Gli infiniti possibili

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“…diventavamo in sua compagnia molto più intelligenti…”.
Natalia Ginzburg

Martedì

Oggi ho imparato a tuffarmi.

L’insegnante  dopo un’ora di galleggiamento in piscina, ci ha messo in fila.

– Mani unite, testa tra le braccia, un respiro, scatto e via.

E’ entrata nell’acqua come una freccia e ne è uscita, dopo qualche secondo di immersione, sorridente.

– Allora, cominciate. Nessuna paura del vuoto, mal di pancia, blocchi psicologici, per piacere.

Siamo solo in cinque, il martedì. Tre donne e due uomini. Io, nel mio costume blu un pezzo, un uomo con un rotolo di pancia allegra e una peluria bianca sul viso, due ragazze una bionda e una rossa che ridono tutto il tempo e un giovane alto e moro che non parla con nessuno.

Si tuffano per prime le ragazze. Veloci e sicure. Frequentano la piscina da due mesi. Poi l’uomo panciuto che fa un’entrata sgraziata. Esce e si scrolla, come un orso caduto in un lago. Il giovane si concentra, guarda sotto di lui. Scuote la testa. Muove le labbra. E se ne va.

La nostra insegnante esce dall’acqua. Lo chiama, gli va dietro. Vedo che si parlano, lei vuole convincerlo. Lui si porta le mani alle braccia. Trema tutto. Prende l’accappatoio e scappa.

– Tocca alla signora – dice nervosa.

Credo di essere la più vecchia del gruppo. Gli altri li chiama per nome.

– Mi chiamo Mimma – suggerisco, tentando di essere disinvolta.

– Ecco, signora Mimma, braccia allungate, testa tra le braccia, così, brava, un po’ china, va bene – sento le mani gentili dell’istitutrice sulla cuffia.

L’acqua è solo trenta centimetri sotto di me. Mi sembra di stare sospesa. Mi gira lievemente la testa.

– E’ la mia prima volta. Non credo di farcela.

– Si concentri, ce la farà.

– Oscilla tutto.

– Respiri un paio di volte. Prenda il fiato e si lanci.

Sento un tremolio allo stomaco. Come farfalle che battono insieme.

Lei mi è vicina.

Alzo i talloni, punto le dita dei piedi. Tendo il corpo in avanti.

– Uno, due, tre, e via – Mi spinge in acqua, toccandomi appena il sedere.

Vado sotto, l’azzurro mi avvolge, mi sento leggera, sospesa, come una bolla si sapone.

Riemergo dall’acqua. Espiro tutta l’aria.

– Ce l’ha fatta! Le è piaciuto?

– Moltissimo.

Mi pulisco gli occhi. Le chiedo di fare ancora un tuffo, prima di andare via.

Il centro sportivo, che in città chiamiamo piscina comunale, è aperto da qualche mese. E’ una struttura di cemento armato con un gran tetto di legno apribile, dotata di tre palestre grandi, due piccole, un bar, due piscine, sale riunioni. Nei giorni di estate, quando la copertura è tutta ritratta, sembra che il cielo entri nell’acqua. La piscina è nata da un accordo tra il comune ed un’impresa napoletana. Il comune ha dato il suolo, l’impresa ha messo i soldi. E ora gestisce il complesso.

E’ stata davvero una buona idea costruire questa piscina, penso mentre sono sotto la doccia. Sono ancora tutta eccitata per i tuffi. Le ragazze mi guardano e si complimentano. Hanno corpi perfetti, la bionda ha i seni piccoli, la rossa è procace, con la curva dei fianchi accentuata. Levo lo sguardo su di loro. Desidero che lo levino da me.

A casa mi aspettano solo i cani. Setter irlandesi, dal pelo fulvo e lucido. Alec e Meg.Mi sono iscritta in piscina per non stare sempre da sola. La scusa è che devo curare l’osteoporosi, la verità è che non ho molto da fare tutto il giorno. Ho così trovato un impegno che mi porta via mezza mattinata, tre volte a settimana. E’ tanto.

Attraverso la strada. Di fronte c’è un panificio che sforna il pane alla mezza. Il profumo si sente da lontano. Compro una porzione di pizza ai carciofi e due panzarotti ricotta e prosciutto. A volte, se so che viene mia figlia a cena, compro uno sfilatino. La pizza e i panzarotti sono il mio pranzo dei giorni pari. Di solito mangio in poltrona, mentre vedo un film su Sky, prima di addormentarmi.

Entro in casa. Lascio costume e cuffia in lavanderia. Esco sulla terrazza e sento squillare il telefono. Metto ad asciugare l’accappatoio. Non faccio a tempo a rispondere. Oggi è una giornata di sole. Il santuario di Monte Vergine spicca tra le rocce. La città è sotto di me. Sempre più estesa, sempre più sconosciuta. La collina alla mia destra si è riempita di villette, in pochi anni.  Anche questa parte di città che si chiama Contrada Archi, si è riempita di parchi e villette rivestite di mattoncini e ferro battuto. Una piccola Svizzera, dicono i napoletani che sono fuggiti dal caos della città per cercare riparo da noi. Hanno comprato case sontuose vista montagna, contenti di mescolarsi ai professionisti e ai commercianti nostrani, che si sono aggiunti a loro, in breve tempo.

Quarant’anni fa fummo io e Carmine tra i primi ad avventurarci sulla collina. Fino allora si saliva quassù, percorrendo un sentiero ombroso, per la festa della Madonna delle Grazie il 2 luglio alla chiesa dei padri Cappuccini. E per venire a studiare alla scuola Agraria. Non c’erano strade, solo sentieri di campagna, percorsi a piedi o con i carretti di contadini che nei giorni di mercato scendevano ad Avellino.

La casa era circondata da boschi di noccioli e da vigne di Fiano. La villa, dalla torre a colombaia, era abitata d’estate dai padroni, che risiedevano tutto l’anno in città. Il resto era campagna coltivata da mezzadri che vivevano in case di tufo, nascoste nel verde.

Carmine, mio marito, aveva voluto comprare questa villa in cemento armata dalla forma sgraziata, piena di stanze e terrazzi, con un gran terreno intorno, contro la mia volontà. Sperava, senza avere il coraggio di ammetterlo, di diventare il capostipite di una famiglia patriarcale, di avere una casa sempre piena di gente e di godersi la vecchiaia nella sua terra, come accadeva ai protagonisti degli amati romanzi russi, che leggeva di sera accanto al camino.

La prima volta arrivammo in Vespa. Era l’inizio dell’estate. Carmine amava la Vespa, lo faceva sentire tanto il giornalista americano di Vacanze Romane. Diceva che per la mia magrezza e per come mi vestivo assomigliavo ad Audrey Hepburn. Insieme, lui alto e robusto, formavamo una coppia  molto in vista.

Aprì il cancello della villa e mi prese in braccia, proprio come si fa con una sposa che mette piede per la prima volta in casa.

– Ed io dovrei abitare qui? – esclamai, vedendo uno scheletro in cemento armato, privo di finestre e intonaci.

– Non parlare, vieni – Mi portò su, per la scala non ancora rifinita, aprì il balcone di quello che sarebbe diventato il salone e – Guarda – mi disse – Non è tutta un’altra prospettiva?

Fu la luce che mi incantò. La luce polverosa e dorata di quel mattino di giugno che contrastava con il panorama terroso di case e chiese: il campanile del Carmine, il campanile di Santa Rita, la sagoma del Duomo, La Torre dell’orologio, le case del centro storico, la sagoma del castello longobardo. E poi colline, a perdita d’occhio.

Sotto di noi Avellino luccicava, come una ragazza di campagna che asciuga i capelli all’aria.

 

Il telefono squilla, di nuovo. Questa volta faccio a tempo a rispondere.

– Allora, Mimma, dov’eri? – E’ Dolores, la mia amica che abita a Milano. Ci telefoniamo almeno una volta al giorno. Da quando è morto Carmine anche due.

– Torno adesso dalla piscina.

– Che novità, non mi avevi detto nulla!

– E’ la seconda lezione. Ho già imparato a tuffarmi.

– Bella notizia.

– E’ eccitante.

– Allora hai conosciuto qualcuno?

– Sempre con queste idee.

Dolores ride. Ha sessantadue anni, come me. Ma non smette di cercare uomini.

– Devi farmi un piacere.

Quando Dolores mi chiede piaceri, tremo. L’ultima volta, due mesi fa, ho dovuto accompagnare un gruppo di suoi amici fotografi in costiera amalfitana per un reportage sul sentiero degli dei. Sono tornata la sera a casa distrutta.

– C’è qui uno che deve venire giù.

Giù per Dolores è Avellino.

– E’ un bel tipo. Gli ho parlato a telefono. Simpatico.

Sospiro. So bene che Dolores si inventa queste occasioni per tenermi impegnata.

– E che dovrei fare?

-. Mi ha chiamato mentre ero in riunione. Ho capito che sta facendo una ricerca musicale.

– Su Gesualdo da Venosa?

– Forse.  Posso dargli il tuo telefono?

– Certo che puoi.

– Sapevo di poter contare su di te. Grazie.

– Non ne approfittare, Dolores. Non mi va di andare troppo in giro.

– Ma questo, a quanto ho capito, è una persona tranquilla. Te la sbrighi in mezza giornata.

– Va bene, accettato.

– Domani ancora tuffi?

– No, solo i giorni pari.

– Ottima mossa. Qualcuno noterà la più bella della piscina.

– Dici sempre bugie. Si allunga il naso.

– Un bacione, mia cara. Spero bene per te.

– Anche io, per te.

 

Dolores gestisce un’agenzia fotografica. Editori, giornali, riviste, siti web si rivolgono a lei per ottenere immagini. E’ andata via appena dopo la laurea in sociologia. Voleva che partissi anche io. Ero già fidanzata con Carmine e non volevo lasciarlo.

Dopo il terremoto, Dolores tentò, nell’impulso del momento, di tornare. Le era venuta nostalgia. Non c’erano agenzie fotografiche al Sud.  Voleva impiantare la sua azienda in città. Fece le sue ricerche di mercato. Poi rinunciò.

– Possibile Mimma che abiti in una città così arretrata, senza servizi! Ma come fai a stare laggiù. Io impazzirei! – disse una volta, dimenticando che lei nella città arretrata c’era nata e vissuta per oltre vent’anni.

Con Dolores ci vediamo tre volte all’anno. Da quando sono rimasta vedova trascorriamo le vacanze insieme. Carmine non amava stare con lei, perché mi distraeva da lui. Ma gli era simpatica. Lei trovava Carmine “un caro ragazzo di provincia, saldamente legato al passato.” La nostra è un’amicizia che si è collaudata sul filo del telefono. Lei a raccontarmi la sua vita, a cercare di convincermi a trasferirmi. Io ad ascoltare e a resistere.

– Ma ho i bambini, Carmine e la casa. E anche la politica.

– Anche qui c’è la politica. E la casa dove puoi collocare Carmine e i bambini.

Ma parlava sapendo bene che non sarei mai partita. Allora vivevamo protetti, tra amici, affetti. E politica. Il tempo davanti a noi era lungo, come il corso cittadino dove consumavamo i nostri passi avanti e dietro, senza stancarci mai, tra chiacchiere e capannelli e qualche gelato al bar Diana. Parlavamo tanto. Discutevamo tanto. Ognuno di noi non si nutriva di grandi speranze, ma solo di indubbie certezze.

Mangio la pizza.  E’ ancora calda. Bevo la birra. La poltrona è comodissima, di quelle che si allungano e ti massaggiano dietro la schiena provocando desideri di abbracci. Carmine la comprò per corrispondenza. Anche i tappeti persiani abbiamo comprato per televendita. In vecchiaia si fidava ciecamente delle reclame televisive. Lo sforzo del nuoto, la luce che trapassa le vetrate, il dondolio della poltrona collaborano al mio torpore. Chiudo gli occhi. Mi addormento di colpo, il balcone del terrazzo aperto.

Mi sveglio per il freddo.  I cani sono venuti a cercarmi. Alec mi lecca le mani. Meg è accucciata ai miei piedi. Guardo l’orologio appeso in soggiorno. Sono le tre passate. E’ l’ora della loro pappa e della passeggiata. Scendo in giardino. Riempio le ciotole di crocchette. Mi piace guardare i cani che mangiano. Ricordano i miei figli, quando erano piccoli. Giuseppe, soprattutto, afflitto da una fame esagerata. Stella era inappetente, mi faceva dannare per un cucchiaino in più di riso. Faccio un giro per il giardino, stacco un paio di foglie morte. Malgrado il prossimo arrivo dell’autunno, ho ancora rose gialle e gerani rossi fioriti. Sento il telefono squillare. Rispondo dalla tavernetta, lo sguardo rivolto ai cani.

– La signora Mimma De Angelis?

Nessuno mi chiama più col mio cognome di ragazza.

– Sono io. Chi parla?

– Dino Cassani. Storico della musica. Le dovrebbe aver parlato di me la signora Dolores Valente.

– Certo, piacere.

– Conto di arrivare ad Avellino giovedì pomeriggio. Le va bene?

– Si, bene. Dolores non mi ha spiegato dove dovrei accompagnarla.

– In realtà non lo so neanche io. Lo decideremo al momento.

– Come vuole.

I cani hanno finito di mangiare. Si lamentano. Mi sono dimenticata di mettere l’acqua nelle ciotole!

– La devo lasciare, mi scusi. A giovedì.

– La chiamo quando sono in città.

Bella voce. Gentile. Sarà deluso quando scoprirà che di Gesualdo so meno di zero.

Corro da Alec e Meg. Riempio le ciotole di acqua. Bevono, sbavano, scodinzolano. Sgancio il guinzaglio dal perno. Usciamo a passeggio, prima che venga buio.

Giovedì

Oggi in piscina siamo in sette. Si sono aggiunte un marito e moglie pensionati. L’istruttrice ha detto di chiamarsi Annalisa. Ha seguito i nuovi nel galleggiamento. A me e agli altri ha ordinato di fare quattro vasche a dorso alternate con quattro a dorso tedesco. L’acqua scivola sul mio viso come una vela. Batto i piedi, attenta al mio respiro. Le braccia sono pale di un mulino, vorticano come ventole. Per la prima volta dalla morte di Carmine ritorno a sentire il mio corpo. Prima che finisca l’ora Annalisa ci chiama ai tuffi. Sono emozionata. Mi piace sentirmi sospesa per un attimo, prima di impattare l’acqua. La pedana è a sessanta centimetri. Se ne può aggiungere un’altra ad altezza maggiore.

– Un metro, più o meno – propone Annalisa.

Sono tentata.

– Affrontare il nuovo senza fretta – diceva Carmine. Risento la sua voce calda, dall’inflessione paesana. Le lacrime si mischiano con le gocce d’acqua della piscina. Levo gli occhiali che si sono appannati. Salgo sulla pedana. Mi sembra di essere ad un’altezza notevole.

– Allora, la nostra signora…

– Mimma.

-Già, la signora Mimma.

Inspirare, testa tra le braccia, corpo in avanti, piedi uniti, talloni sollevati.

Annalisa mi sta vicino.

Sospesa. Non ce la faccio. L’aria entra ed esce dai polmoni. Chiudo gli occhi. Rimbombo Splaschh. Tocco quasi il fondo della vasca. Riemergo a poco a poco, battendo le mani e i piedi.

Mi sento una bambina che ha scoperto un nuovo gioco.

Dentro, nell’acqua, ho dimenticato ogni dolore. Ogni pensiero.

Dino Cassani mi chiama alle due. E’ appena arrivato in città. Alloggia all’Hotel de la Ville.Non ho voglia di uscire. In più ha cominciato a piovere. Ma gli dico che lo raggiungo verso le cinque.

Nella hall non c’è nessuno. Sono arrivata in orario, malgrado i tuoni e gli scrosci. Cassani mi aspetta nella saletta del bar. E’ solo. Visto dalla soglia, l’uomo sembra più giovane di quello che avevo immaginato. Siede al tavolo affianco alla vetrata. Scrive su un quaderno nero. Davanti a sé ha un cappuccino e un piatto con un resto di sfogliatella. Occhiali rotondi, baffetti neri, corporatura minuta, capelli gettati all’indietro. Mi vede. Mi viene incontro.

– La ringrazio di essere venuta.

– Glielo avevo promesso.

– Prende qualcosa?

– Un cappuccino.

Ha occhi castani.

– E’ venuto in aereo?

– Si, da Milano.

Un giardino di piante grasse gocciolanti fa da sfondo al nostro colloquio.

– Non amo le piante grasse. E lei? – mi chiede.

– Dipende. Quando piove sembrano fuori posto.

Annuisce. Bevo il cappuccino. Mangio un biscotto di pasta frolla.

– Allora, sono tutta orecchi.

– Le ho detto già di essere uno storico della musica.

– Certo.

– Sto scrivendo la vita di un famoso compositore.

– Gesualdo da Venosa?

Lui non mi ascolta. Guarda dritto nei miei occhi.

– No, signora. Sto scrivendo di Luigi Nono.

Pronuncia piano Nono, socchiudendo appena le labbra.

– So per certo che Nono è venuto più volte ad Avellino dal 1975  fino al 1980. Ho anche letto di una sua lezione al conservatorio di Musica. Così mi è venuta curiosità di capire. Perché un uomo come lui avesse voglia di ritornare più volte in un luogo, mi permetta, senza molte attrattive turistiche. Cosa c’era?

Bevo un sorso di cappuccino. Ingoio il biscotto.

Guardo la sua schiuma compatta che copre a malapena il liquido. Penso che i ricordi restino sempre un po’ troppo scoperti, anche se crediamo di averli nascosti nel migliore dei modi.

– E cosa dovrei dirle?

– Ho trovato un appunto, in particolare. 13 giugno. Avellino. Con Maurizio Pollini. Sofferte onde serene.

– Sa davvero tanto, allora.

– Volevo chiederle di indicarmi qualcuno cui possa rivolgermi per sapere di più. Stiamo parlando del più importante compositore e del più grande pianista italiano, insieme, in una piccola città di provincia. E’ una notizia curiosa davvero.

– Si, davvero.

Bevo il cappuccino a piccoli sorsi. Fuori grandina. Spero che le piante grasse resistano. Ho letto che sono molto più delicate di quello che sembrano.

Cassani attende. Ha il quaderno aperto su una nuova pagina, la penna tra le dita. Non riesco a parlare.

– Se conosce qualcuno…

– Venga con me. A casa mia.

– Mi dispiace disturbare tanto.

– Staremo più comodi.

Attraversiamo la pioggia. In macchina restiamo in silenzio, per tutto il tragitto.

 

Da dove cominciare, da dove? Mentre apro il portone e faccio entrare Cassani mi interrogo. Sono arrivati tutti insieme, volti, voci, nomi. E mi hanno preso d’assedio, perché ognuno di loro ricerca la mia attenzione.

– Signora, spero tanto di non…

La casa è fredda. Saliamo nel soggiorno. Accendo il fuoco nel camino. Dino si guarda intorno, osserva le foto dei miei figli, di me e Carmine. Si ferma dietro i vetri a contemplare il panorama.

– Qui sta come in paradiso.

-Diceva così anche Luigi Nono, quando veniva a casa. Dormiva di sopra, in mansarda.

Sono di spalle. Non posso vedere la sua meraviglia, perché c’è, ne sono certa. La legna prende fuoco.

Ci sediamo in poltrona. Uno di fronte all’altro.

– E’ difficile raccontare. Ci proverò. Ma la prego, non mi interrompa.

Avevamo un amico, tanti anni fa. Si chiamava Saverio Imbimbo. Era l’amico più caro. Intelligente, curioso del mondo, scrutava il nostro animo come un sommozzatore il fondo del mare. Il suo solo apparentemente svelava, conservando segreti e pensieri che preferiva tenere per lui e che forse neanche voleva sapere. Ci eravamo conosciuti al partito, un partito scomparso da anni, che metteva insieme la gioventù socialista e comunista senza farla litigare. Eravamo tanti. Ora siamo dispersi e mutati.

Mio marito lo conosceva da più tempo di me. Passeggiavano insieme per il corso, la sera, discutevano, di politica e del mondo che volevano, poi, abitando vicini, si accompagnavano l’un l’altro, piazza Garibaldi, piazza Macello fino a che le luci della strada non si spegnevano. Studiava legge. Soprattutto leggeva. Wittgestein, Bloch, Weber, ma anche Canetti e Roth e Mann. Le volte che di sera stavamo insieme  ci parlava di questi autori in un modo semplice e ispirato che faceva venire voglia di andare a comprare il libro all’istante. Ma soprattutto gli piaceva ascoltare la musica dal mangianastri, in quella sua FIAT  malandata, dove restavamo anche in cinque o sei, a sentire Bach o Mahler in silenzio. Talvolta  andavamo a cinema. Abbiamo visto con lui film che neanche più mi ricordo. La sera non voleva tornare a casa, dove viveva con la madre e il padre anziano. Cercava nella compagnia degli amici una sorta di consolazione, ad una solitudine che sentiva dilatarsi con gli anni, dentro di lui, di cui non voleva dare conto a nessuno.

La sto annoiando?

 Dino accavalla le gambe. Piove così forte che tremano i vetri. Dai canali di gronda l’acqua travasa come una cascata.

Avellino era una città che sembrava ideale per viverci. Tranquilla, a misura, circondata da una natura inviolata. Eravamo di poche pretese, Non c’era molto. Quattro cinema, un conservatorio stretto in un palazzo antico, una caserma di soldati, cinque librerie, qualche pizzeria. Ci sentivamo protetti dalla  campagna che, invece,  diventava sotto i nostri occhi sempre più costruita. Io e mio marito eravamo i più vecchi del gruppo, quelli che si erano messi al lavoro, che avevano già una famiglia: un  punto di riferimento, le sere di inverno, per i compagni che venivano a cena da noi. In alcuni di noi, però, si nascondeva un’inquietudine che rendeva le piccole cose della vita insopportabili. Gli orizzonti erano troppo vicini. L’accontentarsi continuo produceva a volte scontento. Avevamo  un desiderio di fare, di dare senso alla vita, che è proprio della giovinezza consapevole. Quanto si parlava e si scriveva e si leggeva. La curiosità del mondo ci teneva in tensione. Saverio sembrava il più sensibile. Credevamo di conoscerlo. Non avevamo capito quanto fosse vulnerabile.

Ci eravamo trasferiti da appena un mese in questa casa. Vivevamo tra scatole da imballaggio non ancora aperte, sedie accatastate e quadri ammonticchiati nella sala a piano terra. Eravamo riusciti ad arredare solo la cucina, il soggiorno e due camere da letto.

Doveva essere un giovedì la prima volta che Saverio venne a trovarci. Era ora di cena. Sentimmo il rumore di un motore, appena dopo la curva. E di una marcia sforzata portata allo sfinimento.

– Chissà chi sta imparando a guidare davanti casa. Vado a vedere prima che sbattano il cofano nel muro – esclamò mio marito. Dalla finestra della cucina vidi due fari lampeggiare, sentii una risata di sorpresa, udii sbattere uno sportello. Le voci si persero appena chiusi la finestra. Pensai a una coppia che cercava un posto isolato per appartarsi, interrotta nella sua intimità.

Doveva essere giugno. Le scuole erano finite.  Aveva piovuto al mattino.  L’acqua appantanata sulla strada di polvere si era mescolata alle foglie dei noccioli, formando una fanghiglia scivolosa. Pozzanghere si erano raccolte tra le aiuole del piazzale davanti casa. Avevo messo delle assi di legno per camminare in sicurezza fino al portone.

Saverio entrò con mio marito in cucina. Sorrideva il viso afflitto da cicatrici, gli occhiali grandi, i capelli castani un po’ lunghi sul davanti. Disse che eravamo ormai diventati due castellani e che era venuto a stanarci dal nostro isolamento. Dietro di lui c’erano Silvia, una ragazza silenziosa dai capelli neri e lisci e Luca, un ragazzo effervescente e dinamico. Mangiammo insieme, dividendo quello che avevamo in casa. Saverio era euforico. Raccontava di un’opera di musica contemporanea a  cui aveva assistito a Milano, dove si era recato per la sua tesi di laurea. Si intitolava Al gran sole carico d’amore. Il compositore era Luigi Nono.  La sua musica era testimonianza del processo storico che vivevamo. Saverio si era sentito avvolto da una specie di vertigine. Aveva come compiuto un’avventura, un viaggio in terre sconosciute.

– La musica è pensiero – disse Saverio – E’ una modalità di ascolto del pensiero. Ed io mi sono sentito un errante. Una musica così, ad Avellino, non sarebbe mai stata capita. Era questo il nostro limite, essere ancorati all’ottocento, ribatté mio marito. 

E se provassimo a fare quel concerto, qui? Se anziché aspettare o andare, facessimo noi qualcosa per questa città? Era così Saverio. Noi pensavamo medio, lui pensava in grande.Socchiuse i suoi occhi grinzosi  dietro gli occhiali dai vetri sempre un po’ appannati. Aggiunse che si era procurato il numero di telefono di Nono. E che se eravamo d’accordo, potevamo tentare di farlo venire ad Avellino. Avremmo potuto tenere il concerto al Conservatorio di musica, su al Duomo, si intromise Silvia. E dove trovavamo i soldi per offrire a Nono ospitalità?chiese Luca.

Potremmo ospitarlo noi, se si accontenta. Abbiamo tante stanze! Proposi.

Saverio tirò fuori dal portafogli un foglietto. Chiese di poter telefonare. Sapevamo tutti che avrebbe tentato di chiamato Nono. Assistemmo alla telefonata in silenzio. Saverio era abile a trovare le parole.  Parlò di isolamento, di desiderio di conoscere il nuovo, di confronto, di incontro. Della sua musica quale testimonianza del processo storico che vivevamo. Stette a lungo in ascolto. Ringraziò e chiuse e poi Saverio lanciò un urlo.

Luigi Nono aveva accettato di venire ad Avellino.

Non dimenticherò mai il sorriso di Saverio.  Sembrava un bambino soddisfatto del regalo di compleanno. Ci abbracciammo. Brindammo col Fiano spumante. La casa si riempì di gioia.

 Mi alzo per versarmi del cognac. Parlare tanto mi asciuga la bocca. Dino Cassani accetta il bicchiere panciuto che gli metto tra le mani.- Non è successo solo qua. Anche in altre città. La musica contemporanea divenne il punto di partenza per contrastare una cultura accademica. A Reggio Emilia fu la stessa cosa. E anche Taranto, e in Sardegna. – L’Irpinia degli anni settanta era davvero lontana da tutto, ma desiderosa di nuovo, come una terra secca che chiede pioggia. E Nono venne a dissetarci. Ma anche a farci intravedere, per dirla con lui, altri infiniti possibili.

Dino sorride. Alza il bicchiere. Il cognac scivola dentro il mio corpo lasciando un retrogusto profumato di legno.

Fuori continua a piovere. Metto un pezzo di legna nel camino.

– Continui, la prego.

Penso che se Carmine fosse stato con noi, mi avrebbe interrotto, a questo punto, per continuare a raccontare.

Nono arrivò a ottobre del 1975. Furono mesi di  preparativi furibondi. Saverio volle accollarsi tutto il peso dell’organizzazione, telefonate, manifesti, inviti, ufficio stampa.  La sera arrivava da noi che era intrattabile. Si sedeva in un angolo della tavola ,smozzicando qualcosa dal piatto e, se parlava, lo faceva solo per condividere le sue perplessità. – Siamo degli irresponsabili- disse la sera prima dell’arrivo di Nono.

 – Abbiamo invitato il più grande compositore contemporaneo e solo due persone, tra noi, hanno ascoltato la sua musica .- In verità non sapevamo davvero chi fosse Luigi Nono. Ma ci fidavamo di Saverio, della sua sensibilità, della sua capacità di vedere lontano.

– Ascolteremo domani –

Lui mi guardò con la sua solita aria ironica.

– Se non saremo diventati sordi nel frattempo!-

La sua ansia, che camuffava con continue battute, lo avvolgeva come una crisalide.

Il pomeriggio alle tre aveva già chiamato sei volte. Avevo comprato il vino? E il dolce? Quanta gente veniva a cena? E la stanza per Nono era abbastanza calda? E avevo fatto la pasta a mano? Era così, saveria, un tenero ragazzo apprensivo.

   Fu come attendere un amico che partito ragazzo, ritorna adulto dalla sua emigrazione, portando con sé fama e gloria. Capimmo quanto fosse famoso arrivando al conservatorio. Il cortile interno era affollato. Carmine ed io ci infilammo a stento nel corridoio. La sala dei concerti era gremita. Visi mai visti. Gente venuta da tutta la regione. Passai accanto  a due che si chiedevano – Ma come hanno fatto, ad averlo, qui?  Il conservatorio era stato adattato in un palazzo antico, al centro storico, nella piazza del Duomo.  Saverio era in un’aula con Nono e il direttore del conservatorio. Ci presentò come i castellani che lo avrebbero ospitato quella notte. Nono era un uomo alto, stempiato, la fronte larga, i capelli ricci, i lineamenti delicati. Pensieroso e gentile. Ci ringraziò.

 E sussurrò –  A dopo –

Nono aveva portato brani della sua musica su nastro magnetico. Ascoltammo suoni di traffico, di serrande abbassate, di passi. Era la vita che ci percorreva ogni giorno, di cui percepivamo la ritualità assordante.  Infinite particelle sonore si sommavano e sottraevano, prima di trovare equilibrio. Quell’equilibrio era il silenzio, un pianissimo al di sotto di tutti i pianissimi, uno spazio in cui si fondevano respiro sogno pensiero.  In quel pomeriggio in una sala da musica di un conservatorio di provincia, avevamo incontrato un altro suono, concreto, intenso, che ci aveva tenuti attaccati fino alla fine.

La sera, a casa qui Nono ci incoraggiò a continuare. La nostra era una provincia isolata fuori da ogni possibile circuito. Aveva visto paesaggi di appennino, venendo in macchina con Saverio, che l’avevano colpito.

Ma quelle montagne erano anche la spia di solitudini. Solo la cultura avrebbe potuto invertire questo processo. Parlava calmo, guardando negli occhi Saverio che gli sedeva di fronte. E Silvia, me e Carmine, i compagni che erano venuti a festeggiare. Dovevamo diventare un’associazione, dovevamo avere una sigla. Lui ci avrebbe aiutato a far venire altri musicisti, a dar vita ad una rassegna. Era importante anche per chi faceva musica, in quel momento, incontrare un pubblico diverso, discutere,analizzare, spiegare. Trasformare i concerti in lezione. Saverio rispose per tutti che avremmo continuato. Era l’occasione che aspettavamo da tempo, quella di poter avere un confronto con altri e altre culture. Quella sera nacque Musica Incontro, la sfida delle sfide culturali che un gruppo di giovani lanciò a questa città.

Dopo di lui vennero ad Avellino Bruno Canino, il Quartetto Italiano, Fausto Razzi, la Nuova Consonanza, Maurizio Pollini,Giacomo Manzoni, Salvatore Sciarrino…Tutto sempre e solo grazie a Luigi Nono, che era diventato per noi un amico e un maestro.

Lei mi ha chiesto cosa lo portasse qui. Ce lo chiedevamo, tra un concerto e un altro, con Saverio. Perché non avevamo soldi per pagare nessun artista, gli enti pubblici ci negavano i finanziamenti, il partito comunista della città ci riteneva dei perditempo e dei traditori borghesi. Ma noi continuammo, convinti di dover testimoniare il nostro impegno etico attraverso la diffusione della cultura contemporanea.

Una volta, a colazione chiesi a Nono cosa lo spingesse a tornare. Eravamo in confidenza, per farlo.– Avete silenzio, luce,  montagne – rispose Nono, mentre beveva il caffè. – Mi piace la vostra gioventù operosa, il calore umano, il vostro affetto. Mi date speranza.

Venga, le faccio vedere.

 Ci alziamo. La pioggia continua a cadere. Vado nello studio. Una cornice rossa circonda la montagna. La pioggia ha reso l’aria satura di profumi d’erba.

– Vede quella grande sagoma, con quel dente che sporge? Quello è il Terminio. Saverio volle a tutti costi farlo vedere a Nono. Andai anche io e Silvia e Luca. Passeggiammo sui pianori in mezzo alle mandrie. Mangiammo in una specie di baita. Nono ascoltò le nostre difficoltà con il partito.  Poi volle dire qualcosa anche lui. Quando parlava il suo sguardo chiedeva silenzio. Parlò del suono delle cose. Dell’ascolto, parola poco usata nel nostro vocabolario morale. L’ascolto coinvolgeva la nostra esperienza. Disse che fare esperienza significa stare con gli uomini, significa essere tolleranti, non accettare solo chi la pensa come noi. In qualche modo era dalla nostra parte. Era un uomo romantico, Nono. Credeva che il suo mestiere fosse soprattutto un continuo atto d’amore.

Dino Cassani vorrebbe dire qualcosa.

– Si, ma al di là di questa testimonianza umana molto bella, ecco, io vorrei sapere se Nono ha lasciato una traccia di questa sua presenza, una registrazione di una lezione, uno scritto,se lei avesse delle foto,per esempio…

E’ arrossito. Tutti così, quelli che vengono a saccheggiarci, pratici e dogmatici. – In verità, non ho niente. Le foto, gli scritti, le eventuali registrazioni sono presso l’archivio del conservatorio.

– E Saverio Imbimbo? Non potrei parlargli?

Ingoio un bel sorso di cognac. Di nuovo sento le farfalle nello stomaco.

– Saverio è mancato, qualche anno fa. Mi dispiace.

Dino Cassani si alza.

– La ringrazio comunque del suo ricordo di Nono.

-Grazie a lei per avermi dato l’opportunità di ricordare.

– Mi ha fatto vivere un periodo che conoscevo solo per averne letto.

– Il tempo si ammonticchia nelle nostre vite come neve. Noi siamo pronti a spalarla, lei a cadere. Ogni tanto fa bene controllare a che punto siamo.

Mi offro di accompagnarlo. Lui chiede se ci sono taxi. Gli rispondo di no. Piove leggero, adesso. Scendiamo insieme. Il cognac mi torna in gola come un groppo. Per strada mi parla di lui. Ascolto poco. Le avanguardie…la consonanza, la conoscenza dell’ultimo Nono, Prometeo. La sua voce ha un timbro lamentoso. Lo lascio all’albergo. Inutilmente Dino insiste nell’invitarmi a cena.

Il fuoco è ancora acceso. Faccio entrare i cani a scaldarsi. Si accucciano vicino al camino. Ho urgente bisogno di parlare con Dolores.

– Allora? Com’è questo Dino?

– Lo hai mandato tu? O è venuto per caso?

– Ma che è successo? Mi sembrava una brava persona.

– Voleva sapere di Nono, di musica incontro, voleva conoscere Saverio…

– Non potevo immaginare…

– Ho dovuto bere due cognac per darmi il coraggio.

– Ti capisco.

– Non, tu non puoi capire. Che te ne stai lontana, al riparo! Le cose che accadono qui ti sfiorano! Lo capisci che sono sola in questa città, che siamo andati tutti via, senza esserci mossi?

– Ma, Mimma non puoi credere quanto mi dispiaccia…

– Dolores nessuno ha il diritto di turbare il mio silenzio. Ti prego, Non voglio essere più coinvolta!

Chiudo il telefono. Stacco la spina. Spengo il cellulare.

Vado nello studio. Apro il grande armadio di noce. Prendo una scatola  La riporto in soggiorno.

Le foto di Saverio sono in una busta arancione. Bianche e nere, qualcuna a colori. Saverio e Carmine sotto la neve, nel giardino.

Saverio indossa il suo giubbotto blu alla marinara, con le tasche che si aprivano in lunghezza e la sua sciarpetta rossa, per ripararsi la gola che aveva molto delicata.

Saverio che porta a cavalcioni Giuseppe. Op, op cavallin, op op signora.

Saverio in cucina che bagna un pezzo di pane nel sugo. – La cuoca oggi che misteriosi pranzi prepara? – E alzava il coperchio senza chiedere permesso.

Saverio e Luigi Nono al belvedere del Terminio, Saverio con il braccio teso che gli indica qualcosa nella valle. Foto di gruppo con Saverio, Luca , Silvia, Maria Teresa, Carmine, io, Enzo, mentre aspettiamo Canino in piazza Duomo, per il suo primo concerto in città.

” Vorrei rimetterti in pancia e farti nascere di nuovo”

Parlo da sola ad alta voce. Lo faccio sempre, guardando le foto di Saverio. Non fu capito. Non volle mai svelare quanto fosse senza scampo la sua solitudine. Eravamo tutti una  gioventù laboriosa, come diceva Luigi Nono. E’ stata la stagione più bella della nostra vita. E ora che Saverio non c’è più, e sono passati tanti anni, continuo a sentire la mancanza della sua amicizia, tormentosa, ma vera, profonda e irripetibile. Mi manca la sua lucidità, il sapere andare oltre le soglie dell’apparenza.

Mi manca la sua scabrezza, quel dire la verità senza mediazioni, con quella sua voce cantilenante, quel suo sorriso triste, malgrado facesse di tutto per mascherarsi.

Mi manca il suo intelletto, la sua profezia, la sua tenacia.

Saverio è mancato a questa città, che come lui, è voluta scivolare in una oscurità senza ritorno.

 

Sabato.

E’ una giornata caldissima e luminosa. A malincuore sono in piscina. Dolores mi ha chiamato mentre dormivo, ieri sera. Dice che viene ad Avellino, per il fine settimana.  Mi ha chiesto se poteva dormire da me. Sono scoppiata a piangere. Mi sono addormentata all’alba.

Siamo in cinque, in piscina, di nuovo. Il ragazzo che non ha voluto tuffarsi martedì tenta davanti a me un galleggiamento con la tavoletta. Siamo nella stessa corsia. Ci alterniamo nell’andata e nel ritorno. Annalisa è frenetica. Batte le mani a tempo. – Uno,due, tre. E girare…Prendere fiato, espirare.

Ho la testa immersa. Vedo i piedi delle due ragazze battere senza sosta, come ali di uccello. Il ritmo risuona nello spazio. Concreto. Seriale.

Cronometrare, vasca dopo vasca, è prendere le misure della nostra vita. Quanto sarà lunga e solitaria  la nostra resistenza.

– La signora Mimma oggi è silenziosa.- dice Annalisa. – Le ho preparato una sorpresa. Alzo il braccio destro. Continuo. Non voglio perdere fiato.

Dino Cassani è partito stamattina. Contento. Porta con sé il trofeo che cercava. Ha trovato la registrazione di una lezione di Nono al conservatorio. Mi ha promesso di inviarne una copia su CD.

Annalisa fischia. E’ il tempo dei tuffi.

Ha fatto montare un trampolino alto che non avevo notato, entrando.

– E’ per lei! – mi invita Annalisa. – Appena un metro e mezzo!

Il ragazzo resta nell’acqua. Annalisa sale sul trampolino.

Rilassata, e mani lungo i fianchi. Respiro, testa tra le braccia, piedi uniti, alzare i talloni…

La parabola è perfetta. Annalisa entra nell’acqua senza sollevare una goccia. Il ragazzo l’applaude. Lei lo raggiunge. Lo prende per mano. Lo costringe ad uscire dall’acqua.

Tocca a me. Salgo veloce. L’entusiasmo di Annalisa mi ha contagiato. Una volta sulla pedana, a un metro e mezzo da terra, ritornano le solite farfalle nello stomaco. Ingoio. Respiro. La distanza tra il mio corpo verticale e l’acqua orizzontale si moltiplica, come un’onda sonora.

Voci, battere di remi, piazza, frammenti, fabbrica illuminata, suoni concreti, silenzio, nastri magnetici, serialità, al gran sole carico d’amore, ai suoi infiniti possibili, canto sospeso.

Saverio. Sospeso.  Il Terminio.  Il suo volo.

Vedo appannato. Faccio un passo indietro. Alzo gli occhialini sulla cuffia.

Non riesco a tuffarmi.

 

Trent’anni fa, oggi,  moriva Gaetano Vardaro, professore ordinario di diritto del lavoro. Dalla seconda metà degli anni 70 e per più di dieci anni,  ideò e animò, con altri amici e compagni, l’associazione  MUSICA INCONTRO. I protagonisti della musica classica, e non solo (  Luigi Nono, Maurizio Pollini, Claudio Abbado, Luciano Berio, Bruno Canino, Rocco Filippini, il Quartetto italiano, i Solisti di Roma,  Giovanna Marini,Mario Schiano, Giorgio Gaslini, Severino Gazzelloni, Michele Campanella) vennero ad Avellino a tenere concerti, incontri, dibattiti, dando vita ad una irrepetibile stagione culturale.

Lo ricordo in un mio racconto, Gli infiniti possibili, pubblicato nella raccolta Gli incendi del tempo , et.al 2013.

il disegno dell’immagine è del maestro Giovanni Spiniello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A Giovanni Iannaccone.

 

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 011

Siamo stati la generazione che doveva riscattare ii nostri genitori dalle sofferenze della guerra e dalle occasioni che non avevano avuto. Soprattutto noi, ragazzi del Sud, interno. Abbiamo studiato con profitto, sempre promossi, diligenti, pronti ad ogni sacrificio. Abbiamo intrapreso facoltà difficili, pur di saperli orgogliosi di noi. Perché quelle bombe che erano riusciti a scansare miracolosamente, quegli inverni di fame, di freddo, quelle cupe disperazioni dell’alba sono stati i racconti della nostra infanzia, una specie di beato tormento quotidiano, a cui venivamo sottoposti senza cattiveria, semplicemente perché tutto quello che avevano attraversato era ancora nelle loro menti e nei loro occhi. E non erano bastate le nuove case, modeste, ma integre, i balconi di fiori, la seicento nel cortile, gli abiti nuovi negli armadi, i mobili lucidi e pieni di piatti e bicchieri, la televisione, il frigorifero, la lavatrice, la piccole vacanze, per rasserenare gli animi e per convincerli che si, era proprio tutto passato e che si poteva finalmente tirare un respiro di sollievo, cominciava un lungo tempo di benessere e di pace. Ci voleva altro: un cambiamento sociale.

 

Sono stata una ragazzina sempre molto studiosa, sempre appassionata ai libri, alle storie, alla scrittura. Eppure tutto questo non era visto dai miei genitori, presi com’erano nel loro bisogno di medicare ferite per me ignote. Lutti e sogni sono stati il companatico di una vita trascorsa al riparo, come in trincea. “Fai il tuo Dovere” era il comandamento, e se qualcosa  era permessa, era soprattutto ciò che volevano loro.

Se avessi scelto lettere, non sarei dovuta andare all’Università.

Ma se avessi scelto architettura, allora, avrei potuto studiare fuori.

Il fuori era una bolla sconosciuta, invitante, infinita. Cosa avrei trovato? Qualunque cosa, ma non la grigia solitaria esistenza di una piccola città di provincia, in cui non c’era neanche un treno per partire. E assetata com’ero di vita, ho accettato tutto pur di vedere, di conoscere.

E così che ci siamo incontrati, Giovanni caro, al terzo anno di architettura, in quell’aula di Composizione Architettonica, con il professore De Franciscis e il progetto di una’area da recuperare accanto a piazza Mercato. Eravamo entrambi di Avellino,  scoprimmo, e ti presentai agli altri studenti. Un gruppetto che avrebbe fatto furore, negli anni a venire.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 007

Sono stata la prima laureata in famiglia, riscattando una generazione di commercio, di impiegati, di artigiane. Riscatto, poi, e da  cosa? Non era meglio la piccola imprenditoria, che avrebbe fatto forte il Sud, che una classe impiegatizia, che poco ha prodotto in idee e progetti?

Mi sono ritrovata architetto, ma non era la mia vocazione. E per molto tempo non ho saputo più chi ero. Non ho avuto nessuna malizia, non ho saputo approfittare come molti colleghi giustamente hanno fatto, della valanga di lavoro arrivata dopo il terremoto del 1980. Non avevo la forza di guardare, solo un gran desiderio di diventare invisibile, di rincantucciarmi, quanto più possibile, tra i miei libri, le mie piccole innocenti passioni.

A mio modo , ho combattuto una lunghissima estenuante guerra, in cui non c’erano bombe, né stomaci vuoti, ma corpi che desideravano essere nutriti, di parole, di storie, di immagini, corpi che desideravano occasioni per crescere, per imparare a stare al mondo, e che dovevano  fare a patti con altri corpi, piccoli corpi bambini, che a loro volta volevano attenzione.

Siamo cresciuti percorrendo un binario di   realtà e desiderio,  un piede sulla realtà, un altro sul desiderio,  mentre il tempo, come un treno, ci tallonava. Non so davvero se siamo stati felici. Siamo restati in questa città come vestali, come sacerdoti del tempio, a tener vive abitudini e memorie. E intanto intorno a noi, nel mondo, cadevano confini, governi, statue, bandiere, i territori si cancellavano, si ampliavano, si dividevano, nascevano conflitti di ferocia inaudita, sul corpo e la pelle di innocenti civili, e i popoli si  mettevano in marcia, cercando nuovi approdi, nuovi sentieri di pace. E noi sempre qui, fedeli ad un destino che forse aveva del comodo, del protettivo, dell’infruttuoso: il nostro.

Abbiamo seppellito il padre, quel padre che voleva attraverso noi, diventare ciò che non era stato.   Un poco alla volta, una parola alla volta, il nostro corpo si è nutrito, finalmente, ha preso forza, e nuove storie hanno cominciato a formarsi, nella mente, e nuova energia ha circolato nelle nostre mani e nel nostro cuore. Decisi, ma ancora tremanti, abbiamo cominciato a vivere di parole.

 

Tutti questi ricordi, me li hai scatenati tu, Giovanni, ora che non ci sei più. Eri nato nel mio stesso paese, Atripalda, le nostre nonne, Bersabea e Petronilla erano amiche, i nostri genitori si conoscevano bene. E noi eravamo destinati a diventare colleghi e amici. Abbiamo studiato insieme molti difficili esami, tu avevi una mente prodigiosa, matematica, forse anche per te l’architettura non era il tuo divenire. Sei stato il primo tra noi a sperimentare l’informatica applicata alla pianificazione urbanistica, il primo a lavorare a un progetto innovativo di Urbanistica nel L.U.P.T. con il professore Piemontese, di cui andavi a ben ragione fierissimo. Eri metodico, curioso, di ogni formula, di ogni scelta progettuale  dovevi farti una ragione , dovevi essere sempre convinto. E mettevi a dura prova la nostra scarsa impetuosa pazienza . I tuoi ragionamenti pacati, con la matita in mano, sulla necessità di uno slargo o di un percorso, su un progetto, ore a convincerci che avevi ragione, sono restati memorabili. Portavi avanti i tuoi argomenti sempre con la tua ostinazione, con la tua fede nella razionalità, che era incrollabile. A volte vincevi tu. Perché avevi colto, con il tuo sentire sensibilissimo,  il vero.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 010

Sei stato il primo di noi, noi del gruppo di composizione architettonica, quello con Rocco, Eligio, Gianni, Maurizio, Luigi ad andartene. Non credevo che mi potesse fare così male. Perché ci siamo divisi un affetto leale, un’amicizia serena, qualche segreto, qualche litigio. Se ne va una parte del nostro paese, Atripalda, a cui tu hai dato tanta cura e impegno, non ultimo il tuo ruolo di Priore della Confraternita di Santa Monica,  a cui io sono rimasta così profondamente legata. Se ne va anche una parte di me, quella della studentessa studiosa, “secchiona”, come dicono i miei figli, che con sacrificio, tanto, ha riscattato la generazione dei padri, se ne vanno gli anni, non quelli passati che sono già andati, ma tutti quelli a venire, ancora, insieme. La tua amica  Emilia Bersabea.

le foto sono dell’architetto Rocco Fasolino.

 

 

Stabat Mater.

 

Niccolò_dell'arca,_Compianto_sul_Cristo_morto,_Chiesa_di_S._Maria_della_vita,_Bologna_06

Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, guardò nell’oscurità della platea. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare. – Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam-

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto.Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Sentiva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire?

Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

-Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.

-Stavo pensando di andare a letto…

-Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale.

-Non ho voglia…

-Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per entrambi. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo a oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.

Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio a una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dal sopracciglio. A un tratto sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina, imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.

– Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. –

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì.

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto. – mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande. A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa a insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella -Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella, c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavorare e portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea.

Adesso, tento l’aria della sera.

 

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero.

Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa.

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera. – Sei uno splendore!-

Ha sempre di questi complimenti esagerati.

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente.

Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo. – Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme con lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale della provincia, per non avere contatti con i colleghi.  Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie. Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe. Donne sole eleganti e scollate.

-Non entro. – ho detto a Eugenio.

Lui mi ha afferrato per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me.

L’ho guardato. Ha un viso puro, senza una ruga. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era a un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi.

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio.

Ho scosso la testa.

-Tu dici troppe bugie.

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.

-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito.

-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

Il controtenore è giovane. Ventitre anni, leggo dalla brochure. Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato. Stabat madre dolorosa. Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota.

Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro.

Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo.  Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole.

Andrea aveva faticato a separarsi da me.

– Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe. – Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece.

La voce del controtenore è un filamento di seta  stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama.

Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo il venerdì santo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- dissi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me.

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

– E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata.

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi  porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo  che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi.

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo.

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

– Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente…

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse.

E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni.

Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai.  Qualcuno della polizia mi riconobbe. Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.

 

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di venerdì santo, i fiori ancora freschi del Sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glielo aveva confessato.  Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei.

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre. Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò… come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi.

– Forse dovresti convincerlo  a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.-

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai.

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.-

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua.

– Devo ringraziare lei, allora?

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani.

 

La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda.

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

riproduzione riservata.

Avellino, 10-15 settembre 2007

 

 

 

Feminism fiera dell’editoria delle donne

Roma 8 marzo – 11 marzo 2018

Casa internazionale delle donne, via della Lungara 18

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Qui sotto, le iniziative de L’Iguana editrice, alla 1° fiera dell’editoria delle donne.

Per saperne di più:
www.casainternazionaledelledonne.org › … › Feminism fiera dell’editoria delle donne

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Vetril

a Sandra Luongo
straordinaria tessitrice irpina.

Irving Penn, Girl Behind Bottle, 1949

Il primo ad arrivare fu il battezzato, un pupo biancovestito, rotondo come uno gnocco di patate, le scarpette di pelle morbida, il ciuccio azzurro che penzolava da una spilla da balia. Era, il bambino, in braccio ad una giovane dai capelli rossi, corti sul collo e lunghi sul davanti, labbra viola intenso. La donna indossava un completo pantalone nero gessato su una camicia bianca con il collo ad anello, scarpe nere dal tacco alto, che la faceva ondeggiare ad ogni passo.

– Quella là non può essere la madre del bambino – affermò la signora Nora dalla cucina, mentre affettava i porcini – quando allattavo portavo sempre camicette con le ciappe, che si aprivano subito per cacciare il seno. Ti ricordi, Amato?

– Mannaggia bubbà, certo che non è la madre – replicò il marito della signora Nora, un piccoletto dai grandi occhi azzurri, che si chiamava Amato di nome e di fatto, a giudicare dalla pazienza che la signora Nora portava con lui, sempre in giro per la sala a chiacchierare e sorridere alle signore – quella è Giovanna, la commara, la figlia della signora ‘Ngiulina.

– Tutte lui le conosceva le donne del circondario – sbottò la signora Nora, che non metteva mai la testa fuori dal ristorante – perché lei doveva lavorare – e sottolineò lei brandendo il coltello come un’ascia.

– Comunque – concluse, mentre il marito si avviava nella sala – chi sia sia, Vetril, valle a dire che non è ancora pronto e intanto se vuole, può sedersi sotto il portico. Ma statti poco, che mi servi qua –. E si chinò a infilare la lasagna, nel forno. Così era la signora Nora, un accumulo di carne cotta a puntino, morbida e con una sottile crosta.

Io rispondo al nome di Giuseppe Di Stasio, detto Vetril, perché da bambino vedevo sempre tutto appannato e pulivo il banco e i vetri della scuola con lo straccio e il detersivo che mi portavo da casa. Ero così maniaco che la maestra, d’accordo con mamma, decise di legarmi le mani per farmi passare il vizio. Ho smesso da tempo questa fissazione, ma il mondo resta comunque a mio giudizio un luogo opaco. Ormai ho ventisei anni e il soprannome Vetril non riesco a scollarmelo da dosso: nei paesi è così, nasci e muori con uno scangianome che diventa come un marchio.

Mi affrettai ad uscire dalla cucina. Fuori era una bellissima giornata, freddo e luce, un febbraio limpido come non ne faceva da anni: nel bosco, sotto i castagni, erano spuntate già margherite e crochi. Invitai la ragazza, che intanto passeggiava all’ ingresso, ad accomodarsi fuori e le mostrai la panchina di legno.

– Non trova che da qui c’è una vista bellissima dell’Irpinia – esordii, aggiustandomi gli occhiali sul naso –quel paese di fronte è Nusco, più avanti si arriva al Goleto, un convento di monache del duecento, la nostra terra è davvero da scoprire.

Lei mi guardò con i suoi occhi rimmelleggiati. Conosceva quel panorama da quando era nata, e francamente era anche un po’ stufa di vederlo. Poi si sedette sulla panchina e prese a cullare il bambino. Da vicino la ragazza aveva guance morbide e mani polpose. E anche un po’ di curve al punto giusto.

Il bambino tardava ad addormentarsi, la testa infilata nelle braccia poco esperte della giovane, sotto una copertina color paglia, ricamata a pulcini e violette. Non trovava requie, a giudicare da come sbatteva nel cercare una posizione comoda, mentre lei gli teneva fermo il ciuccio per tentare di quietarlo.

– Hanno detto che venivano appresso a me, ma non si vede nessuno – si lasciò sfuggire.

– Chi?

– Il padre e la madre di Gianmarco, il battezzato. Litigavano Si sono messi a litigare sul sagrato della chiesa, il bambino ha cominciato a piangere, povera anima di Dio, e me lo sono preso io. Hai una sigaretta? – chiese, cambiando argomento.

Le risposi che non fumavo e che dovevo tornare in cucina. Lei  continuò a star china sul bambino, mentre gli aggiustava la copertina e sussurrava parole zuccherose.

Feci ancora un’ultima ispezione alla sala: era stata un’impresa sistemare sessanta sedie intorno a un tavolo a ciampa di cavallo nella sala rosa del ristorante, mettere vasi con i fiori, piattini con i confetti azzurri ogni sei posti. La famiglia del battezzato aveva voluto proprio quella, la più piccola ma la più bella, con l’affaccio sul montagnone,   e il camino acceso. I secondi ad arrivare furono i fotografi, Franchitiello e Luciano, miei cugini alla lontana. Non erano più in concorrenza tra loro, da quando avevano aperto insieme uno studio sul corso di Nusco. – Co’ sti cellulari credono tutti che sanno fa’ le foto –, sosteneva Franchitiello che era il più alto dei due e il più piazzato, con un massa di ricci neri e un collo taurino. – Si, se lo credono – sospirava Luciano, con capelli bianchi legati in un codino, il viso appeso, la camicia jeans troppo larga. – Questi fotografi del selfie scattano qualunque cosa, ma non sanno vedere niente.

Girarono per la sala, cercando un angolo per lasciare le loro borse. Si avvicinarono. Che facevo là?

– Ci lavoro – risposi – ma solo il sabato e la domenica, quando viene più gente. Gli altri giorni mi arrangio a fare un po’ di lezioni private di latino, a casa.

– Si, ma sto’ latino, pare che non lo vuole ‘mpara’ più nisciun’ – disse Luciano.

– Questo ho studiato e questo posso insegnare – risposi piccato. In segno di complicità, mi mollò una fraterna pacca sulla spalla.

La terza ad arrivare fu la famiglia della genitrice: la nonna, con il suo scialle scuro, il vestito blu a piccoli disegni beige, il fazzoletto di lana in testa accompagnata da due signori che la tenevano sotto braccio, la mamma, grassa con una testa piccola e il tuppo ben tirato, vestita di nero, con un foulard azzurro sullo scollo e le scarpe comode, e finalmente lei, la madre di Gianmarco, una ragazza formosa, con due cosce a mortadella che sbottavano dai pantaloni neri, con una camiciola ricca di volant, trasparente sulle maniche, lunghi capelli mesciati lavorati come il ferretto del cavatappi, che portava il bambino nella carrozzina. Dietro era la folla degli invitati, col loro brusio allegro, le tolette eleganti, gli scialli di poliestere luccicante, complicati chignon: chi andava a riscaldarsi accanto al camino, chi si fermava a chiacchierare con Amato, chi cercava il suo posto a tavola, chi si affacciava in cucina, per salutare Nora.

Ero sulla porta a vetri ad accogliere e a indicare la sala, già stanco. Se non fosse stato per i centocinquanta euro settimanali più le mance, sarei rimasto certamente a casa a leggere La montagna incantata, che avevo iniziato la sera precedente e mi aveva mantenuto sveglio fino alle due del mattino. Malattia, amore, morte sono le tre vere tappe misteriose della vita, non c’è Vetril che tenga. E poi, come diceva il grande Thomas, quando si tratta dei morti e quando si parla ai morti, il latino, la mia cara lingua che nessuno vuole più, torna in vigore.

Il quarto ad arrivare fu il padre del bambino. Un giovane di Cassano, mi sussurrò Amato, che si era messo accanto a me ad accogliere gli invitati, una capafresca che non aveva lavoro e viveva sulle spalle della famiglia di lei.

– Si chiama Michele Ventre, voleva fare ‘o ballerino in televisione, mannaggia bubbà!

– E mo’?

– Abballa e fa’ abballà, capisci a mme!

Michele passò scanzonato nella sala, come se effettivamente andasse a danzare, vestito di scuro, la camicia aperta sul petto, i capelli rasati e una cicatrice sotto il labbro, seguito dal pasticciere con la torta. – Là, su quel tavolo – fece cenno Amato, e indicò un banchetto coperto di tulle, sotto la finestra. – Dove sono il compare e la commare? Facciamo subito la foto davanti alla torta e non ci pensiamo più! – chiesero i fotografi. E ricomparve la ragazza con i tacchi alti, avvinghiata ad un tipo del paese, tale Enzo, uno spilungone con gli occhi di talpa, che incontravo la sera al pub.

Ma il bambino, preso di colpo dalla carrozzina, iniziò a piangere e strepitare. Non bastò la nonna, non bastò la mamma, i tututu, i nonono, in braccio non voleva stare e si contorceva come una serpe. La foto così non si può fare, sostenne Franchitiello. La commara lasciò la sala mandandoli a quel paese. Il compare, vestito di un abito grigio lucido, troppo leggero per la giornata, pregò che si chiudesse l’invetriata.

La signora appena entrata serrò la porta lentamente e cercò di ambientarsi. Lei non era un’invitata, lo capii subito. Sembrava, a prima vista, la reincarnazione di Ingrid Bergam in Viaggio in Italia: sottile, bionda, di un’eleganza fuori moda, guanti marroni di pelle, cappotto cammello svasato, un cappello nero, a baschina, con la veletta che le copriva metà volto. La bocca era disegnata con un rossetto chiaro, aveva labbra piene, fuggevoli, come se sorridessero sempre. Sedette ad un tavolo libero, nella sala d’ingresso, senza levarsi il cappotto. Amato non mi permise di servirla. Bofonchiò: – A questa ci penso io, me l’acconzo pe’ li fieste! – E andò a prendere la comanda. Lei ordinò vino rosso, purè con porcini, ravioli al tartufo, solo indicando le pietanze dal menù illustrato.

– Straniera, mannaggia bubbà, chissà come è capitata qua – comunicò deluso alla moglie.

– Sarà imparentata con qualcuno che non conosci, una volta tanto.

Io fremevo, avevo chiamato anche l’altro cameriere per cominciare, la signora Nora aveva avvisato dalla cucina che gli antipasti erano pronti, i piatti in fila, il prosciutto potrebbe seccarsi, il pane biscottarsi. E così cominciammo a servire.

– Questi figli, sono come vengono – sentii dire da una signora vestita di marrone, con i capelli color foglia morta – non c’è casa che non tene ‘no guaio. E il giovane seduto accanto le fece eco: – Hai ragione, zia Assuntina, ma non è bello parlare di guai ad un battesimo. Che c’entra quell’innocente? – È una storia di corna – sussurrò la zia Assuntina – lei se la faceva con un altro, che è scappato, forse il figlio è di quell’altro e hanno incastrato lu’ ballerin! Per questo il bambino piange sempre, non si trova in mezzo al suo.

Gli ultimi ad arrivare furono due bambini rossi e sudati per la corsa, che nominai subito Hansel e Gretel. Lei aveva una camiciola a fiori, un blu jeans stretto e morbido, i capelli neri lisci e lucidi, con la riga a destra. Lui un maglione a trecce, di lana e un jeans, i capelli corti e neri, gli occhiali neri, quadrati, che sembrava un piccolo giornalista. Entrambi avevano uno sguardo luminoso, quieto. Incuranti del rimprovero dei genitori, andarono a sedersi vicini e continuarono a parlare senza badare ai parenti. Lei pronunciava una sola parola. Poi taceva. Lui ne aggiungeva un’altra. Lei approvava, e così via. Casa, camino. Torta, candele. Bambino, mamma. Luce, buio. Auguri, auguri, l’antipasto in tavola, le bottiglie aperte, il vino nei calici, il padre e la madre sedettero vicini, ignorandosi, Hansel e Gretel, così diversi dagli altri piccoli mocciosi che chiedevano cocacola e aranciata e strappavano il prosciutto con le mani, parlavano di tori, corride, rosso, verde. Il battezzato sonnecchiava, tra le braccia del padre, che non lo sapeva tenere o forse si era stancato e lo piazzò nel carrozzino. Il bambino, gli occhi aperti, seguiva la luce del camino. I fotografi scattarono istantanee alla tavolata. Per un po’ sembrò andare tutto bene. La lasagna fu divorata in un attimo, l’aglianico fu assorbito come acqua in una spugna, la carne di vitello al forno con i pisellini spazzolata come un velo di polvere sulle scarpe. Ad un cenno della genitrice, entrarono in sala i musicanti, uno con la fisarmonica, l’altro con il clarino e iniziarono a suonare la tarantella di Montemarano. Il bambino, svegliatosi di soprassalto, urlò. La musica copriva le sue grida, feci cenno alla mamma, ma non mi vide, rapita dal ritmo, furono Hansel e Gretel a prenderlo e consegnarlo a lei, tutto piangente. Lei lo cullò nelle sue braccia grassocce, ma il battezzato continuò a disperarsi.

– Ha fame – disse il padre ballerino.

– No, è squieto, troppo rumore e troppa luce.

– Ti avevo detto che non era il caso di fare questo pranzo da cafoni, pure con la musica.

– Qui si usa così, non potevamo fare la figura di morti di fame.

– Dagli da mangiare, prova. E finiamola presto.

Ci fu una pausa. Qualcuno uscì a fumare, i bambocci corsero fuori, le donne in fila si avvicinarono al posto dove la genitrice allattava il bambino, la schiena girata contro il tavolo. Io restai a sparecchiare, accatastando i piatti sul carrello. Hansel e Gretel si alzarono da tavola, si avvicinano alla signora sconosciuta che intanto aveva finito di mangiare e si godeva la scena delle buste di soldi portate in regalo che passavano dall’ospite alla nonna alla mamma, che con una sola mano le infilava nello zaino. La bambina mi venne a chiamare. Voleva che chiedessi alla signora di farle provare il cappello. Non ne aveva mai visto di così eleganti. La donna, da vicino, aveva la grazia di una Madonna del Botticelli. Più bella di lei non ne avremmo incontrate mai, a Nusco. Tentai di parlare, allora col poco di inglese che sapevo.

– Girl whant  hat, please.

Lei annuì, aggiustò dolcemente il cappello sulla testa della bambina, tirò giù la veletta, stette un momento ad osservarla, poi mormorò qualcosa che sembrò simile a Little Princess.

-Come stai bene! – esclamò il ragazzino.

Gretel era ferma, come ipnotizzata. Corse a specchiarsi nella sala grande, si mirò, alzò e abbassò la veletta, tornò indietro, eccitatissima, tenne ancora un po’ il cappello in testa, poi lo posò sulla panca. La donna le fece una carezza lenta, dolce, pronunciando non so che altre parole, tutte piene di consonanti. Decisamente non era inglese. Forse le augurò lunga vita, o sii felice, forse le disse soltanto grazie o bella o forse pronunciò Vetril, come se ci conoscessimo. Poi, guardandomi negli occhi, disse:

– I go.

– No – pregai sfrontato, sfiorandole la mano – resta ancora un poco. Lei mi guardò e capii cosa significasse innamorarsi al primo sguardo. Sarei rimasto difronte a lei e le avrei chiesto di portarmi via, dovunque.

Lei alzò le spalle, cercò una sigaretta nella borsa. Tutto inutile. Chiamai Amato. Era lui l’addetto alla cassa.

Il battezzato, una volta poppato, si calmò. Fu rimesso nella carrozzina. I musicanti attaccarono Franceschina la calitrana. Gli altri cantarono in coro, accompagnando il ritmo con le mani. In cucina avevamo riportato ventiquattro bottiglie di vino vuote.

– Ma si è capito chi è quella bella signora? – mi chiese Nora, che finalmente si era seduta sullo scannetto e beveva un caffè.

– Una fata svedese.

– Vetril, meno male che a te t’aiuta la fantasia!

Che ne sapeva, Nora: per me c’era il sabato e la domenica di lavoro, poi cinque giorni immobili, come corpi impiccati lasciati all’aria. Era quello l’opaco del mondo, il quotidiano tempo fermo, che non sarei mai riuscito ad allontanare da me, per come mi si era appiccicato addosso. Mi restava l’immaginazione, unica alleata nella sfida alla malinconia. Feci finta di niente. Agitai la testa, come un pagliaccio e continuai a entrare e uscire dalla cucina, riportando il carrello con i piatti sporchi. Le patate fritte arrivarono sul tavolo, ma pochi le mangiarono. Il caciocavallo restò intatto nei piatti. Il compare e la commare si misero a ballare. Lei mi lanciò uno sguardo annoiato. Poi sorrise al suo ragazzo. Dalla sala scorsi andare via la signora, nella sua eleganza irreale. Corsi ad aprirle la porta. La luce, fuori, si era fatta più dolce. Le presi la mano e la portai alle labbra. Avvertii un profumo di mughetto. Lei ritirò la mano, infilò i guanti e mi lasciò in quel paesaggio fermo di boschi e sorgenti, che sapeva di fotografia. La porta sbatté dietro le mie spalle. Il bambino lanciò uno strillo acuto, come di un vetro in frantumi. La genitrice non si alzò. Il genitore distratto continuò a muovere passi di danza nello spazio al centro del tavolo. Gran parte della tavolata batteva le mani. Franchitiello e Luciano si appostarono in due punti diversi della sala, a riprendere i primi piani, in bianco e nero, come erano soliti fare.

Si udì un altro terribile strillo. Accorsero subito Hansel e Gretel, veloci spostarono la carrozzina dalla zona del caminetto verso l’entrata e presero a dondolarla. Il bambino pianse ancora un poco, poi si portò le dita in bocca e succhiò fino a calmarsi. I due bambini, nell’angolo della sala rosa,  cullavano il battezzato e continuavano a sussurrarsi parole, come se la festa intorno a loro non ci fosse. Non erano una fantasia. Erano vivi, raggianti,  in carne ed ossa, gli unici, in quella sala, a non essere opachi.

Mi accostai per spostare il banchetto della torta al centro della sala.

Sentii Gretel pronunciare “Cappello” e Hansel rispondere senza esitazione “Veletta”.

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Grazie a www.osservatoriocattedrale.com

January 11, 2018  I racconti carnali di Emilia Bersabea Cirillo.

La vetrina di oggi è tutta dedicata a un’autrice poco conosciuta, i cui racconti, però, sono delle autentiche perle. Desideriamo segnalarvi due libri, il primo più recente (2017), il secondo più datato (2001), che secondo noi meritano di arrivare a un pubblico più ampio.

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TITOLO: Potrebbe trattarsi di ali

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: L’Iguana Editrice   PAGINE: 168   PREZZO: 14,00

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, niture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante.

Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare.
Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano su due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi.
Nel suo corpo qualcosa sta cambiando. Allora accartoccia le spalle, ruota la testa da destra a sinistra, si stende sul pavimento di ceramica gialla a pancia sotto e respira, la faccia nel gomito, come stesse prendendo il sole. 

“Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari ai personaggi per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile,
quello della morte.”
Laura Marzi, Il Maifesto

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TITOLO: Fuori Misura

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: Diabasis   PAGINE: 176   PREZZO: 12,91

La raccolta, composta da otto racconti, affronta il tema del corpo e delle sue metafore, indagato secondo due differenti linee di sviluppo. Una ricerca improntata ai toni del grottesco, “tutta carnale”, apre spiragli di fisica e divertita ironia e fa da contrappeso a una esplorazione più sinuosa e allusiva, che sfocia in lacerazioni interiori e in un vissuto denso di dolori e sofferenze impronunciate. In un’epoca in cui il corpo e l’apparire sono più importanti dell’essere, questo libro, ironico e divertito, tenta di sdrammatizzare problemi che sono all’ordine del giorno nel nostro vivere. Leggerezza e pesantezza, ironia e angoscia, in una scrittura davvero misurata e sapiente, si alternano come una musica nella dissonanza dei corpi.

“La Cirillo appare una scrittrice da tenere d’occhio. Proprio attraverso il grottesco riesce a forare la superficie visibili e a condurre una esplorazione allusiva che apre spiragli sul senso del vivere e delle emozioni ad esso legate. E in questa sembra allieva di una grande scrittrice quale è Flannery O’Connor. Creando un’atmosfera grottesca, il mondo non viene più visto in modo convenzionale e si è obbligati, se così possiamo dire, ad andare oltre. La scrittura della Cirillo è dunque l’esatto contrario del «buon senso». La sua, insomma, è una sorta di grande rivincita su esistenze che sanno mantenersi in «linea», anoressiche o comunque misurate: «Io sono uscita fuori misura». Qui i vestiti vanno sempre stretti («Tutto gli andava maledettamente stretto») e allora anche una nana può diventare maîtresse con un’ironia leggera e gustosa.”
Antonio Spadaro, Stilos

Il vestito azzurro. Un racconto di Estela Picco

estela picco e le sue candele

Estela Picco, argentina,  non era solo un’artista delle candele, che creava negli spazi di Animarte, piccola grande fucina di esperienze messa su con le amiche Irene Russo, pittrice, Arianna Ciamillo, laboratorio di cucito, Lidia Martone, ceramista.

Aveva frequentato il primo anno della nostra scuola di scrittura Paroletranoileggere e ci aveva regalato un  racconto bellissimo, Il vestito azzurro,  scritto nella sua lingua madre, lo spagnolo, che Lidia Casali aveva poi tradotto.

Vogliamo ricordarla oggi,  che non è piu con noi, con queste sue parole, perchè tanti conoscano il suo talento e ne ricordino il magnifico sorriso .

Emilia ed Anna

 

 

                                                                                                                Traduzione di Lidia Casali

                                                                                A mi madre.

 Nel tardo pomeriggio  di una domenica calda e umida, mentre corro felice per la campagna, sento la pelle sempre più appiccicosa e impolverata, in un vestito di batista azzurro stretto e smunto, che ho ereditato, lavato e stirato, dalle mie sorelle maggiori.                                                                          E’ il mio primo vestito e mi fa sentire carina, lo cucì  mia sorella Margherita che sta imparando dalla signora Elvira, la vicina di casa che arrivò dall’Italia col mestiere di sarta.                             Non mi importa che l’azzurro sia, in qualche punto, diventato quasi grigio e che si notino le cuciture fatte e rifatte e le allungature dell’orlo;  è il mio unico vestito e perciò è, per me, tanto bello.                                                                                                                                                                 Ha delle costure sul collo, e pieghe nella gonna, le maniche hanno arricciature che si uniscono con  un gran bottone marrone.  Mi sento vestita come una signorina, anche se ho soltanto otto anni e sono la più piccola di dieci fratelli.                                                                                             Margarita lo cucì per   Catalina, la seconda, poi fu di Vica e successivamente di Estela, che per età sono le più prossime a me. Ho anche cinque fratelli, tre già  grandi, e altri due, Miguel di quattordici anni e Juan di tredici, che con Ludovica di dodici, Estela di dieci, ed io che ne ho otto, siamo gli ultimi nati, perché mia madre, come lei stessa dice  “non ne poteva fare di più”.

I miei genitori vengono dall’Italia, io non so bene cosa sia l’Italia; pare che sia un luogo che sta dall’altra parte del  mondo, quello che sulla mappa appesa dietro la porta della mia piccola scuola di campagna, il maestro Don Santini ha detto che è la sua patria e quella dei miei genitori. Laggiù ho zie, cugini e altri parenti che scrivono lettere a mia madre raccontando della guerra, della fame e miseria. La mamma piange quando legge e così io penso che sia meglio restare qui, nel campo.  Io conosco soltanto il campo, la nostra campagna e un paese.                                                                 E’ bello il paese, con le sue case di mattoni rossi, alte e attaccate le une alle altre, il  “almacèn” dove papà compra lo zucchero e la farina,  il “corralòn” dove va a vendere le vacche, la Società Italiana dove si fanno le feste e le riunioni ed il grande magazzino di don Supertino, un cugino di mio padre che si separò dai suoi fratelli nel porto di Genova, perché loro decisero di andare negli Stati Uniti, mentre lui, da solo, venne in Argentina dove già si trovava mio padre.

Nel paese molti parlano il castigliano, non come mio padre, don Supertino e gli altri che vengono dall’Italia e parlano il piemontese. Io imparo il castigliano parlando con i figli dei “gauchos” miei amici di scuola meticci, e loro imparano il piemontese ascoltando le lezioni di matematica del maestro Santini.

I miei genitori dicono  che i gauchos sono gente vagabonda e pigra, che qui ci sarebbero soltanto campi abbandonati alle erbacce se non fosse per gli italiani che arrivarono per seminare e raccogliere in questa terra fertile, e deve essere vero perché vedo gli uomini della mia famiglia lavorare senza sosta.
Nella nostra campagna abbiano anche animali; le mucche e la mungitura  sono compito di mia madre e delle mie sorelle maggiori, Miguel e Juan che non hanno abbastanza forza per usare l’aratro, si occupano di portare le mucche al pascolo , io non vedo l’ora di crescere per poter andare come loro a cavallo. I cavalli sono tra i nostri animali quelli che mi piacciono di più.                      Vica e Estela si occupano del pollame: galline, polli, anatre ed oche. Vica, che è attenta e parsimoniosa, è incaricata di prendere le uova, mentre Estela, magra ed agile, dà  loro si occupa del mangime, corre dietro ai polli quando scappano dal pollaio e restano alla mercé dei cani. Li allevano finché la mamma gli taglia il collo e a loro tocca poi spiumarli.                                               A me, di tutti gli animali che ci sono nella fattoria, mi hanno affidato  proprio quelli più sporchi,  sgradevoli e antipatici, quelli che grugniscono e  strillano, che vivono per  ingrassare e dormono tutto il giorno, cacciati in un porcile putrido, sporco e maleodorante, sistemato  il più lontano possibile dalla casa,  perché puzzano.  A questi animali, ai porci,  devo badare  io;  gli dò da mangiare, da bere, riempio i crogiuoli di grano e vado e vengo dal mulino con secchi pieni di acqua per tenere sempre pieno l’abbeveratoio. Gli unici che mi piacciono sono i maialini , sono graziosi con la loro codina attorcigliata ed il muso schiacciato, mi divertono quando si spingono e  si  stringono per guadagnare spazio alla ricerca del capezzolo della scrofa improvvisando quasi  una specie di gara.

  Oggi è domenica e mi sono messa da poco il vestito azzurro.  Nonostante il calore,  ho dato da mangiare ai maiali prima del solito e li ho chiusi nel recinto del porcile,  non senza aver prima controllato  che non manchi nessun porcellino. Ho messo il mio vestito perché fra poco verranno i vicini della fattoria di Airasca per giocare alla  Taba, il gioco dei gauchos , quelli che non sono né italiani né spagnoli.                                                                                                                                          Le mie sorelle  stanno già  accendendo il fuoco  per  arrostire un agnellino, mentre il mio fratello maggiore Lencho tira fuori le salsicce dal grasso per  affettarle e poter spiluccare qualcosa nell’attesa che sia pronto l’arrosto. All’ombra del salice, sulla grande tavolata che usiamo per mangiare,  ci sono varie bottiglie di vino rosso, alcune  sono già vuote;  mio padre dice che quando viene gente non deve mancare il vino per poter cantare, che il vino è buono per  riscaldare la voce.            Mia madre sta accendendo le lanterne appese alle finestre della casa, mentre mio padre prende un altro bicchiere di vino. A mio padre piacciono le canzoni piemontesi e altrettanto gli piace il vino. Diventa tutto colorito, quando canta e beve e sembra che gli occhi escano dalle orbite come in questo momento che,  da lontano, vedo che mi sta guardando, mi sta guardando mentre corro per l’orto.  Corro nei solchi per non calpestare le piantine di lattuga. Corro perché mi  insegue Tobias, il cane dei vicini che sono appena arrivati, e che come mi ha visto a smesso di camminare al lato della ruota del calessino e mi è venuto incontro, perché sa che a me piace giocare con lui ; ma oggi no, non voglio che mi salti addosso e sporchi il mio vestito azzurro.                                                    La luce fioca delle lanterne non arriva fino all’orto, il sole è già sceso ed i suoi riflessi già si spengono all’orizzonte.  Sento mio padre gridare : “Nelida!!! Varda varda!!! Si sta facendo scuro e allarmata corro verso di lui perché il suo tono di voce indica che qualcosa di terribile sta accadendo, avvicinandomi scorgo la sua espressione inferocita, quella che tanto temo; non capisco cosa stia succedendo e mentre mi giro sul fianco per vedere le facce dei presenti e capire il motivo di tanta agitazione, sento un colpo secco sulla mia fronte. Che dolore !, mi fa molto male, alzo lo sguardo verso mio padre e mi tocco la testa, lo vedo con un solo occhio, l’altro è coperto di sangue;  papà tiene un braccio alzato e nella mano un oggetto, la Taba.

3

Con una espressione minacciosa agita nell’aria, come minacciando di colpirmi di nuovo,  questo osso di zampa di vacca che usa per divertirsi, per giocare,  con esso mi ha picchiata duramente sulla testa. Sento il dolor e mi tocco dove mi fa male, palpo una ferita aperta, guardo la mia mano insanguinata. Una sensazione di soffocamento sale nel mio petto, mi leva il respiro; enormi gocce di sangue e lacrime scendono dal mio viso verso il bordo della mandibola e si precipitano cadendo direttamene sopra la tela azzurra del mio unico vestito da signorina.                                                  Mi fa male il colpo, mi fa male la ferita, mi fa male non sapere perché, perché ricevere una tale punizione e mi sento indifesa e colpevole. In piena disperazione e angoscia riesco a trovare le braccia aperte di mia madre che mi stringe e consola nel suo grembo morbido e tiepido. Ella, dirigendosi severa e disgustata verso mio padre gli dice : “T’zes ciuc! Ma varda ca l’è ‘n can”.    Mio padre era giunto a confondere la figura di un cane con quella di un maiale, aveva creduto che io avessi lasciato scappare uno dei porcellini  che stava calpestando le piantine di insalata nell’orto.   Mi ha castigato per errore, si è confuso e la sua rabbia   incontrollata e cieca questa volta  si è scatenata contro la minore dei suoi figli, la piccola che compie con accuratezza il suo lavoro lontana da casa, poiché i porci puzzano, che non si lamenta mai e aspetta ansiosa il giorno in cui crescendo le affideranno la cura delle vacche, per poter finalmente galoppare a cavallo per  il campo. Abbassa finalmente il braccio, mio padre, e allo stesso tempo abbassa la testa, si gira e se ne va camminando in direzione della campagna. Non lo rividi fino al giorno seguente.  Mia madre e mia sorella Catalina mi lavarono la ferita con acqua fresca e mi misero una benda sulla testa, dicendo che mi avevano messo una “coroncina”.

Sapevo che la mia testa sarebbe guarita, in qualche giorno si sarebbe chiusa la ferita e non si sarebbe più notato niente, eccetto le macchie di sangue, le macchie sul vestito azzurro e sulla fiducia in mio padre. Entrambe sarebbero state rovinate per sempre. Il giorno seguente, come tutti i lunedì mio padre andò al villaggio all’alba, tornò presto e entrando in cucina mentre io stavo prendendo il mio tazzone di latte appena munto, consegna a Margarita un pacchetto legato con filo e le dice:  “ Oggi mettiti a cucire un vestito nuovo per Nèlida e che sia più bello di quello che aveva ieri !”.                                                                                                                                                  Non avrei saputo dire se questo vestito azzurro, fatto su misura, fosse più carino di quell’altro che per la prima volta mi aveva fatto sentire  signorina, però di qualcosa ero certa, ed è che confondere la sagoma di un cane con quella di un porco avrebbe cambiato dolorosamente e definitivamente il mio modo di vedere l’immagine  di un uomo, mio padre.