Salone di Torino/Giorno 1 – Parole “oltre il confine” d’Irpinia di Giulia D’Argenio

Condivido l’articolo della bravissima Giulia D’Argenio, giornalista di Orticalab, sulla prima giornata del salone del libro di Torino. A presto nuove impressioni.

Siamo in viaggio “Oltre Confine”, alla trentesima edizione del festival letterario di Lingotto Fiere. Tra gli stand allestiti nello spazio espositivo della capitale sabauda, ci sono i lavori di Marika Borrelli ed Emilia Bersabea Ciriillo, portate in fiera dai loro rispettivi editori. Storie di una terra che parla un linguaggio di donne di tenacia

Emilia Bersabea Cirillo, Nadia Tarantini, Marika Borrelli, Iguane allo Stand.

Un maggio intenso, da ricordare, che va concludendosi nel migliore e più inconsueto dei modi: Orticalab è in viaggio, questa volta a Torino, alla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Il tema di questa stagione è per noi tra i più suggestivi ed evocativi. Si parla, infatti, di andare “Oltre il Confine”, così come sono riuscite a fare le parole di Marika Borrelli, presente tra gli stand allestiti nei padiglioni del Lingotto Fiere, con ben due lavori a sua firma: “Amore 3.0”, portato in esposizione dal gruppo de “La Compagnia del Libro”, ed il recentissimo “Felicità”, figlio di un’esperienza editoriale molto particolare.

«Ho iniziato a lavorare come giornalista, per poi appassionarmi sempre più al mondo dell’editoria e a tutto ciò che c’è il dietro le quinte in preparazione della pubblicazione di un libro. Da questo, e dalla mia particolare formazione in studi su questioni di genere e femminili, è nata questa avventura: la mia casa editrice L’Iguana, che pubblica solo ed esclusivamente scritti di autrici donne». Chiara Turozzi riesce a trasmettere tutta la passione che nutre per il proprio lavoro, pur nel frastuono assordante ma confortante di un evento che attesta quanto viva e profonda resti la domanda di cultura in Italia. L’Iguana è una casa editrice di donne per donne, che abbatte stereotipi ed immagini di debolezza prediligendo, quasi paradossalmente, i fatti alle parole. «Non credo che quello dell’editoria sia un mondo declinato al maschile: è più una questione di stereotipi e convinzioni perché, in realtà, la mia percezione è che alle donne vengono riconosciuti spazio e considerazione non meno che agli uomini, senza contare che proprio le donne rappresentano una fetta importante di questo mercato, sia in termini di utenza che di persone che vi lavorano». La vera fatica, per Chiara, è un’altra e non conosce distinzioni di genere, essendo la stessa in tutte le galassie che compongono il variegato, complesso ed affascinante universo dell’editoria e dell’editoria indipendente in particolare. «È difficile mantenere la propria indipendenza, senza contare che dietro ogni pubblicazione c’è un lavoro intenso e minuzioso, specie per chi, come me Valentina e Hanna, sceglie di curare direttamente tutto fin nei minimi dettagli».

Uno sforzo che, però, ripagato a dovere dalla felicità racchiusa nel prodotto finale: la creatura, amata e desiderata, che è il libro. «La pubblicazione è sempre un momento di festa, di gioia. Per me, che leggo e scelgo personalmente i testi, per chi li predispone e, soprattutto, per le autrici, che sanno quanta strada c’è dietro le loro parole». Parole come quelle attraverso cui Marika cerca di raccontare cosa sia la “Felicità”, ma anche quelle attraverso cui Emilia Bersabea Cirillo dà voce all’universo della donne, alla loro più profonda intimità, cercando di decostruire falsi miti e luoghi comuni. Parole che si intrecciano e si guardano e raccontano di un’Irpinia, donna e tenace, capace: capace di fare, capace di andare oltre il confine della sua quotidianità, costruendo narrazioni diverse, delle donne e della propria terra.

Ed ecco, allora, un’altra particolarità dello spazio “Iguana” di Chiara Turozzi e delle sue donne: tra le sue pile di colore ed originalità, infatti, sono ben due le voci irpine fisicamente presenti, che si guardano e s’intrecciano, per portare alto il nome di una terra più capace che consapevole di esprimere talenti e risorse. Energie cui può accadere di ritrovarsi più facilmente altrove che nel proprio cortile di casa. Accade a Marika ed Emilia e alle tante voci d’Irpinia che vivono ed esistono “Oltre Confine”.

Lessico Familiare di Natalia Ginzburg

Ogni volta che leggo questo brano, mi commuovo.

ginzburg

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso.
Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti.
Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia.
Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.
Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finchè saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà – Egregio signor Lipmann, – e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: – Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte! –

 

Quando la presentazione del libro si fa dal parrucchiere: Emilia Bersabea Cirillo con Non smetto di aver freddo

Quando la presentazione del libro si fa dal parrucchiere di Valentina Berengo – Ufficio stampa L’Iguana Editrice

Non necessariamente per parlare di letteratura c’è bisogno di essere in libreria, in un circolo culturale o in un palazzo prestigioso. In tempi in cui diversificazione è la parola chiave e il tempo è tiranno, le librerie aprono un angolo caffetteria e organizzano corsi d’inglese, i bar propongono scambi di libri e cene con l’autore, anche gli editori si danno da fare.

Quando l’autrice Emilia Bersabea Cirillo ha proposto a Chiara Turozzi, fondatrice de L’Iguana editrice, di presentare il suo romanzo… dal parrucchiere, l’editrice ha accettato entusiasta.

«Nei saloni di bellezza donne e uomini non solo leggono, ma soprattutto raccontano, intrecciano, incrociano e, qualche volta, inventano storie. È senza dubbio un modo originale per raggiungere un pubblico potenzialmente interessato ai nostri romanzi» spiega Chiara Turozzi.

«L’Iguana è una piccola impresa editoriale femminile, collettiva, multimediale» continua, «se trasformiamo Skype, il sedile di un’auto o una caffetteria in una redazione, e una rete di relazioni nel supporto più indovinato per un efficace tam tam mediatico, quale contesto è più indicato per una presentazione del salone di un parrucchiere? La molteplicità dei canali non si esaurisce solo nella rete. Noi il lettore lo andiamo a scovare tra le pieghe della sua vita quotidiana, senza alcuno snobismo».

E non è un caso che il primo incontro non si terrà in una grande città, ma ad Avellino, domani, 15 dicembre, al salone Hair Studio Enrica, dove Emilia Bersabea Cirillo presenterà insieme a Carmen Pellino, avvocata, il suo Non smetto di aver freddo, la storia di un vincolo potente tra due donne, ambientata proprio nel carcere della città.

«La provincia» dice l’autrice, «è spesso sottovalutata. Le cose non accadono solo nei grandi centri, anzi, la letteratura si insinua proprio negli spazi indefiniti, dove ci sono crepe, vuoti, dove non c’è perfezione».

La storia della scrittura delle donne racconta della capacità di saper fare di necessità virtù e di stare a ridosso delle fenditure. Ecco perché, probabilmente, le donne a parlare di letteratura dal parrucchiere ci andranno. E forse anche gli uomini.

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Incipit da Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini.

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foto di Mariangela Loffredo

Io ero, in quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica che erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo dentro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

una nuova lettrice, una nuova opinione

 

Sono molto contenta che il mio libro stia piacendo e raccolgo con cura le opinioni entusiaste dei lettori sul mio blog: il passaparola è importante e forse conta più di tante cose. Grazie a chi vorrà farmi dono delle sue parole!

 

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Ci sono due cose tanto belle nella vita di noi fortunati mortali e sono i viaggi e i libri…ma quando il libro è anche un viaggio che ti permette di esplorare i luoghi della tua città e i posti nascosti della tua anima,quando i momenti passati a leggerlo sono preziosi ed emozionanti,credo che il lavoro dello scrittore sia riuscito in pieno.Questo libro bellissimo si chiama “Non smetto di avere freddo” e l’ha scritto la mia cara amica Emilia Bersabea Cirillo….vi consiglio di leggerlo, se avete voglia di emozionarvi e riflettere e imparare da una grande scrittrice l’arte di raccontare una storia…Lollò è fiero di te,cara Emilia,e canterebbe per tanti anni ancora ” La vispa Teresa” ai tuoi figli, per permetterti di scrivere.

In un maggio freddo e piovoso

avellino anno zero

In un maggio freddo e piovoso, in un mattino di maggio freddo e piovoso che sembra tardo autunno, se non fosse per il profumo dei gelsomini fioriti sulla recinzione della casa di via Iannaccone,  cammino svelta sotto la pioggia fine,  avvolta dall’impermeabile londinese, la testa china, a ripararmi dal vento.

Cammino su un marciapiede martoriato dai fossi e dalle erbacce, lambendo il muro di tufo della villa comunale, coperto di muschio e di erbe verdissime, larghe e alte come cespugli di alghe. Le facciate delle case di corso Europa , anche quelle ricostruite e stupidamente colorate, i troppi affittasi lasciati sulle invetriate dei bassi vuoti, la condizione della strada carrabile avvallata, delle cunette occluse da rami e carte, la poca presenza umana, contribuiscono ad accrescere la mia infelicità.

Perché è vero, la felicità è cosa che cade, ( allora l’infelicità è cosa che resta?) è una fola che ci possiede per pochi attimi, ma se c’è, la senti dentro, come un’euforia duratura, onnipotente. La felicità rende leggero l’attimo che vivi, il futuro che aspetti, perfino il pesantissimo e rassicurante passato. E anche questa strada dove lavoro da quarant’anni e che tutti i giorni raggiungo e lascio, quando sono felice, in quell’attimo secondo, sembra ridente nei suoi giardini, nei suoi pini altissimi, nella sua modesta edilizia anni cinquanta. Pensi a cosa è stata questa città, a come l’hai vista nelle cartoline in bianco e nero, nelle foto pubblicate sul sito avellinesi.it e ti lasci prendere da quella luce nitida, dalle linee nette dei profili, dai marciapiedi lustri di sole, dalla strada dritta come un filo a piombo. Ed è come tuffarti in un film, in un romanzo, senti il tiepido avvolgerti, il calore di te bambina e di tua madre che ti portava a spasso, nella villa comunale, dove c’erano le macchinine a pedali che si fittavano e il carretto delle liquerizie e dei formaggini di cioccolato che pretendevi di mangiare.

Poi ci sono giorni come questi, in cui il freddo non si leva da dosso e questi ricordi dolci e sciolti si ghiacciano sulla pelle. Giorni di pioggia, di vuoto, di poche persone che sfilano sul marciapiede, di pochissime voci che ti salutano, di luoghi che non confortano, di assenza di felicità. Non è solo la mia infelicità a pesare, ma è il contorno, l’atmosfera della città che aggrava le cose, un senso di straniamento, come un ricamo diffettoso, che imprigiona la speranza.

Se ci fosse qualcosa che mi distraesse, che mi dicesse fermati, entra, guarda, tocca, annusa, parla, dici, illuditi, spera. Invece no, semplicemente no. La pioggia sottile e fredda di maggio punisce e basta, ricordandomi che vivo in un luogo interno del Sud, un luogo lontano dalla modernità, imploso in un cunicolo di promesse, che si è visto sfilare gli anni davanti a sé, per cambiare in peggio. I giardini dei palazzi al corso sono diventati cortili sconnessi, chiostrine sporche, passaggi disarmonici senza che ne avessimo vantaggio, al centro della strada quelle strane cabine grigie che dovevano essere gazebi di sosta restano fissi come relitti, spugnosi muri di tufo sono sovrastati da alberi selvatici. E nessuna vivacità, intorno.

E’ quest’ atmosfera sospesa, prigioniera di se stessa, che aggrava la mia malinconia, perché Avellino è diventata sgraziata, appezzottata, come una bambola di segatura cucita con scampoli diversi.

La bellezza di un luogo non può essere lasciata manipolare dal primo urbanista che passa, per essere trasformata in metricubodicemento, per di più mal confezionati, così mettiamo apposto tutti.

E sono proprio questi tutti che continuano a lamentarsi che Avellino si è imbruttita, imbarbarita, che niente della grazia provinciale di un tempo è rimasta, e che stavamo meglio quando stavamo peggio. Sotto la pioggia, attenta a non scivolare sugli aghi dei pini di cui è coperto il marciapiede, mi continuo a domandare cosa è andato storto, come nelle vite che non hanno trovato una rotta. E’ andato che ci siamo affidati, che non abbiamo saputo guardare in noi stessi e dire che cosa volevamo da questo luogo, non abbiano saputo urlare il nostro grande bisogno di felicità,  offuscati nel profondo dal possesso immediato delle piccole cose, certi che la grande bellezza della natura intorno a noi potesse essere eterna.

E’ questa la città che volevamo? E’ proprio così che desideravamo vivere, ai confini del confino? Sono proprio queste le erbacce che volevamo vedere, queste panchine divelte, queste facciate allungate con un piano in più che sembra un portico per nani? E quella la strada piena di fossi? Dove sono i giovani, quelli che dovrebbero prendere il nostro posto, un giorno, quelli che dovrebbero abitare le nostre case e sedere nella poltrona di un cinema, entrare nei ristoranti, chiedere un libro in biblioteca?

Cammino svelta, per il Corso, inondato da negozi sempre diversi, in cui non sono mai entrata, alla ricerca di angoli che mi rassicurino, ma non ne trovo, non ne trovo. Resto a ripararmi dalla pioggia sotto il vecchio porticato della Banca d’Italia. Aspetto che smetta e che possa ritornare a casa. Dopo la pioggia viene sempre primavera, dice una vecchia canzone.

foto di Stefano Spina

 

Non smetto di aver freddo

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Un vincolo potente e senza via di scampo unisce le due protagoniste di questo romanzo. Cresciute insieme dalle suore in orfanotrofio, dopo aver smarrito le tracce una dell’altra si incontrano nel posto sbagliato al momento sbagliato, e una raffica di ricordi, slanci e rivelazioni scuote le loro esistenze. Al punto che la placida Dorina, aggrappata al fantasma della madre, decide di tagliare corto e scommettere tutto sul proprio desiderio, mentre Angela, tormentata da un amore devastante, accetta di pagare un prezzo altissimo per riscattare entrambe. Con una prosa asciutta e precisa, che alterna sapientemente due voci, presente e passato, lingua nitida e piglio dialettale, Emilia Bersabea Cirillo delinea ritratti esemplari, fallimenti clamorosi, occasioni afferrate al volo, senza perdere di vista il contesto sociale e politico di una provincia del Sud costretta a nuove migrazioni. E mostra che anche quando fuori imperversa una tempesta di neve, il freddo che si insinua sotto la pelle proviene sempre da un luogo profondo e inaccessibile.