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Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo

di Silvana Arrighi

“Il calore della lampada si fa sempre più cocente, non dà più fastidio, ormai. La pelle di Colomba, anzi, ha bisogno di quel calore. Ne vorrebbe di più. Forse così i bozzolini diventerebbero di fuoco e qualunque cosa ci sia dentro, grasso accumulato, nostalgia, parole mai dette, potrebbe sgusciare fuori, libera”.
[…]
“Io ho pensato che mi fossero venute le ali.” […]
“Le ali? e che se ne fa delle ali? ”
“Potrei raggiungere presto mio figlio, senza prenotare voli e controllare partenze.”

Il nuovo libro di Emilia Bersabea Cirillo si annuncia con una bella confezione, un titolo accattivante, una copertina in cui una mescolanza fra la Venere di Milo e la Nike di Samotracia, dotata di testa e di un solo braccio, carnalmente umano, porta il suo paio di ali quasi fossero una gerla, evocativa dei mille pesi che quotidianamente le donne portano sulle spalle o, forse, della loro capacità di volare al di là del peso fisico che vorrebbe trattenerle a terra. Le “ali” della protagonista del primo racconto (Potrebbe trattarsi di ali), Colomba (come altro avrebbe potuto chiamarsi?), sono due addensamenti di grasso che si ritrova un giorno sul dorso, all’altezza delle scapole. Lipomi – diagnostica il fisiatra. Magari ali – pensa Colomba: ali che la potrebbero portare in volo dal figlio lontano. Forse quei “bozzolini” che lei può toccare sulla propria schiena sono solo pieni di nostalgia per chi si è allontanato, e non può toccare più. Forse potrebbero aprirsi in

ali liberatorie, a portarla via dalla piccola vita di provincia e famiglia in cui appare intrappolata.

Camillo, il protagonista di Soul doll, rimpiange di non aver mai potuto toccare le bambole di sua sorella Ernestina: “Nessuno ha mai capito quanta tenerezza c’è in me”. È uno dei pochi personaggi maschili presenti nei sette racconti della Cirillo, e neppure lui, in fondo, ne è protagonista. Lo è Rebecca, la sua compagna, una donna inanimata il cui corpo è però più vero del vero: Camillo ne ha potuto richiedere la confezione secondo i suoi gusti e il suo gradimento. L’altezza, le misure del seno, dei fianchi, il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, financo le dimensioni e l’aspetto della vulva sono come lui li ha voluti. Rebecca è stata confezionata “at customer’s request” e di Rebecca Camillo è perdutamente innamorato, perché “sogna un abbraccio che duri tutta la notte” e solo quell’essere di silicone, dall’apparenza indistruttibile e dal sorriso così accondiscendente, pare in grado di darglielo.

Norma, protagonista di Se stasera sono qui, è una madre a cui è toccato in sorte il dolore più grande, la perdita di una figlia nel fiore della giovinezza. “La sua storia personale era completamente diversa da quella di tutte le altre, lei aveva perso una figlia di ventitrè anni in un incidente, la sua unica figlia, il suo mondo. Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia.“ È il racconto che più commuove, il più struggente. L’ultimo della raccolta, Sangue mioè invece il più fortemente legato alla realtà del nostro tempo, narrando una storia di maternità surrogata e del rapporto fra parti ricche e parti povere del mondo. La protagonista, la romena Anna, è costretta per indigenza a prestare il proprio corpo ad una coppia sterile, italiana: diciassette anni dopo dovrà fatalmente incontrare Emanuela, che dentro al suo corpo era cresciuta e dalla quale si era separata subito dopo averla messa al mondo, e chiedere un aiuto che solo lei le può dare, per il suo corpo malato.

 

Ancora il corpo. Il corpo è prepotentemente presente nei sette racconti della raccolta, con tutte le sue funzioni e la sua concretezza biologica: lacrime, sangue, viva materialità. Corpi  estremi, anche: come quello di Agnese, la protagonista di Fuori misura, una donnona di centoquaranta chili che, liberatasi dai condizionamenti legati all’aspetto fisico e alla sua misura extra-extra-large, riesce ad uscire da se stessa, si fa disegnatrice di moda e fa fortuna disegnando e vendendo abiti per altre donne.

Ispirata all’autrice canadese Alice Munro, le cui parole – “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale” – sono poste in esergo a propiziare le pagine che seguiranno, Emilia Bersabea Cirillo ha la rara abilità di mettere nella pagina scritta, e scritta benissimo, la meravigliosa complessità dei pensieri femminili. Non nasconde quanto il lavoro di scrittrice le costi fatica (“Quando scrivo butto sangue”, è l’espressione che ha usato ad una recente presentazione del suo libro), tuttavia le sue parole – che spesso attingono a dialetti e tradizioni delle terre del sud, orgogliosamente messe in primo piano – pur ricercate e dotate di una peculiare ed apprezzabile asciuttezza scorrono fluide e limpide come acqua sorgiva, e risultano essere le migliori, le più eleganti, per esprimere sentimenti ed emozioni. Non c’è timidezza o impaccio nell’ambientare le storie in luoghi piccoli, fuori dal mondo, paesi di provincia che ci immaginiamo distanti dal glamour della città: le storie di queste donne irpine, spesso donne comuni e semplici, di mezza età e di poche pretese, sono universali come universali sono le emozioni. Colomba, Agnese, Natalina, Laura, Bianca, Francesca, Anna sono donne la cui sofferenza spesso si tocca con mano, tuttavia sono estremamente resistenti, forti, reattive. Raccontando di loro e delle loro vite, Emilia Cirillo racconta lucidamente la nostra quotidianità, le contraddizioni, le difficoltà dei nostri tempi. Se parlare dei luoghi fisici è fondamentale – in particolare quelli legati alle proprie radici -, maggiormente lo è parlare dei luoghi universali delle emozioni.

La scelta del racconto come modalità espressiva è per la Cirillo “una questione di misura. Nel momento in cui si sceglie questo genere non sono possibili sbavature”. Il racconto è forse la sua dimensione narrativa d’elezione, “Una scelta letteraria precisa, necessaria”. E, citando mirabilmente la Nobel canadese – “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” – nel racconto Come si fa a dire se dimostra di averne introiettato appieno l’insegnamento, vista l’abilità con cui sa intrecciare fra loro due diverse trame, l’una mantenuta più in superficie, la seconda più sotterranea: è questo, a mio avviso, il racconto dal maggior valore letterario. L’orizzonte narrativo della Cirillo ci conduce attraverso storie disturbanti: le sue donne, a volte disperate, spesso sofferenti, hanno però tutte ali per volare, possono prendere in mano il proprio destino, e vincere la sfida della vita. La Venere-Nike presente in copertina è anche personificazione della Vittoria: la vittoria era alata perché doveva portare in alto il vincitore al di sopra dei comuni mortali. Ma le sue ali indicano anche che è rapida e inafferrabile: va, letteralmente, presa al volo, come l’attimo fuggente di un’opportunità del destino che difficilmente potrebbe ripresentarsi. Le donne di Emilia Bersabea Cirillo vogliono un destino da portare a testa alta, di cui sentirsi fiere: se sono penalizzate dalla vita, sono vincitrici nello spirito. E ottengono cura, premura, affetto, una unificante carezza, un abbraccio risolutivo.

Ancora una volta l’editrice Iguana ha confermato il suo desiderio di pubblicare “storie vere e buone”, valorizzando e promuovendo il talento delle donne. Emilia Cirillo, architetto di professione, grande lettrice da sempre (Pavese, Hemingway, Faulkner, Gadda e poi la Woolf, Kathrerine Mansfield, Fabrizia Ramondino, la Ginzburg fino ad Alba de Cespedes sono state le letture della sua formazione) si conferma nuovamente, dopo Non smetto di aver freddo (2016), come sensibile e straordinaria narratrice dell’animo femminile.

Emilia Bersabea Cirillo, “Potrebbe trattarsi di ali”, pp.169, euro 14, L’Iguana editrice, 2017.

Giudizio: 5/5

Salone di Torino/Giorno 1 – Parole “oltre il confine” d’Irpinia di Giulia D’Argenio

Condivido l’articolo della bravissima Giulia D’Argenio, giornalista di Orticalab, sulla prima giornata del salone del libro di Torino. A presto nuove impressioni.

Siamo in viaggio “Oltre Confine”, alla trentesima edizione del festival letterario di Lingotto Fiere. Tra gli stand allestiti nello spazio espositivo della capitale sabauda, ci sono i lavori di Marika Borrelli ed Emilia Bersabea Ciriillo, portate in fiera dai loro rispettivi editori. Storie di una terra che parla un linguaggio di donne di tenacia

Emilia Bersabea Cirillo, Nadia Tarantini, Marika Borrelli, Iguane allo Stand.

Un maggio intenso, da ricordare, che va concludendosi nel migliore e più inconsueto dei modi: Orticalab è in viaggio, questa volta a Torino, alla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Il tema di questa stagione è per noi tra i più suggestivi ed evocativi. Si parla, infatti, di andare “Oltre il Confine”, così come sono riuscite a fare le parole di Marika Borrelli, presente tra gli stand allestiti nei padiglioni del Lingotto Fiere, con ben due lavori a sua firma: “Amore 3.0”, portato in esposizione dal gruppo de “La Compagnia del Libro”, ed il recentissimo “Felicità”, figlio di un’esperienza editoriale molto particolare.

«Ho iniziato a lavorare come giornalista, per poi appassionarmi sempre più al mondo dell’editoria e a tutto ciò che c’è il dietro le quinte in preparazione della pubblicazione di un libro. Da questo, e dalla mia particolare formazione in studi su questioni di genere e femminili, è nata questa avventura: la mia casa editrice L’Iguana, che pubblica solo ed esclusivamente scritti di autrici donne». Chiara Turozzi riesce a trasmettere tutta la passione che nutre per il proprio lavoro, pur nel frastuono assordante ma confortante di un evento che attesta quanto viva e profonda resti la domanda di cultura in Italia. L’Iguana è una casa editrice di donne per donne, che abbatte stereotipi ed immagini di debolezza prediligendo, quasi paradossalmente, i fatti alle parole. «Non credo che quello dell’editoria sia un mondo declinato al maschile: è più una questione di stereotipi e convinzioni perché, in realtà, la mia percezione è che alle donne vengono riconosciuti spazio e considerazione non meno che agli uomini, senza contare che proprio le donne rappresentano una fetta importante di questo mercato, sia in termini di utenza che di persone che vi lavorano». La vera fatica, per Chiara, è un’altra e non conosce distinzioni di genere, essendo la stessa in tutte le galassie che compongono il variegato, complesso ed affascinante universo dell’editoria e dell’editoria indipendente in particolare. «È difficile mantenere la propria indipendenza, senza contare che dietro ogni pubblicazione c’è un lavoro intenso e minuzioso, specie per chi, come me Valentina e Hanna, sceglie di curare direttamente tutto fin nei minimi dettagli».

Uno sforzo che, però, ripagato a dovere dalla felicità racchiusa nel prodotto finale: la creatura, amata e desiderata, che è il libro. «La pubblicazione è sempre un momento di festa, di gioia. Per me, che leggo e scelgo personalmente i testi, per chi li predispone e, soprattutto, per le autrici, che sanno quanta strada c’è dietro le loro parole». Parole come quelle attraverso cui Marika cerca di raccontare cosa sia la “Felicità”, ma anche quelle attraverso cui Emilia Bersabea Cirillo dà voce all’universo della donne, alla loro più profonda intimità, cercando di decostruire falsi miti e luoghi comuni. Parole che si intrecciano e si guardano e raccontano di un’Irpinia, donna e tenace, capace: capace di fare, capace di andare oltre il confine della sua quotidianità, costruendo narrazioni diverse, delle donne e della propria terra.

Ed ecco, allora, un’altra particolarità dello spazio “Iguana” di Chiara Turozzi e delle sue donne: tra le sue pile di colore ed originalità, infatti, sono ben due le voci irpine fisicamente presenti, che si guardano e s’intrecciano, per portare alto il nome di una terra più capace che consapevole di esprimere talenti e risorse. Energie cui può accadere di ritrovarsi più facilmente altrove che nel proprio cortile di casa. Accade a Marika ed Emilia e alle tante voci d’Irpinia che vivono ed esistono “Oltre Confine”.

La recensione di Carla Perugini – Università di Salerno

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Tornata alla dimensione privilegiata del racconto, ancora una volta la scrittrice sceglie di indirizzare lo sguardo narrante verso il referente prediletto del corpo. Il ricordo va inevitabilmente al precedente volume di Fuori misura, di cui non per caso ritorna qui il racconto dallo stesso titolo. Ritroviamo infatti nel nuovo volume non solo la scelta del corpo come veicolo propizio per il contatto col mondo, ma anche il proporlo come barriera che tale contatto impedisce, se si rivela incapace di attrarre, di piacersi, di stare vicino al corpo di un altro: ecco quindi che la protagonista del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, si sorprende a pensare «che vive immobile nel suo corpo come in uno scafandro» (p. 23). Opaca e impenetrabile come un muro di gomma, la carne fa rimbalzare le percezioni, in una negazione dell’io che rimane  nascosto a sé e agli altri. Il vuoto che si crea puo’ essere riempito, paradossalmente, solo da altre azioni del corpo stesso, come per esempio mangiare fino a diventare obesi (Agnese), negarsi l’affettività fino all’autorepressione (Camillo), immaginarsi altre vite fino al tentativo di far sparire marito e figli (Natalina), sentirsi sempre più larga per non ammettere di sentire il vuoto (Laura), o dissanguarsi per una maternità tradita (Anna). Spesso incapaci di incontrare il tu nel dialogo e nella relazione affettiva, questi personaggi preferiscono rapportarsi con animali, come Colomba, “nomen omen”, con la sua cagnetta, o con oggetti transfert, come la bambola gonfiabile di Camillo in Soul Doll, i manichini e le stoffe di Agnese, gli oggetti della figlia morta per Norma.

I corpi, strumento di conoscenza o stigma personale, non sono quindi solo natura ma anche cultura. Con l’accesso al linguaggio natura e cultura si sovrappongono, anche se la coincidenza fra le due rimane imperfetta. La metafora parareligiosa del verbo che si fa carne ci soccorre nel tentativo di comprendere che cosa facciamo quando scriviamo, per esempio di cosa avviene nel corpo di Colomba quando comincia a sentire dei bozzi sulle spalle che potrebbero essere ali. La rivendicazione del proprio nome va di pari passo con il nuovo sentire del proprio corpo, ma gli altri vi vedono soltanto una pretesa ridicola, come sottolineano ridendo il marito e i figli: “Vuoi che t’inizi a chiamare Colomba proprio adesso, che non hai mai volato in tutta la tua vita?” (p. 10).

Se il corpo nella fiction viene raccontato, in altre espressioni artistiche racconta, si fa agente immediato e diretto delle intenzioni dell’artista come nella danza, nella scultura, nel teatro o in certe performances contemporanee, che vanno genericamente sotto l’etichetta di body art, di cui forse l’esponente più inquietante, per una sorta di ricerca totalizzante attraverso il corpo che si fa ontologica, è Marina Abramovic. Nella scrittura di Emilia potremmo riconoscere una volontà di rappresentazione che l’avvicina alla drammaturgia quando, a proposito dei tempi verbali, decide di alternare al “preterito”  il presente narrativo (“Potrebbe trattarsi di ali”, “Soul Doll”, “Fuori misura”, “Sangue mio”). Se, infatti, l’uso del passato connota la letterarietà del racconto (la diegesis), l’uso del presente sollecita il lettore a una visione scenica di quanto viene narrato, a entrare nel campo della mimesis. In questi ultimi racconti l’inserimento residuale del passato verbale viene a svolgere quasi la funzione che ricopriva il coro nel teatro antico, quando un messaggero o un gruppo di attori riassumeva azioni già accadute o impossibili da rappresentare sulla scena. Ciò a cui assistiamo sono dei conflitti intimi o interpersonali, che si svolgono nello spazio deputato per eccellenza alla loro nascita e al loro sviluppo, ma anche, a volte, alla loro risoluzione: la famiglia. “Ogni storia è fatta di almeno due storie, una in primo piano e una, più intima e personale, nel fondo” (p. 80). Questa citazione, riferita alla maniera di scrivere della grande Alice Munro nel racconto “Come si fa a dire se”, apre a diverse interpretazioni: puo’ essere letta come una metodologia narrativa, quando dei piccoli indizi che formano la prima trama finiscono per assumere sempre maggiore rilevanza fino a scoprire una seconda trama fino ad allora soggiacente; puo’ valere per la psicologia del personaggio, che cambia e si evolve nel corso della narrazione, come succede alla Giovanna del testo appena citato, o alla Norma di “Se stasera sono qui” o alla Emanuela di “Sangue mio”. Sono personaggi volutamente asimmetrici, in cui i dettagli fisici, ora mancanti, ora deformati, ora ridondanti, distanziano l’io dal mondo, come per la mano finta attaccata al moncone di Camillo, in “Soul Doll”, “come un segno di eterno disequilibrio” (p. 50), “perché lui conosceva la mancanza e la sostituzione, il doversi accontentare del finto come se fosse reale” (p. 42). Questi corpi in bilico fra umiliazione e riconoscimento, fra consapevolezza dei limiti e volontà di riscatto, sembrano far propria l’amara considerazione di Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla: “Corriamo verso di noi, per questo non possiamo mai raggiungerci”.

Anche se la geografia di questo libro è più circoscritta rispetto a quelli precedenti di Emilia Cirillo, limitandosi alla sua città o ad altri luoghi della Campania (c’è anche una breve trasferta a Roma), il mondo vi penetra inesorabilmente grazie agli inevitabili riferimenti alle realtà del nostro tempo: la disoccupazione, la realtà virtuale, l’immigrazione, il volontariato, il consumismo… Ritroviamo l’uso spezzato della sintassi, la mescidanza fra lingua e dialetto, la narrazione metaletteraria, quando una storia è anche la messa in opera della storia stessa (in questo senso esemplare è “Come si fa a dire se”). Il lettore è invitato a partecipare alla creazione e allo sviluppo di quanti popolano questa scrittura, attraverso allusioni e ammiccamenti a personaggi reali delle nostre terre, a paesaggi a noi noti, a costumanze locali. E, attraverso noi, anche l’autrice sembra entrare di più nelle sue storie, ove pare quasi di sentire l’eco di un significativo appello della straordinaria scrittrice brasiliana Clarice Lispector in Acqua viva: “Tu che mi leggi, aiutami a nascere”.

Carla Perugini

 

La recensione di Lia Tino

 

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Venerdì, 12 maggio ore 19.00
Presentazione del libro
di Emilia Bersabea Cirilllo
“Potrebbe trattarsi di ali” – L’iguana editrice
Con l’autrice intervengono
Carla Perugini- Università di Salerno
Generoso Picone-Direttore Il mattino-AV

La recensione di Lia Tino
Gli intensi, profondi, a volte crudi racconti dell’ultimo libro di Emilia Bersabea Cirillo “Potrebbe trattarsi di ali”, L’Iguana editrice, ruotano tutti intorno ad un tema mai così attuale e tanto presente nella vita di ognuno di noi: la solitudine.
Chi sono i personaggi che vivono questa esperienza?
Sono donne, ma non solo, a prescindere dal genere sono persone che a causa di fattori esterni perdono la capacità di rapportarsi all’altro, si relazionano unicamente al proprio “io” allontanano il “noi”.
Neppure il dolore che ha bisogno di relazione e comunicazione per trovare quel sollievo che deriva dal non chiudersi in se stessi, nella propria solitudine, riesce a vincere l’estremo individualismo presente nei personaggi.
Il testo offre una varietà di situazioni ed ecco Colomba, detta Beba, trascorre una vita agiata a “rammendare tempo e pensieri”, a lamentarsi di due piccoli bozzi, nati fra le scapole “forse… delle ali” ma, soprattutto, a nascondere, anzitutto a se stessa, il senso di colpa per l’allontanamento dei figli.
C’è Laura una donna appagata da un lavoro di responsabilità e da un uomo, Peppino, che riempie la sua vita. In due anni Laura perde tutto, amore e lavoro, si lascia vincere dall’apatia e dall’indifferenza verso tutti e tutto.
Il filo spezzato del rapporto con gli altri si riannoda grazie ad un’amica e all’improvviso bisogno di aiutare gli ultimi, i migranti che rischiano di morire nel mare nero e tempestoso.
Vinco la tentazione di parlare di ogni racconto e mi soffermo su “Come si fa a dire se” il più interessante e complesso dei sette racconti.
Ha una struttura “a quadro”: c’è la cornice, la scuola di scrittura creativa tenuta da Sara in una libreria del centro storico di Avellino; c’è la storia di Giovanna che si iscrive al corso di scrittura per reazione ad una vita piatta e sempre uguale: c’è il personaggio di Doree creato da Alice Munro in uno dei suoi racconti, “giovane madre di 3 figli soggiogata dal marito, impaurita dalla solitudine ma che riesce a trasformare una tragedia familiare, l’uccisione dei due figli, in un dono d’amore”; c’è infine Natalina che vive drammaticamente scissa dalla realtà, chiusa in un antico sogno infantile “avevo una casetta piccolina in Canada con vasche, pesciolini e fiori di lillà”.
I sette racconti scaturiscono da una comune visione: è difficile vivere, raggiungere la felicità o almeno la serenità è quasi impossibile, particolarmente per le donne soggette, a tutte l’età, da infinite vicende e attraversamenti fisici e psicologici. Sono storie a volte crudeli, spesso tristi, che tuttavia catturano l’attenzione e l’emozione del lettore grazie soprattutto ad una scrittura non solo scorrevole e lineare ma poetica e immaginifica.
La scrittrice nel susseguirsi dei periodi, a volte dei righi, ha la capacità di guardare con occhi nuovi ogni cosa, anche la più comune e banale, grazie, anche, al continuo uso di paragoni e metafore brevi, alla Emily Dickinson.
La poetessa americana usa questa tecnica nella poesia (“Bussa il vento come un uomo stanco… poi bussa come un uomo timido”; “Piantano sorrisi come semi”; “Odori come spezie addormentate”; “Attese come le parole di un amante”).
Emilia riesce a farlo nella prosa (“Vive nel suo corpo come in uno scafandro; “Il racconto aveva un tono sommesso come se stesse per spezzarsi”; “Montagne azzurre come caterve di nontiscordardime”; “Sentiva scollarsi di dosso l’involucro che la proteggeva come un oggetto coperto di polvere”).
In ultimo ricordo l’immagine tenere e dolcissima di Avellino, fondale dell’intero testo:…“l’aria stropicciata di un vestito mai stirato che aveva in certi giorni di vento”.

SCRIVERE. O SMETTERE DI SCRIVERE. di Alice Munro, luglio 2005

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Per fortuna non ha smesso di scrivere!

Forse la vera ragione per smettere di scrivere è che sto invecchiando. Sono vecchia. Quando succede, fare le cose che devi fare richiede sempre più tempo e concentrazione. Pagare le bollette, ricordarti quando passa il camion della spazzatura, fare la raccolta differenziata, donare soldi a tutte quelle buone cause che hai promesso a te stessa di sostenere. Mantenere l’ordine intorno a te. Il disordine è molto più minaccioso di una volta – non è più perdonabile e disarmante, né un segno della propria creatività, ma una prova dell’arrivo della demenza senile, decisamente poco affascinante. In effetti è meno affascinante, la demenza, nelle donne che negli uomini. Lo stesso vale per l’aspetto fisico da mantenere presentabile. Richiede sempre più sforzo, non tanto arrestare il deterioramento quanto rallentarlo in modo che risulti accettabile a te stessa e agli altri. Tutte le pillole e gli esami e gli esercizi. Non puoi più martellare sui tasti, rapita alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io lo sia mai stata (in effetti non ricordo che nessuno di questi geni sia mai stato una donna), ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come qualcosa che un giorno avrei potuto provare a essere. Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so che è molto raro produrre un capolavoro in questi ultimi anni di vita, e uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo paese, perfino nella tua cittadina, non saprà mai il tuo nome).

Non mi perderò niente, davvero.

Ma aspetta un attimo: che cosa c’era di così meraviglioso? Che cosa lo faceva sembrare irresistibile? Che cosa rendeva trascurabili questi inconvenienti? Se non è quando stai componendo il lavoro, non quando lo mandi all’editore, non quando ce l’hai in mano stampato, né quando lo leggi in pubblico o lo vedi entrare in classifica (e cominci a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se devi ammettere che vincerlo è meglio che non vincerlo, allora quando è?

Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Pensa di poter essere soddisfatta da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo. Come sarebbe?

Vedremo.