto in tanto ci stendiamo ma solo i
giovani rapiti cuocenti nel loro brodo
sanno tracciare la lettera iniziale della
verità: un sorriso, inaspettato.
sono senza preoccupazioni lì sul ginocchio
che di notte parla con il materasso e
dice questa è la mia età il mio osso il mio
scudo di difesa sei tu. non ci si
storce, si passa. si tocca e lì
la fine è calda come una stazione
di notti gonne e pantaloni portati
da tanto lontano. lì mormora qualcosa
come amore, a volte un “pertanto” è un
“davanti“, trattenuto. dietro dove il
treno parte l’avvenire degli altri si
riapre – qui però stiamo insieme
su ginocchia nel sogno qui non ci tocca
(niente). una rondine non faceva
primavera? ah, serenamente si alza
il tetto sopra la stazione.

un grazie a
rené char, crible

(traduzione di Thresia Prammer)

 

bindegewebe

(ehegedicht)

dies kribbeln im bein diese sehnsucht
die weder sät noch erntet nur gehorcht
sich selbst gehört sie ganz zeugt
als gläubige als absolut als fall
die grammatik sich der knie. dort
liegen wir manchmal doch nur die
schnellen jungen simmernd in ihrem saft
verstehen die anfangschimäre der wahrheit
zu zeichnen: ein lächeln, unvorhergesehen.
ich bin ganz ohne sorge da auf dem knie

das nachts mit der matratze spricht und

sagt dies ist mein alter mein knochen mein

schutzschild bist du. man verdreht sich
nicht, man geht vorbei. man berührt und
dort ist das ende warm wie ein bahnhof
aus hosen und röcken und nächten
lang her getragen. dort murmelt etwas
wie liebe manchmal ist „dafür“ ein
„davor“, gehalten. dahinter wo der
zug fährt faltet die zukunft der anderen
sich auf – hier aber sind wir zusammen
auf knien im traum hier rührt uns
(nichts). zwei schwalben machten keinen
sommer? ha, heiter hebt sich das
bahnhofsdach.

mit dank an
rené char, crible

Ulrike Draesner, viaggio obliquo (poesie 1995-2009), a cura di Camilla Miglio e Theresia Prammer, S. Angelo in Formis, Lavieri, 2010

Hannah Arendt a Walter Benjamin

hannah arendt

W.B. (1942)

Di nuovo ritorna la sera,

la notte cade giù dalle stelle:

giaciamo con le membra distese

nelle vicinanze, nelle lontananze.

Dall’oscurità risuonano

piccole dolce melodie.

Ascoltandole cresciamo,

allentiamo finalmente i ranghi.

Voci lontane, vicini affanni:

quelle  voci  quei morti,

che spingemmo avanti come messaggeri

per guidarci  nel sonno leggero.

Monika Rinck

monica-rinck

 

Stagno

lui dice: il dolore è uno stagno.
io dico: sì, il dolore è uno stagno.
perché il dolore crivellato dai pesci
giace in una conca e odora di marcio.
lui dice: e la colpa è uno stagno.
io dico: sì, la colpa anche lei stagno.
perché in un incavo la colpa sciaborda
e malgrado il braccio proteso
mi arriva già all’ascella ritorta.
lui dice: la menzogna è uno stagno.
io dico: sì, la menzogna stagno pure lei.
perché in estate, di notte
sulle sponde della menzogna si può fare un picnic
e qualcosa laggiù sempre si scorda.

Teich

sagt er: das leid ist ein teich.
sag ich: ja, das leid ist ein teich.
weil das leid von fischen durchschossen
in einer mulde liegt und faulig riecht.
sagt er: und die schuld ist ein teich.
sag ich: ja, die schuld auch teich.
weil die schuld in einer senke schwappt
und mir bei hochgerecktem arm bereits
zur aufgedehnten achselhöhle reicht.
sagt er: die lüge ist ein teich.
sag ich: ja die lüge ebenso teich.
weil man im sommer des nachts
am ufer der lüge picknicken kann
und immer dort etwas vergißt.

(D. Capaldi/T. Prammer)

Prolungamenti

così siamo rimasti, noi, il gruppo
quando finalmente le nuvole sono arrivate: la testa all’indietro,
le braccia stese come rami, il cuore ancora
aperto e dilatato da discorsi al caldo
sui prati, nelle notti, in montagna.

nei grandi luoghi di villeggiatura, la grande motte, vicino a montpellier
dovranno chiudere milioni di persiane, rafforzare i favi
da dentro per il gelo, che al sud nemmeno si avverte.

cielo, queste schiene così dritte, quest’attesa,
noi, come gruppo, c’eravamo allungati,
lungo quanto è stata l’estate – e siamo stati anche
angosciati? angosciati no, ma avevamo passati
alle spalle, grandi, e ricordi, ciascuno il suo,
che mettono alle strette ciò che chiamiamo oggi, adesso,
lì dove nell’altro angolo sta già in agguato l’inverno.

d’ora in poi ogni cosa avrà conseguenze. ci apparterrà
più distintamente. abbiamo noi, il nostro gruppo,
davvero resistito a lungo, davvero tutto
è stato deciso? nulla è rimasto irrisolto?
longing, dicono in altri luoghi, perché sanno
che il desiderio è una forma di prolungamento.

Verlängerungen

so sind wir dagestanden, wir, die gruppe
als die wolken endlich kamen: den kopf zurück,
die arme ausgestreckt wie äste, das herz noch
offen und gedehnt vom reden in der wärme
auf den wiesen, in den nächten, in den bergen.

in den großen ferienorten, la grande motte bei montpellier
muß man jetzt millionen läden schließen, die waben dicht
gemacht von innen für den frost, den es im süden gar nicht gibt.

himmel, diese geraden rücken, dieses warten,
wir, als gruppe haben uns ganz lang gemacht,
so lang der sommer war – haben wir auch
angst gehabt? angst nicht, vergangenheiten
hatten wir, große und erinnerungen, jeder seine,
die das heute, das, was jetzt heißt, in die enge treiben,
wo in der andren ecke schon der winter hockt.

ab jetzt hat alles konsequenzen. gehört zu uns
viel deutlicher. haben wir, hat unsre gruppe,
denn wirklich lange ausgehalten, wirklich alles
ausgemacht? ist wirklich nichts mehr übrig?
longing, sagt man anderswo und weiß es schon,
daß sehnsucht eine form der verlängerung ist.

(D. Capaldi/T. Prammer)

(da (Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, a cura di Theresia Prammer, Milano, Libri Scheiwiller, 2011, pp. 297-298).

La tecnica dello scrittore in tredici tesi di W.Benjamin

1. Chi intende procedere alla stesura di un’opera di vasto respiro, sia dia buon tempo e al termine della fatica giornaliera si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.

2. Parla di quanto hai già scritto se vuoi, ma non darne lettura finchè il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.

3.Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana.Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l’accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepitìo di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l’orecchio interiore quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé perfino i rumori discordanti.

4. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carte, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.

5. Non lasciar passare in incognito nessun pensiero e tieni il tuo quaderno di appunti con lo stesso rigore con cui l’autorità tiene il registro dei forestieri.

6. Rendi la tua penna sdegnosa verso l’ispirazione ed essa attirerà a sè con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un’intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.

7. Non smettere mai di scrivere perchè non ti viene in mente nulla. E’ un imperativo dell’onore letterario interrompersi solo quando c’è da rispettare una scadenza ( un pasto, un appuntamento) o quando l’opera è terminata.

8.Occupa una stasi dell’ispirazione con l’ordinata ricopiatura del già scritto. L’intuizione ne sarà risvegliata.

9. Nulla dies sine linea:sì però qualche settimana.

10 Non considerare mai perfetta un’opera che ti abbia tenuto al tavolino dalla sera fino al giorno fatto

11. La conclusione dell’opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.

12. Gradi della composizione: pensiero, stile , scrittura.Il senso della bella copia èche in questa fase l’attenzione va ormai solo alla calligrafia. Il pensiero uccide l’ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.

13. L’opera è la maschera mortuaria della concezione.

Bambino che legge di Walter Benjamin

 

Dalla biblioteca scolastica riceve un libro. Avviene nelle classi inferiori la distribuzione. Solo di tanto in tanto si azzarda alla preferenza. Spesso, con invidia, si vedono finire in altre mani libri ardentemente desiderati. Alla fine si riceveva il proprio. Per una settimana si era prigionieri del turbinio del testo, che lieve e segreto, fitto e incessante ti avvolgeva come neve. Vi si entrava con sconfinata fiducia. Silenzio del libro che invitava ad andare avanti, avanti!Il suo contenuto non era importante. Perché la lettura cadeva ancora nel tempo in cui, a letto, si inventavano storie sul proprio conto. Di queste il bambino segue le tracce mezzo cancellate. Leggendo si tura le orecchie; il suo libro poggia sul tavolo troppo alto e una mano è sempre sulla pagina. Per lui le avventure dell’eroe van lette ancora, in quel turbine di lettere, come si leggono figure e messaggi in quello sfarfallio di fiocchi. Il suo respiro è dentro l’aria degli eventi, e tutte le figure gli alitano in faccia. Lui si mescola ai personaggi assai più dell’adulto. E’ colpito oltre ogni dire dalla vicenda e dalle parole che vi si scambiano, e quando si alza è tutto coperto dalla nevicata di quel che ha letto.

 

Walter Benjamin “ Strada a senso unico scritti 1926-27” Einaudi 1983