Salone di Torino/Giorno 1 – Parole “oltre il confine” d’Irpinia di Giulia D’Argenio

Condivido l’articolo della bravissima Giulia D’Argenio, giornalista di Orticalab, sulla prima giornata del salone del libro di Torino. A presto nuove impressioni.

Siamo in viaggio “Oltre Confine”, alla trentesima edizione del festival letterario di Lingotto Fiere. Tra gli stand allestiti nello spazio espositivo della capitale sabauda, ci sono i lavori di Marika Borrelli ed Emilia Bersabea Ciriillo, portate in fiera dai loro rispettivi editori. Storie di una terra che parla un linguaggio di donne di tenacia

Emilia Bersabea Cirillo, Nadia Tarantini, Marika Borrelli, Iguane allo Stand.

Un maggio intenso, da ricordare, che va concludendosi nel migliore e più inconsueto dei modi: Orticalab è in viaggio, questa volta a Torino, alla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Il tema di questa stagione è per noi tra i più suggestivi ed evocativi. Si parla, infatti, di andare “Oltre il Confine”, così come sono riuscite a fare le parole di Marika Borrelli, presente tra gli stand allestiti nei padiglioni del Lingotto Fiere, con ben due lavori a sua firma: “Amore 3.0”, portato in esposizione dal gruppo de “La Compagnia del Libro”, ed il recentissimo “Felicità”, figlio di un’esperienza editoriale molto particolare.

«Ho iniziato a lavorare come giornalista, per poi appassionarmi sempre più al mondo dell’editoria e a tutto ciò che c’è il dietro le quinte in preparazione della pubblicazione di un libro. Da questo, e dalla mia particolare formazione in studi su questioni di genere e femminili, è nata questa avventura: la mia casa editrice L’Iguana, che pubblica solo ed esclusivamente scritti di autrici donne». Chiara Turozzi riesce a trasmettere tutta la passione che nutre per il proprio lavoro, pur nel frastuono assordante ma confortante di un evento che attesta quanto viva e profonda resti la domanda di cultura in Italia. L’Iguana è una casa editrice di donne per donne, che abbatte stereotipi ed immagini di debolezza prediligendo, quasi paradossalmente, i fatti alle parole. «Non credo che quello dell’editoria sia un mondo declinato al maschile: è più una questione di stereotipi e convinzioni perché, in realtà, la mia percezione è che alle donne vengono riconosciuti spazio e considerazione non meno che agli uomini, senza contare che proprio le donne rappresentano una fetta importante di questo mercato, sia in termini di utenza che di persone che vi lavorano». La vera fatica, per Chiara, è un’altra e non conosce distinzioni di genere, essendo la stessa in tutte le galassie che compongono il variegato, complesso ed affascinante universo dell’editoria e dell’editoria indipendente in particolare. «È difficile mantenere la propria indipendenza, senza contare che dietro ogni pubblicazione c’è un lavoro intenso e minuzioso, specie per chi, come me Valentina e Hanna, sceglie di curare direttamente tutto fin nei minimi dettagli».

Uno sforzo che, però, ripagato a dovere dalla felicità racchiusa nel prodotto finale: la creatura, amata e desiderata, che è il libro. «La pubblicazione è sempre un momento di festa, di gioia. Per me, che leggo e scelgo personalmente i testi, per chi li predispone e, soprattutto, per le autrici, che sanno quanta strada c’è dietro le loro parole». Parole come quelle attraverso cui Marika cerca di raccontare cosa sia la “Felicità”, ma anche quelle attraverso cui Emilia Bersabea Cirillo dà voce all’universo della donne, alla loro più profonda intimità, cercando di decostruire falsi miti e luoghi comuni. Parole che si intrecciano e si guardano e raccontano di un’Irpinia, donna e tenace, capace: capace di fare, capace di andare oltre il confine della sua quotidianità, costruendo narrazioni diverse, delle donne e della propria terra.

Ed ecco, allora, un’altra particolarità dello spazio “Iguana” di Chiara Turozzi e delle sue donne: tra le sue pile di colore ed originalità, infatti, sono ben due le voci irpine fisicamente presenti, che si guardano e s’intrecciano, per portare alto il nome di una terra più capace che consapevole di esprimere talenti e risorse. Energie cui può accadere di ritrovarsi più facilmente altrove che nel proprio cortile di casa. Accade a Marika ed Emilia e alle tante voci d’Irpinia che vivono ed esistono “Oltre Confine”.

La recensione di Carla Perugini – Università di Salerno

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Tornata alla dimensione privilegiata del racconto, ancora una volta la scrittrice sceglie di indirizzare lo sguardo narrante verso il referente prediletto del corpo. Il ricordo va inevitabilmente al precedente volume di Fuori misura, di cui non per caso ritorna qui il racconto dallo stesso titolo. Ritroviamo infatti nel nuovo volume non solo la scelta del corpo come veicolo propizio per il contatto col mondo, ma anche il proporlo come barriera che tale contatto impedisce, se si rivela incapace di attrarre, di piacersi, di stare vicino al corpo di un altro: ecco quindi che la protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, si sorprende a pensare «che vive immobile nel suo corpo come in uno scafandro» (p. 23). Opaca e impenetrabile come un muro di gomma, la carne fa rimbalzare le percezioni, in una negazione dell’io che rimane  nascosto a sé e agli altri. Il vuoto che si crea puo’ essere riempito, paradossalmente, solo da altre azioni del corpo stesso, come per esempio mangiare fino a diventare obesi (Agnese), negarsi l’affettività fino all’autorepressione (Camillo), immaginarsi altre vite fino al tentativo di far sparire marito e figli (Natalina), sentirsi sempre più larga per non ammettere di sentire il vuoto (Laura), o dissanguarsi per una maternità tradita (Anna). Spesso incapaci di incontrare il tu nel dialogo e nella relazione affettiva, questi personaggi preferiscono rapportarsi con animali, come Colomba, “nomen omen”, con la sua cagnetta, o con oggetti transfert, come la bambola gonfiabile di Camillo in Soul Doll, i manichini e le stoffe di Agnese, gli oggetti della figlia morta per Norma.

I corpi, strumento di conoscenza o stigma personale, non sono quindi solo natura ma anche cultura. Con l’accesso al linguaggio natura e cultura si sovrappongono, anche se la coincidenza fra le due rimane imperfetta. La metafora parareligiosa del verbo che si fa carne ci soccorre nel tentativo di comprendere che cosa facciamo quando scriviamo, per esempio di cosa avviene nel corpo di Colomba quando comincia a sentire dei bozzi sulle spalle che potrebbero essere ali. La rivendicazione del proprio nome va di pari passo con il nuovo sentire del proprio corpo, ma gli altri vi vedono soltanto una pretesa ridicola, come sottolineano ridendo il marito e i figli: “Vuoi che t’inizi a chiamare Colomba proprio adesso, che non hai mai volato in tutta la tua vita?” (p. 10).

Se il corpo nella fiction viene raccontato, in altre espressioni artistiche racconta, si fa agente immediato e diretto delle intenzioni dell’artista come nella danza, nella scultura, nel teatro o in certe performances contemporanee, che vanno genericamente sotto l’etichetta di body art, di cui forse l’esponente più inquietante, per una sorta di ricerca totalizzante attraverso il corpo che si fa ontologica, è Marina Abramovic. Nella scrittura di Emilia potremmo riconoscere una volontà di rappresentazione che l’avvicina alla drammaturgia quando, a proposito dei tempi verbali, decide di alternare al “preterito”  il presente narrativo (“Potrebbe trattarsi di ali”, “Soul Doll”, “Fuori misura”, “Sangue mio”). Se, infatti, l’uso del passato connota la letterarietà del racconto (la diegesis), l’uso del presente sollecita il lettore a una visione scenica di quanto viene narrato, a entrare nel campo della mimesis. In questi ultimi racconti l’inserimento residuale del passato verbale viene a svolgere quasi la funzione che ricopriva il coro nel teatro antico, quando un messaggero o un gruppo di attori riassumeva azioni già accadute o impossibili da rappresentare sulla scena. Ciò a cui assistiamo sono dei conflitti intimi o interpersonali, che si svolgono nello spazio deputato per eccellenza alla loro nascita e al loro sviluppo, ma anche, a volte, alla loro risoluzione: la famiglia. “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” (p. 80). Questa citazione, riferita alla maniera di scrivere della grande Alice Munro nel racconto “Come si fa a dire se”, apre a diverse interpretazioni: puo’ essere letta come una metodologia narrativa, quando dei piccoli indizi che formano la prima trama finiscono per assumere sempre maggiore rilevanza fino a scoprire una seconda trama fino ad allora soggiacente; puo’ valere per la psicologia del personaggio, che cambia e si evolve nel corso della narrazione, come succede alla Giovanna del testo appena citato, o alla Norma di “Se stasera sono qui” o alla Emanuela di “Sangue mio”. Sono personaggi volutamente asimmetrici, in cui i dettagli fisici, ora mancanti, ora deformati, ora ridondanti, distanziano l’io dal mondo, come per la mano finta attaccata al moncone di Camillo, in “Soul Doll”, “come un segno di eterno disequilibrio” (p. 50), “perché lui conosceva la mancanza e la sostituzione, il doversi accontentare del finto come se fosse reale” (p. 42). Questi corpi in bilico fra umiliazione e riconoscimento, fra consapevolezza dei limiti e volontà di riscatto, sembrano far propria l’amara considerazione di Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla: “Corriamo verso di noi, per questo non possiamo mai raggiungerci”.

Anche se la geografia di questo libro è più circoscritta rispetto a quelli precedenti di Emilia Cirillo, limitandosi alla sua città o ad altri luoghi della Campania (c’è anche una breve trasferta a Roma), il mondo vi penetra inesorabilmente grazie agli inevitabili riferimenti alle realtà del nostro tempo: la disoccupazione, la realtà virtuale, l’immigrazione, il volontariato, il consumismo… Ritroviamo l’uso spezzato della sintassi, la mescidanza fra lingua e dialetto, la narrazione metaletteraria, quando una storia è anche la messa in opera della storia stessa (in questo senso esemplare è “Come si fa a dire se”). Il lettore è invitato a partecipare alla creazione e allo sviluppo di quanti popolano questa scrittura, attraverso allusioni e ammiccamenti a personaggi reali delle nostre terre, a paesaggi a noi noti, a costumanze locali. E, attraverso noi, anche l’autrice sembra entrare di più nelle sue storie, ove pare quasi di sentire l’eco di un significativo appello della straordinaria scrittrice brasiliana Clarice Lispector in Acqua viva: “Tu che mi leggi, aiutami a nascere”.

Carla Perugini

 

La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

SCRIVERE. O SMETTERE DI SCRIVERE. di Alice Munro, luglio 2005

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Per fortuna non ha smesso di scrivere!

Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io lo sia mai stata (in effetti non ricordo che nessuno di questi geni sia mai stato una donna), ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come qualcosa che un giorno avrei potuto provare a essere. Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so che è molto raro produrre un capolavoro in questi ultimi anni di vita, e uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo paese, perfino nella tua cittadina, non saprà mai il tuo nome).

Non mi perderò niente, davvero.

Ma aspetta un attimo: che cosa c’era di così meraviglioso? Che cosa lo faceva sembrare irresistibile? Che cosa rendeva trascurabili questi inconvenienti? Se non è quando stai componendo il lavoro, non quando lo mandi all’editore, non quando ce l’hai in mano stampato, né quando lo leggi in pubblico o lo vedi entrare in classifica (e cominci a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se devi ammettere che vincerlo è meglio che non vincerlo, allora quando è?

Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Pensa di poter essere soddisfatta da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo. Come sarebbe?

Vedremo.

Una rosa per Emily di William Faulkner.

 

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Quando mori Miss Emily Grierson tutta la nostra citta andò al funerale: gli

uomini con una specie di rispettoso affetto per un monumento caduto, le donne

soprattutto per la curiosità di vedere l’interno della sua casa, che da almeno

dieci anni nessuno, tranne un vecchio domestico con mansioni di giardiniere e

di cuoco, aveva più visto.

La casa, un tempo bianca, era un blocco piuttosto massiccio in legno e muratura,

decorato con cupole e guglie e balconi ornati a volute, nello stile pesantemente

frivolo degli anni Settanta. Sorgeva nella via che una volta era stata

la più esclusiva della citta, ma rimesse e impianti per la sgranatura del cotone

avevano violato e cancellato anche i più augusti nomi del quartiere; soltanto la

casa di Miss Emily era rimasta a sbandierare la sua decadenza ostinata e civettuola

al di sopra dei carri di cotone e delle pompe di benzina: una mostruosità

fra altre mostruosità. E ora Miss Emily era andata a raggiungere i rappresentanti

di quei nomi augusti la dove riposavano, in quel cimitero assorto fra i

cedri, accanto alle file di tombe anonime dei soldati dell’Unione e della Confederazione, caduti nella battaglia di Jefferson.

Da viva, Miss Emily era stata una tradizione, un dovere e una responsabilità:

una sorta di onere ereditario toccato alla citta a partire da quel giorno del 1894

quando il colonnello Sartoris, che era il sindaco e anche l’autore di un editto secondo

il quale nessuna donna negra poteva uscire sulla strada senza grembiale,

la dispenso dal pagamento delle tasse, a partire dal giorno della morte di suo

padre e per l’eternità. Non che Miss Emily avrebbe accettato un gesto di carità:

il colonnello Sartoris inventò una storia complicata, stando alla quale il padre

di Miss Emily aveva fatto alla citta un prestito in denaro, e la citta, per ragioni

d’interesse pratico, aveva preferito questa forma di rimborso. Soltanto un uomo

della generazione e della mentalità del colonnello Sartoris avrebbe potuto inventare

una storia simile, e soltanto una donna avrebbe potuto crederci.

Quando la generazione successiva, con le sue idee più moderne, diede i suoi sindaci

e i suoi consiglieri municipali, essi accolsero mal volentieri questa disposizione.

Il primo giorno dell’anno spedirono a Miss Emily un avviso di pagamento.

Venne febbraio, e non c’era stata risposta. Allora le scrissero una lettera formale,

invitandola a presentarsi, con tutta comodità, all’ufficio dello sceriffo. Dopo una

settimana le scrisse il sindaco in persona, chiedendole di essere ricevuto a casa

oppure di poterle mandare la sua automobile, e ricevette in risposta un biglietto

di un formato antiquato, scritto con inchiostro sbiadito in una grafia sottile e

fluente, nel quale Miss Emily comunicava che non usciva più di casa per nessun

motivo. Al biglietto era accluso, senza alcun commento, l’avviso di pagamento.

Fu convocata una riunione straordinaria del Consiglio municipale. Una delegazione

si presento a casa di Miss Emily e busso alla porta che nessun visitatore

aveva più varcato da quando, nove o dieci anni prima, lei aveva smesso di dare

lezioni di pittura su porcellana.

Il vecchio negro fece entrare i delegati in un ingresso buio dal quale una scala

saliva verso un’oscurità ancora più fitta. C’era odore di polvere e di abbandono:

un odore umido e stantio. Il negro li guido nel salotto, arredato con pesanti

mobili rivestiti di cuoio. Quando il negro apri le imposte di una finestra, videro

che il cuoio era tutto screpolato; e quando si sedettero, attorno alle loro cosce

si levo pigramente una sottile nube di polvere, le cui particole vorticavano

nell’unico raggio di sole. Su un cavalletto dalla doratura annerita, davanti al

camino, era posato un ritratto a pastello del padre di Miss Emily.

Quando lei arrivo si alzarono in piedi: una donna piccola e grassa vestita di

nero, al collo una sottile catena d’oro che le scendeva fino alla vita e spariva

nella cintura, appoggiata a un bastone d’ebano con il pomo d’oro annerito. Era

di ossatura piccola e sottile; forse per questo ciò che in un’altra donna sarebbe

stata solo abbondanza in lei era obesità. Sembrava gonfia, come un cadavere

rimasto a lungo nell’acqua stagnante, e ne aveva lo stesso colorito terreo. Gli

occhi, che si muovevano da un visitatore all’altro mentre questi esponevano lo

scopo della loro venuta, erano perduti nei rilievi grassi del viso, e sembravano

due carboni piantati in una pagnotta cruda.

Non li invito a sedersi; rimase in piedi sulla porta e ascolto in silenzio, fino a

quando il portavoce termino il suo zoppicante discorso. Allora udirono il ticchettio

dell’orologio invisibile appeso alla catena d’oro.

La sua voce era secca e fredda. – Io non ho tasse da pagare qui a Jefferson. Me

 lo ha spiegato il colonnello Sartoris. Forse qualcuno di voi potrà accedere ai

registri della citta e sincerarsene di persona.

– Ma lo abbiamo gia fatto. Siamo noi le autorità cittadine, Miss Emily. Lei non

ha forse ricevuto un avviso dallo sceriffo, firmato da lui?

– Mi e arrivata una carta, si – disse Miss Emily. – Forse lui si considera lo sceriffo…

Io non ho tasse da pagare a Jefferson.

– Ma lei comprenderà, non c’e nulla nei libri che lo dimostri. Noi dobbiamo

attenerci ai…

– Chiedete al colonnello Sartoris. Io non ho tasse da pagare a Jefferson.

– Ma, Miss Emily…

– Chiedete al colonnello Sartoris –. (Il colonnello Sartoris era morto da quasi

dieci anni).

– Io non ho tasse da pagare a Jefferson. Tobe! –. Ricomparve il negro.

– Accompagna i signori alla porta.

 E in tal modo li sconfisse su tutta la linea, cosi come trent’anni prima aveva

sconfitto i loro padri sulla questione del cattivo odore. La cosa era accaduta

due anni dopo la morte di suo padre, e poco tempo dopo che il suo innamorato

– quello che credevamo l’avrebbe sposata – l’aveva abbandonata. Gia dopo

la morte del padre usciva pochissimo; quando l’innamorato scomparve nessuno

la vide quasi più.

Qualcuna delle signore andò temerariamente a farle visita, ma non venne ricevuta,

e l’unico segno di vita della casa era il negro, allora un giovanotto, che

entrava e usciva col cesto della spesa.

– Figuriamoci se un uomo – chiunque sia – può tenere una cucina come si

deve – dicevano le signore; che quindi non furono sorprese quando si comincio

a sentire il cattivo odore. Era un nesso in più fra il mondo volgare e brulicante

di fuori e i grandi e potenti Grierson.

Una vicina si lamento col sindaco, l’ottantenne giudice Stevens.

– Ma cosa vorrebbe che facessi, signora? – le domandò il sindaco.

– Forse mandarle a dire di farlo cessare – rispose la donna. – Non c’e forse una

legge?

– Sono certo che non sarà necessario – disse il giudice Stevens. – Sara solo un

serpente o un topo che quel suo negro ha ammazzato in cortile. Ne parlero con lui.

Il giorno dopo il sindaco ricevette altre due lagnanze, una delle quali da parte

di un uomo che espresse timidamente il suo biasimo.

– Giudice, dobbiamo sul serio fare qualcosa. Non vorrei per nulla al mondo

infastidire Miss Emily, ma dobbiamo davvero fare qualcosa.

Quella stessa sera si riunì il Consiglio municipale: tre barbe ormai grigie e un

uomo più giovane, membro della generazione emergente.

– E semplice – disse il più giovane. – Le si manda a dire di far pulire la casa.

Le si assegna un termine, e se non lo rispetta…

– Santi numi, signore! – disse il giudice Stevens. – Lei accuserebbe apertamente

una signora di emanare cattivi odori?

E cosi avvenne che la notte successiva, dopo mezzanotte, quattro uomini attraversarono il prato di Miss Emily e si aggirarono furtivi come ladri tutt’intorno

alla casa, annusando lungo lo zoccolo di mattoni e dalle aperture della cantina,

mentre uno di essi prendeva qualcosa dal sacco che portava in spalla per

poi eseguire il gesto ritmico del seminatore. Forzarono la porta della cantina

e la cosparsero di calce; fecero lo stesso in tutti i fabbricati esterni della casa.

Mentre riattraversavano il prato, si illumino una finestra che sino ad allora era

rimasta buia. Seduta a quella finestra c’era Miss Emily, la luce alle spalle, il

busto eretto e immobile come quello di un idolo. Gli uomini riattraversarono

silenziosamente il prato dileguandosi nell’ombra delle robinie1 che fiancheggiavano

la strada. Dopo un paio di settimane il cattivo odore era scomparso.

Fu allora che tutti cominciarono a provare pieta per lei. La gente della nostra

citta, ricordando come la sua prozia, la vecchia Wyatt, avesse finito per diventare

completamente pazza, riteneva che i Grierson si dessero un po’ troppe

arie rispetto a quel che erano in realtà. Nessuno dei giovanotti della citta era

mai andato abbastanza bene per Miss Emily e per la sua famiglia. Da tempo

pensavamo a loro come a un quadro: sullo sfondo l’esile figura di Miss Emily

vestita di bianco, e in primo piano, a gambe larghe, la silhouette di suo padre

che le dava le spalle, col frustino in pugno, entrambi nella cornice della

porta di casa spalancata. Cosi, quando improvvisamente Miss Emily arrivo

ai trent’anni ancora nubile, ci sentimmo se non proprio compiaciuti, almeno

vendicati: pur con la pazzia che c’era in famiglia, lei non avrebbe rifiutato tutte

le possibilità, se si fossero davvero concretate. Quando suo padre mori, si

venne a sapere che le era rimasta soltanto la casa; e in un certo senso la gente

ne fu contenta. Finalmente si poteva compiangere Miss Emily. Rimasta sola e

povera, era diventata umana. Ora anche lei avrebbe conosciuto come tutti il

brivido e la disperazione che può dare un penny in più o in meno.

Il giorno seguente alla morte del padre tutte le signore si prepararono, secondo

le nostre usanze, a portare le loro condoglianze e il loro aiuto. Miss Emily le

ricevette sulla porta, vestita normalmente e senza traccia di dolore sul volto.

Disse loro che suo padre non era morto. Si comporto in questo modo per tre

giorni, mentre medici e pastori cercavano di persuaderla a lasciar portare via

la salma. Crollo proprio quando erano in procinto di ricorrere alla legge e alla

forza pubblica, e la sepoltura ebbe luogo speditamente.

Quella volta non dicemmo che era pazza. Eravamo convinti che aveva dovuto

comportarsi cosi. Ci ricordavamo di tutti i giovanotti che suo padre aveva messo

alla porta, e sapevamo che, orbata  di tutto, avrebbe dovuto aggrapparsi,

come accade, a colui che l’aveva defraudata.

Stette male a lungo. Quando la rivedemmo aveva i capelli corti, che la facevano

sembrare una ragazzina, e una vaga somiglianza con quegli angeli che si

vedono nelle vetrate delle chiese, tragici e sereni.

La citta aveva appena concluso i contratti per la pavimentazione dei marciapiedi,

e l’estate seguente alla morte di suo padre cominciarono i lavori. L’impresa

incaricata arrivo con operai negri, muli e macchinari, e un caposquadra

yankee di nome Homer Barron: un omaccione dinamico, dalla carnagione scura,

con una voce tonante e gli occhi più chiari del viso. I ragazzini lo seguivano

a frotte per sentirlo insultare i negri, e per sentire i negri che cantavano a tempo

col levarsi e l’abbattersi dei picconi. Dopo non molto lo yankee conosceva

gia tutti in citta. Ogni volta che si sentivano grandi risate venire da un punto

qualsiasi della piazza, al centro del gruppo c’era Homer Barron. E presto cominciammo

a vedere lui e Miss Emily, la domenica pomeriggio, sul calesse

dalle ruote gialle tirato da una coppia di bai noleggiati alla vicina scuderia.

Sulle prime fummo contenti che Miss Emily provasse interesse per qualcuno,

perchè le signore dicevano a una voce: – Naturalmente una Grierson non può

pensare seriamente a un uomo del Nord, un manovale –. Ma anche altri, persone

anziane, dicevano che neppure un grande dolore può far dimenticare il

noblesse oblige1 a una vera signora; pero senza chiamarlo noblesse oblige. E

aggiungevano: – Povera Emily, i suoi parenti dovrebbero venire a trovarla –.

Ne aveva alcuni in Alabama; ma anni prima suo padre aveva litigato con loro

per le proprietà della vecchia Wyatt, la pazza, e i rapporti fra le due famiglie

erano cessati. Non avevano nemmeno mandato qualcuno al funerale.

E non appena i più anziani presero a dire – Povera Emily –, cominciarono i

mormorii. – Credi proprio che le cose stiano cosi? – si chiedevano a vicenda.

– Certo che stanno cosi. Cos’altro potrebbe… –. Tutto questo con la mano

davanti alla bocca, e con un fruscio di seta e raso che si tendevano sui colli

dietro le persiane chiuse contro il sole del pomeriggio domenicale, mentre

passava il leggero, rapido clop-clop dei due cavalli appaiati. – Povera Emily!

Lei continuava a tenere la testa alta, anche quando ormai noi eravamo convinti

che si fosse arresa al peccato. Era come se esigesse, ora più che mai, il

riconoscimento della sua dignità come l’ultima dei Grierson; o come se ci fosse

voluto proprio quel tocco di sordidezza per riaffermare la sua inattaccabilità.

Come quando compro il veleno per topi, l’arsenico. Questo accadde più di

un anno dopo che si era cominciato a dire “Povera Emily”, e mentre erano in

visita da lei due sue cugine.

– Voglio del veleno – disse al farmacista. Aveva allora più di trent’anni, era

ancora sottile e forse anche un po’ più magra del solito, coi freddi, altezzosi

occhi neri su un viso con la pelle tirata sulle tempie e intorno alle orbite, il

viso che uno si immagina debba avere il guardiano di un faro. – Voglio del

veleno – disse.

– Certo, Miss Emily. Di che tipo? Per topi o simili? Io le consiglierei…

– Voglio il migliore che c’e. Non m’importa di che tipo.

Il farmacista gliene elenco diversi. – Questi uccidono anche un elefante. Ma

quello che serve a lei e…

– L’arsenico, – disse Miss Emily – e forte l’arsenico?

– Se… l’arsenico? Certo, signorina. Ma quello che serve a lei…

– Voglio dell’arsenico.

Il farmacista la fisso per un attimo in silenzio. Lei, eretta, il viso come una

bandiera tesa al vento, sostenne il suo sguardo. – Benissimo – disse il farmacista.

– Come vuole. Ma la legge richiede che lei dichiari quale uso intende farne.

Miss Emily si limito a fissarlo, col capo inclinato all’indietro per guardarlo meglio

negli occhi, finche il farmacista non distolse lo sguardo, e andò a cercare

l’arsenico e a preparare il pacchetto. Fu il commesso a portarglielo, il ragazzo

negro incaricato delle consegne; il farmacista non ricomparve. Quando, giunta

a casa, Miss Emily apri il pacchetto, sulla scatola, sotto il teschio e i due ossi in

croce, c’era la scritta: – Per topi.

E cosi il giorno dopo tutti dicemmo: “Vuole uccidersi”; aggiungendo che sarebbe

stata la cosa migliore. Quando aveva cominciato a farsi vedere con Homer

Barron avevamo detto: “Lo sposerà”, e poco dopo dicemmo: “Lo convincerà”.

Infatti un giorno Homer (al quale piacevano gli uomini, e si sapeva che

era solito bere con i più giovani allo Elks’ Club) aveva affermato che lui non

era tipo da sposarsi. In seguito cominciammo a dire “Povera Emily” dietro le

persiane, guardandoli passare la domenica pomeriggio nel calesse sfolgorante,

Miss Emily a testa alta e Homer Barron col cappello sulle ventitrè e il sigaro

fra i denti, redini e frusta in un guanto giallo.

Poi alcune signore cominciarono a osservare che era un disonore per la citta e

un cattivo esempio per i giovani. Gli uomini non volevano intervenire, ma alla

fine le signore costrinsero il pastore battista (la famiglia di Emily apparteneva

alla Chiesa episcopale) a farle una visita a casa. Il pastore non divulgo mai

che cosa accadde durante quel colloquio; ma si rifiuto di tornare una seconda

volta. La domenica seguente il calesse passo di nuovo per le strade, e il giorno

dopo la moglie del pastore scrisse ai parenti in Alabama. E cosi Miss Emily

ebbe di nuovo, sotto il proprio tetto, gente di famiglia, gente del suo sangue; e

tutti noi ci mettemmo in attesa degli eventi.

Sulle prime non accadde nulla. Poi avemmo la certezza che si sarebbero sposati.

Apprendemmo che Miss Emily era stata dal gioielliere e aveva ordinato

un servizio da toeletta da uomo in argento, con le lettere H.B. incise su ogni

pezzo. Due giorni dopo si seppe che aveva comprato un corredo completo di

abiti maschili, compresa una camicia da notte, e, dicemmo: “Si sono sposati”.

Eravamo molto contenti. Eravamo contenti perché le due cugine erano delle

Grierson molto più di quanto lo fosse mai stata Miss Emily.

Dunque non rimanemmo sorpresi quando Homer Barron parti (i lavori stradali

erano finiti già da qualche tempo). Eravamo un po’ delusi che non ci fosse

stata una bella scenata, ma pensavamo che Barron fosse andato avanti per preparare

l’arrivo di Miss Emily, oppure che si fosse allontanato per darle modo di

sbarazzarsi delle cugine. (A questo punto era in atto un vero complotto, e tutti

noi eravamo alleati di Miss Emily e decisi ad aiutarla a giocare d’astuzia con

le cugine). E infatti, dopo un’altra settimana se ne andarono; e proprio come

avevamo previsto fin da principio, nel giro di tre giorni Homer Barron torno

in citta. Una sera, al crepuscolo, una vicina vide il negro che lo faceva entrare

dalla porta della cucina. E quella fu l’ultima volta che vedemmo Homer Barron

e, per qualche tempo, anche Miss Emily.

Il negro andava e veniva col cesto della spesa, ma la porta principale restava

chiusa. Di tanto in tanto qualcuno vedeva Miss Emily per un momento alla

finestra, come quella notte che gli uomini spruzzarono la calce. Ma per quasi

sei mesi non si fece vedere neppure una volta per strada. Allora capimmo che

anche questo era da aspettarsi; come se quella terribile qualità di suo padre,

che tante volte aveva contrastato la sua vita di donna, fosse stata troppo virulenta

e troppo furiosa per spegnersi.

Quando infine rivedemmo Miss Emily, la trovammo ingrassata e coi capelli

brizzolati. Nel corso di pochi anni si fecero sempre più grigi, finche raggiunsero

un color ferro uniforme, e cosi rimasero. Il giorno della sua morte, a settantaquattro

anni, erano ancora di quel vigoroso color grigio ferro, come i capelli

di un uomo ancora attivo.

Da allora la porta principale rimase chiusa, salvo un periodo di sei o sette anni,

quando Miss Emily era sulla quarantina, durante il quale prese a dare lezioni di

pittura su porcellana. Si era attrezzata uno studio in una delle stanze al pianterreno,

dove le figlie e le nipoti dei cittadini coevi del colonnello Sartoris si

recavano con la stessa regolarità e lo stesso spirito con il quale venivano mandate

in chiesa la domenica, con una monetina da venticinque centesimi per il

vassoio delle offerte. Nel frattempo Miss Emily era stata di nuovo dispensata

dal pagamento delle tasse.

Poi un’altra, più nuova generazione divenne lo spirito e la spina dorsale della

citta, le allieve del corso di pittura diventarono adulte, smisero di andare a

lezione e non le mandarono le loro figlie con le cassette di colori e i noiosi pennelli

e le figure ritagliate dalle riviste femminili. La porta si chiuse sull’ultima

allieva e rimase chiusa per sempre. Quando in citta fu istituita la distribuzione

gratuita della posta, Miss Emily fu la sola a non dare il permesso di inchiodare

sulla porta il numero di metallo e applicarvi una cassetta postale. Non volle

nemmeno ascoltarli.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno vedemmo il negro, sempre

più grigio e sempre più curvo, andare e venire col cesto della spesa. Ogni

anno a dicembre le spedivamo l’avviso di pagamento, che una settimana dopo

l’ufficio postale ci rimandava perché nessuno l’aveva ritirato. Di tanto in tanto

la vedevamo a una delle finestre del pianterreno – aveva evidentemente chiuso il

piano superiore della casa –, simile al busto scolpito di un idolo in una nicchia,

che ci guardava oppure non ci guardava, era impossibile dirlo. Cosi passo da

una generazione all’altra, amabile, ineluttabile, impervia, tranquilla e perversa.

E cosi mori. Si ammalo in quella casa piena di polvere e di ombre, e solo un tremulo

negro a prendersi cura di lei. Noi non sapevamo neppure che fosse malata;

da tempo avevamo rinunciato a chiedere notizie al negro. Questi non parlava con

nessuno, probabilmente nemmeno con lei, perché la voce gli si era fatta aspra

e rugginosa, come se non la usasse mai. Miss Emily mori in una delle stanze al

pianterreno, in un pesante letto di noce con baldacchino, la testa grigia sostenuta

Il negro ricevette sulla porta la prima delle signore e le fece entrare tutte, con

le loro voci sommesse e sibilanti e le rapide occhiate curiose, e quindi scomparve.

Attraverso la casa, usci dal retro e non lo si vide mai più.

Le due cugine arrivarono subito, e il secondo giorno presiedettero al funerale.

Tutta la citta era venuta a vedere Miss Emily ricoperta da una massa di fiori

comprati, col viso a pastello di suo padre in profonda meditazione sopra il

feretro, e fra i macabri sibili delle signore; e sotto il portico e sul prato uomini

vecchissimi, alcuni con indosso le uniformi da Confederati ben spazzolate,

che parlavano di Miss Emily come fosse stata una loro coetanea, convinti di

aver danzato con lei e forse di averla corteggiata, facendo confusione fra il

tempo e la sua progressione matematica, come fanno i vecchi, per i quali tutto

il passato non e una strada che si va assottigliando, bensì un prato immenso

che l’inverno lascia intatto, separato da loro dallo stretto collo di bottiglia del

decennio più recente.

Noi sapevamo già che in quella zona al piano di sopra c’era una stanza che

nessuno da quarant’anni aveva più visto e che sarebbe stato necessario forzare.

Aspettarono ad aprirla fino a quando Miss Emily non fu decorosamente sotto

terra.

La violenza che ci volle per abbattere la porta sembro riempire la stanza di

una fittissima polvere. Uno strato acre e sottile, quasi un drappo funebre su

una tomba, pareva stendersi ovunque in quella stanza, arredata e adorna come

una camera nuziale: sulle tende di damasco, di un rosa sbiadito, sulle lampade

dai paralumi rosati, sul tavolino da toeletta, sui delicati oggetti di cristallo e

su quelli per la toeletta maschile col dorso d’argento annerito, tanto annerito

che il monogramma non si vedeva quasi più. Tra questi oggetti erano posati un

colletto e una cravatta, come se qualcuno se li fosse appena tolti; quando vennero

sollevati lasciarono sulla superficie una pallida mezzaluna nella polvere.

Su una sedia c’era il vestito, accuratamente piegato; sotto, le due scarpe mute

e le calze abbandonate a terra.

L’uomo era a letto. A lungo restammo a contemplare quel profondo ghigno privo di carne. L’uomo era a letto.

A lungo restammo a contemplare quel profondo ghigno privo di carne. Appa-

rentemente il corpo giaceva, un tempo, nel gesto di un abbraccio, ma adesso il

lungo sonno che sopravvive all’amore, e che sconfigge anche la beffarda finzione

dell’amore, l’aveva tradito. Quel che rimaneva di lui, decomposto sotto ciò

che rimaneva della camicia da notte, era ormai inestricabile dal letto; e su di lui

e sul cuscino accanto si era posato quello strato uniforme di polvere paziente

e duratura. Notammo allora che sul secondo cuscino c’era l’impronta di una

testa. Uno di noi ne prese qualcosa, e chinandoci, con quell’invisibile polvere

secca, acre e fievole nelle narici, scorgemmo una lunga ciocca di capelli color

grigio ferro.

 

 

 

Incipit da Fuga di Daniele del Giudice

15781

L’incipit del racconto Fuga, di Daniele del Giudice, Einaudi 1996.

Un racconto straordinario di un autore da leggere e rileggere. Uno dei più bravi degli ultimi venti anni.

“Corre la notte Santino e tu corri con lei, la notte ti segue alle spalle, non voltarti a guardarla, non ne hai il tempo, e poi vedresti soltanto ’sto strunzo; chi poteva saperlo che era dei Pretannanze la moto, corri e scegli le strade alla cieca, meglio, sono le strade che scelgono te, una Yamaha piena di cromi, meraviglia di un motore così sotto il culo, ma gliel’hai mollata subito la moto bloccando la ruota di dietro e scivolando sul fianco, alla prima pistolettata l’hai sdraiata per terra senza nemmeno graffiarla, non avevi mai sentito sparare dal vero, ma si capiva subito che quelli erano spari, non castagnole né tricchitracche né saltarelli, a piedi ti allontani veloce, sei così piccolo che i piedi non toccano terra, voli sulle punte e la notte vola con te, e dietro a tutti, ultimo e urlante ’sto strunzo, è lì dietro che grida e che spara, ma che cacchio ti spari? Napoli è così grande, non puoi conoscerla tutta, non arriverai mai a conoscerla tutta nemmeno da vecchio se mai arriverai alla vecchiaia…”