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Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo

di Silvana Arrighi

“Il calore della lampada si fa sempre più cocente, non dà più fastidio, ormai. La pelle di Colomba, anzi, ha bisogno di quel calore. Ne vorrebbe di più. Forse così i bozzolini diventerebbero di fuoco e qualunque cosa ci sia dentro, grasso accumulato, nostalgia, parole mai dette, potrebbe sgusciare fuori, libera”.
[…]
“Io ho pensato che mi fossero venute le ali.” […]
“Le ali? e che se ne fa delle ali? ”
“Potrei raggiungere presto mio figlio, senza prenotare voli e controllare partenze.”

Il nuovo libro di Emilia Bersabea Cirillo si annuncia con una bella confezione, un titolo accattivante, una copertina in cui una mescolanza fra la Venere di Milo e la Nike di Samotracia, dotata di testa e di un solo braccio, carnalmente umano, porta il suo paio di ali quasi fossero una gerla, evocativa dei mille pesi che quotidianamente le donne portano sulle spalle o, forse, della loro capacità di volare al di là del peso fisico che vorrebbe trattenerle a terra. Le “ali” della protagonista del primo racconto (Potrebbe trattarsi di ali), Colomba (come altro avrebbe potuto chiamarsi?), sono due addensamenti di grasso che si ritrova un giorno sul dorso, all’altezza delle scapole. Lipomi – diagnostica il fisiatra. Magari ali – pensa Colomba: ali che la potrebbero portare in volo dal figlio lontano. Forse quei “bozzolini” che lei può toccare sulla propria schiena sono solo pieni di nostalgia per chi si è allontanato, e non può toccare più. Forse potrebbero aprirsi in

ali liberatorie, a portarla via dalla piccola vita di provincia e famiglia in cui appare intrappolata.

Camillo, il protagonista di Soul doll, rimpiange di non aver mai potuto toccare le bambole di sua sorella Ernestina: “Nessuno ha mai capito quanta tenerezza c’è in me”. È uno dei pochi personaggi maschili presenti nei sette racconti della Cirillo, e neppure lui, in fondo, ne è protagonista. Lo è Rebecca, la sua compagna, una donna inanimata il cui corpo è però più vero del vero: Camillo ne ha potuto richiedere la confezione secondo i suoi gusti e il suo gradimento. L’altezza, le misure del seno, dei fianchi, il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, financo le dimensioni e l’aspetto della vulva sono come lui li ha voluti. Rebecca è stata confezionata “at customer’s request” e di Rebecca Camillo è perdutamente innamorato, perché “sogna un abbraccio che duri tutta la notte” e solo quell’essere di silicone, dall’apparenza indistruttibile e dal sorriso così accondiscendente, pare in grado di darglielo.

Norma, protagonista di Se stasera sono qui, è una madre a cui è toccato in sorte il dolore più grande, la perdita di una figlia nel fiore della giovinezza. “La sua storia personale era completamente diversa da quella di tutte le altre, lei aveva perso una figlia di ventitrè anni in un incidente, la sua unica figlia, il suo mondo. Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia.“ È il racconto che più commuove, il più struggente. L’ultimo della raccolta, Sangue mioè invece il più fortemente legato alla realtà del nostro tempo, narrando una storia di maternità surrogata e del rapporto fra parti ricche e parti povere del mondo. La protagonista, la romena Anna, è costretta per indigenza a prestare il proprio corpo ad una coppia sterile, italiana: diciassette anni dopo dovrà fatalmente incontrare Emanuela, che dentro al suo corpo era cresciuta e dalla quale si era separata subito dopo averla messa al mondo, e chiedere un aiuto che solo lei le può dare, per il suo corpo malato.

 

Ancora il corpo. Il corpo è prepotentemente presente nei sette racconti della raccolta, con tutte le sue funzioni e la sua concretezza biologica: lacrime, sangue, viva materialità. Corpi  estremi, anche: come quello di Agnese, la protagonista di Fuori misura, una donnona di centoquaranta chili che, liberatasi dai condizionamenti legati all’aspetto fisico e alla sua misura extra-extra-large, riesce ad uscire da se stessa, si fa disegnatrice di moda e fa fortuna disegnando e vendendo abiti per altre donne.

Ispirata all’autrice canadese Alice Munro, le cui parole – “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale” – sono poste in esergo a propiziare le pagine che seguiranno, Emilia Bersabea Cirillo ha la rara abilità di mettere nella pagina scritta, e scritta benissimo, la meravigliosa complessità dei pensieri femminili. Non nasconde quanto il lavoro di scrittrice le costi fatica (“Quando scrivo butto sangue”, è l’espressione che ha usato ad una recente presentazione del suo libro), tuttavia le sue parole – che spesso attingono a dialetti e tradizioni delle terre del sud, orgogliosamente messe in primo piano – pur ricercate e dotate di una peculiare ed apprezzabile asciuttezza scorrono fluide e limpide come acqua sorgiva, e risultano essere le migliori, le più eleganti, per esprimere sentimenti ed emozioni. Non c’è timidezza o impaccio nell’ambientare le storie in luoghi piccoli, fuori dal mondo, paesi di provincia che ci immaginiamo distanti dal glamour della città: le storie di queste donne irpine, spesso donne comuni e semplici, di mezza età e di poche pretese, sono universali come universali sono le emozioni. Colomba, Agnese, Natalina, Laura, Bianca, Francesca, Anna sono donne la cui sofferenza spesso si tocca con mano, tuttavia sono estremamente resistenti, forti, reattive. Raccontando di loro e delle loro vite, Emilia Cirillo racconta lucidamente la nostra quotidianità, le contraddizioni, le difficoltà dei nostri tempi. Se parlare dei luoghi fisici è fondamentale – in particolare quelli legati alle proprie radici -, maggiormente lo è parlare dei luoghi universali delle emozioni.

La scelta del racconto come modalità espressiva è per la Cirillo “una questione di misura. Nel momento in cui si sceglie questo genere non sono possibili sbavature”. Il racconto è forse la sua dimensione narrativa d’elezione, “Una scelta letteraria precisa, necessaria”. E, citando mirabilmente la Nobel canadese – “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” – nel racconto Come si fa a dire se dimostra di averne introiettato appieno l’insegnamento, vista l’abilità con cui sa intrecciare fra loro due diverse trame, l’una mantenuta più in superficie, la seconda più sotterranea: è questo, a mio avviso, il racconto dal maggior valore letterario. L’orizzonte narrativo della Cirillo ci conduce attraverso storie disturbanti: le sue donne, a volte disperate, spesso sofferenti, hanno però tutte ali per volare, possono prendere in mano il proprio destino, e vincere la sfida della vita. La Venere-Nike presente in copertina è anche personificazione della Vittoria: la vittoria era alata perché doveva portare in alto il vincitore al di sopra dei comuni mortali. Ma le sue ali indicano anche che è rapida e inafferrabile: va, letteralmente, presa al volo, come l’attimo fuggente di un’opportunità del destino che difficilmente potrebbe ripresentarsi. Le donne di Emilia Bersabea Cirillo vogliono un destino da portare a testa alta, di cui sentirsi fiere: se sono penalizzate dalla vita, sono vincitrici nello spirito. E ottengono cura, premura, affetto, una unificante carezza, un abbraccio risolutivo.

Ancora una volta l’editrice Iguana ha confermato il suo desiderio di pubblicare “storie vere e buone”, valorizzando e promuovendo il talento delle donne. Emilia Cirillo, architetto di professione, grande lettrice da sempre (Pavese, Hemingway, Faulkner, Gadda e poi la Woolf, Kathrerine Mansfield, Fabrizia Ramondino, la Ginzburg fino ad Alba de Cespedes sono state le letture della sua formazione) si conferma nuovamente, dopo Non smetto di aver freddo (2016), come sensibile e straordinaria narratrice dell’animo femminile.

Emilia Bersabea Cirillo, “Potrebbe trattarsi di ali”, pp.169, euro 14, L’Iguana editrice, 2017.

Giudizio: 5/5

Salone di Torino/Giorno 1 – Parole “oltre il confine” d’Irpinia di Giulia D’Argenio

Condivido l’articolo della bravissima Giulia D’Argenio, giornalista di Orticalab, sulla prima giornata del salone del libro di Torino. A presto nuove impressioni.

Siamo in viaggio “Oltre Confine”, alla trentesima edizione del festival letterario di Lingotto Fiere. Tra gli stand allestiti nello spazio espositivo della capitale sabauda, ci sono i lavori di Marika Borrelli ed Emilia Bersabea Ciriillo, portate in fiera dai loro rispettivi editori. Storie di una terra che parla un linguaggio di donne di tenacia

Emilia Bersabea Cirillo, Nadia Tarantini, Marika Borrelli, Iguane allo Stand.

Un maggio intenso, da ricordare, che va concludendosi nel migliore e più inconsueto dei modi: Orticalab è in viaggio, questa volta a Torino, alla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Il tema di questa stagione è per noi tra i più suggestivi ed evocativi. Si parla, infatti, di andare “Oltre il Confine”, così come sono riuscite a fare le parole di Marika Borrelli, presente tra gli stand allestiti nei padiglioni del Lingotto Fiere, con ben due lavori a sua firma: “Amore 3.0”, portato in esposizione dal gruppo de “La Compagnia del Libro”, ed il recentissimo “Felicità”, figlio di un’esperienza editoriale molto particolare.

«Ho iniziato a lavorare come giornalista, per poi appassionarmi sempre più al mondo dell’editoria e a tutto ciò che c’è il dietro le quinte in preparazione della pubblicazione di un libro. Da questo, e dalla mia particolare formazione in studi su questioni di genere e femminili, è nata questa avventura: la mia casa editrice L’Iguana, che pubblica solo ed esclusivamente scritti di autrici donne». Chiara Turozzi riesce a trasmettere tutta la passione che nutre per il proprio lavoro, pur nel frastuono assordante ma confortante di un evento che attesta quanto viva e profonda resti la domanda di cultura in Italia. L’Iguana è una casa editrice di donne per donne, che abbatte stereotipi ed immagini di debolezza prediligendo, quasi paradossalmente, i fatti alle parole. «Non credo che quello dell’editoria sia un mondo declinato al maschile: è più una questione di stereotipi e convinzioni perché, in realtà, la mia percezione è che alle donne vengono riconosciuti spazio e considerazione non meno che agli uomini, senza contare che proprio le donne rappresentano una fetta importante di questo mercato, sia in termini di utenza che di persone che vi lavorano». La vera fatica, per Chiara, è un’altra e non conosce distinzioni di genere, essendo la stessa in tutte le galassie che compongono il variegato, complesso ed affascinante universo dell’editoria e dell’editoria indipendente in particolare. «È difficile mantenere la propria indipendenza, senza contare che dietro ogni pubblicazione c’è un lavoro intenso e minuzioso, specie per chi, come me Valentina e Hanna, sceglie di curare direttamente tutto fin nei minimi dettagli».

Uno sforzo che, però, ripagato a dovere dalla felicità racchiusa nel prodotto finale: la creatura, amata e desiderata, che è il libro. «La pubblicazione è sempre un momento di festa, di gioia. Per me, che leggo e scelgo personalmente i testi, per chi li predispone e, soprattutto, per le autrici, che sanno quanta strada c’è dietro le loro parole». Parole come quelle attraverso cui Marika cerca di raccontare cosa sia la “Felicità”, ma anche quelle attraverso cui Emilia Bersabea Cirillo dà voce all’universo della donne, alla loro più profonda intimità, cercando di decostruire falsi miti e luoghi comuni. Parole che si intrecciano e si guardano e raccontano di un’Irpinia, donna e tenace, capace: capace di fare, capace di andare oltre il confine della sua quotidianità, costruendo narrazioni diverse, delle donne e della propria terra.

Ed ecco, allora, un’altra particolarità dello spazio “Iguana” di Chiara Turozzi e delle sue donne: tra le sue pile di colore ed originalità, infatti, sono ben due le voci irpine fisicamente presenti, che si guardano e s’intrecciano, per portare alto il nome di una terra più capace che consapevole di esprimere talenti e risorse. Energie cui può accadere di ritrovarsi più facilmente altrove che nel proprio cortile di casa. Accade a Marika ed Emilia e alle tante voci d’Irpinia che vivono ed esistono “Oltre Confine”.

Lessico Familiare di Natalia Ginzburg

Ogni volta che leggo questo brano, mi commuovo.

ginzburg

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.
Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.
Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finchè saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà – Egregio signor Lipmann, – e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: – Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte! –

 

Quando la presentazione del libro si fa dal parrucchiere: Emilia Bersabea Cirillo con Non smetto di aver freddo

Quando la presentazione del libro si fa dal parrucchiere di Valentina Berengo – Ufficio stampa L’Iguana Editrice

Non necessariamente per parlare di letteratura c’è bisogno di essere in libreria, in un circolo culturale o in un palazzo prestigioso. In tempi in cui diversificazione è la parola chiave e il tempo è tiranno, le librerie aprono un angolo caffetteria e organizzano corsi d’inglese, i bar propongono scambi di libri e cene con l’autore, anche gli editori si danno da fare.

Quando l’autrice Emilia Bersabea Cirillo ha proposto a Chiara Turozzi, fondatrice de L’Iguana editrice, di presentare il suo romanzo… dal parrucchiere, l’editrice ha accettato entusiasta.

«Nei saloni di bellezza donne e uomini non solo leggono, ma soprattutto raccontano, intrecciano, incrociano e, qualche volta, inventano storie. È senza dubbio un modo originale per raggiungere un pubblico potenzialmente interessato ai nostri romanzi» spiega Chiara Turozzi.

«L’Iguana è una piccola impresa editoriale femminile, collettiva, multimediale» continua, «se trasformiamo Skype, il sedile di un’auto o una caffetteria in una redazione, e una rete di relazioni nel supporto più indovinato per un efficace tam tam mediatico, quale contesto è più indicato per una presentazione del salone di un parrucchiere? La molteplicità dei canali non si esaurisce solo nella rete. Noi il lettore lo andiamo a scovare tra le pieghe della sua vita quotidiana, senza alcuno snobismo».

E non è un caso che il primo incontro non si terrà in una grande città, ma ad Avellino, domani, 15 dicembre, al salone Hair Studio Enrica, dove Emilia Bersabea Cirillo presenterà insieme a Carmen Pellino, avvocata, il suo Non smetto di aver freddo, la storia di un vincolo potente tra due donne, ambientata proprio nel carcere della città.

«La provincia» dice l’autrice, «è spesso sottovalutata. Le cose non accadono solo nei grandi centri, anzi, la letteratura si insinua proprio negli spazi indefiniti, dove ci sono crepe, vuoti, dove non c’è perfezione».

La storia della scrittura delle donne racconta della capacità di saper fare di necessità virtù e di stare a ridosso delle fenditure. Ecco perché, probabilmente, le donne a parlare di letteratura dal parrucchiere ci andranno. E forse anche gli uomini.

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Incipit da Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini.

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foto di Mariangela Loffredo

Io ero, in quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica che erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo dentro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

una nuova lettrice, una nuova opinione

 

Sono molto contenta che il mio libro stia piacendo e raccolgo con cura le opinioni entusiaste dei lettori sul mio blog: il passaparola è importante e forse conta più di tante cose. Grazie a chi vorrà farmi dono delle sue parole!

 

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Ci sono due cose tanto belle nella vita di noi fortunati mortali e sono i viaggi e i libri…ma quando il libro è anche un viaggio che ti permette di esplorare i luoghi della tua città e i posti nascosti della tua anima,quando i momenti passati a leggerlo sono preziosi ed emozionanti,credo che il lavoro dello scrittore sia riuscito in pieno.Questo libro bellissimo si chiama “Non smetto di avere freddo” e l’ha scritto la mia cara amica Emilia Bersabea Cirillo….vi consiglio di leggerlo, se avete voglia di emozionarvi e riflettere e imparare da una grande scrittrice l’arte di raccontare una storia…Lollò è fiero di te,cara Emilia,e canterebbe per tanti anni ancora ” La vispa Teresa” ai tuoi figli, per permetterti di scrivere.