Il vestito azzurro. Un racconto di Estela Picco

estela picco e le sue candele

Estela Picco, argentina,  non era solo un’artista delle candele, che creava negli spazi di Animarte, piccola grande fucina di esperienze messa su con le amiche Irene Russo, pittrice, Arianna Ciamillo, laboratorio di cucito, Lidia Martone, ceramista.

Aveva frequentato il primo anno della nostra scuola di scrittura Paroletranoileggere e ci aveva regalato un  racconto bellissimo, Il vestito azzurro,  scritto nella sua lingua madre, lo spagnolo, che Lidia Casali aveva poi tradotto.

Vogliamo ricordarla oggi,  che non è piu con noi, con queste sue parole, perchè tanti conoscano il suo talento e ne ricordino il magnifico sorriso .

Emilia ed Anna

 

 

                                                                                                                Traduzione di Lidia Casali

                                                                                A mi madre.

 Nel tardo pomeriggio  di una domenica calda e umida, mentre corro felice per la campagna, sento la pelle sempre più appiccicosa e impolverata, in un vestito di batista azzurro stretto e smunto, che ho ereditato, lavato e stirato, dalle mie sorelle maggiori.                                                                          E’ il mio primo vestito e mi fa sentire carina, lo cucì  mia sorella Margherita che sta imparando dalla signora Elvira, la vicina di casa che arrivò dall’Italia col mestiere di sarta.                             Non mi importa che l’azzurro sia, in qualche punto, diventato quasi grigio e che si notino le cuciture fatte e rifatte e le allungature dell’orlo;  è il mio unico vestito e perciò è, per me, tanto bello.                                                                                                                                                                 Ha delle costure sul collo, e pieghe nella gonna, le maniche hanno arricciature che si uniscono con  un gran bottone marrone.  Mi sento vestita come una signorina, anche se ho soltanto otto anni e sono la più piccola di dieci fratelli.                                                                                             Margarita lo cucì per   Catalina, la seconda, poi fu di Vica e successivamente di Estela, che per età sono le più prossime a me. Ho anche cinque fratelli, tre già  grandi, e altri due, Miguel di quattordici anni e Juan di tredici, che con Ludovica di dodici, Estela di dieci, ed io che ne ho otto, siamo gli ultimi nati, perché mia madre, come lei stessa dice  “non ne poteva fare di più”.

I miei genitori vengono dall’Italia, io non so bene cosa sia l’Italia; pare che sia un luogo che sta dall’altra parte del  mondo, quello che sulla mappa appesa dietro la porta della mia piccola scuola di campagna, il maestro Don Santini ha detto che è la sua patria e quella dei miei genitori. Laggiù ho zie, cugini e altri parenti che scrivono lettere a mia madre raccontando della guerra, della fame e miseria. La mamma piange quando legge e così io penso che sia meglio restare qui, nel campo.  Io conosco soltanto il campo, la nostra campagna e un paese.                                                                 E’ bello il paese, con le sue case di mattoni rossi, alte e attaccate le une alle altre, il  “almacèn” dove papà compra lo zucchero e la farina,  il “corralòn” dove va a vendere le vacche, la Società Italiana dove si fanno le feste e le riunioni ed il grande magazzino di don Supertino, un cugino di mio padre che si separò dai suoi fratelli nel porto di Genova, perché loro decisero di andare negli Stati Uniti, mentre lui, da solo, venne in Argentina dove già si trovava mio padre.

Nel paese molti parlano il castigliano, non come mio padre, don Supertino e gli altri che vengono dall’Italia e parlano il piemontese. Io imparo il castigliano parlando con i figli dei “gauchos” miei amici di scuola meticci, e loro imparano il piemontese ascoltando le lezioni di matematica del maestro Santini.

I miei genitori dicono  che i gauchos sono gente vagabonda e pigra, che qui ci sarebbero soltanto campi abbandonati alle erbacce se non fosse per gli italiani che arrivarono per seminare e raccogliere in questa terra fertile, e deve essere vero perché vedo gli uomini della mia famiglia lavorare senza sosta.
Nella nostra campagna abbiano anche animali; le mucche e la mungitura  sono compito di mia madre e delle mie sorelle maggiori, Miguel e Juan che non hanno abbastanza forza per usare l’aratro, si occupano di portare le mucche al pascolo , io non vedo l’ora di crescere per poter andare come loro a cavallo. I cavalli sono tra i nostri animali quelli che mi piacciono di più.                      Vica e Estela si occupano del pollame: galline, polli, anatre ed oche. Vica, che è attenta e parsimoniosa, è incaricata di prendere le uova, mentre Estela, magra ed agile, dà  loro si occupa del mangime, corre dietro ai polli quando scappano dal pollaio e restano alla mercé dei cani. Li allevano finché la mamma gli taglia il collo e a loro tocca poi spiumarli.                                               A me, di tutti gli animali che ci sono nella fattoria, mi hanno affidato  proprio quelli più sporchi,  sgradevoli e antipatici, quelli che grugniscono e  strillano, che vivono per  ingrassare e dormono tutto il giorno, cacciati in un porcile putrido, sporco e maleodorante, sistemato  il più lontano possibile dalla casa,  perché puzzano.  A questi animali, ai porci,  devo badare  io;  gli dò da mangiare, da bere, riempio i crogiuoli di grano e vado e vengo dal mulino con secchi pieni di acqua per tenere sempre pieno l’abbeveratoio. Gli unici che mi piacciono sono i maialini , sono graziosi con la loro codina attorcigliata ed il muso schiacciato, mi divertono quando si spingono e  si  stringono per guadagnare spazio alla ricerca del capezzolo della scrofa improvvisando quasi  una specie di gara.

  Oggi è domenica e mi sono messa da poco il vestito azzurro.  Nonostante il calore,  ho dato da mangiare ai maiali prima del solito e li ho chiusi nel recinto del porcile,  non senza aver prima controllato  che non manchi nessun porcellino. Ho messo il mio vestito perché fra poco verranno i vicini della fattoria di Airasca per giocare alla  Taba, il gioco dei gauchos , quelli che non sono né italiani né spagnoli.                                                                                                                                          Le mie sorelle  stanno già  accendendo il fuoco  per  arrostire un agnellino, mentre il mio fratello maggiore Lencho tira fuori le salsicce dal grasso per  affettarle e poter spiluccare qualcosa nell’attesa che sia pronto l’arrosto. All’ombra del salice, sulla grande tavolata che usiamo per mangiare,  ci sono varie bottiglie di vino rosso, alcune  sono già vuote;  mio padre dice che quando viene gente non deve mancare il vino per poter cantare, che il vino è buono per  riscaldare la voce.            Mia madre sta accendendo le lanterne appese alle finestre della casa, mentre mio padre prende un altro bicchiere di vino. A mio padre piacciono le canzoni piemontesi e altrettanto gli piace il vino. Diventa tutto colorito, quando canta e beve e sembra che gli occhi escano dalle orbite come in questo momento che,  da lontano, vedo che mi sta guardando, mi sta guardando mentre corro per l’orto.  Corro nei solchi per non calpestare le piantine di lattuga. Corro perché mi  insegue Tobias, il cane dei vicini che sono appena arrivati, e che come mi ha visto a smesso di camminare al lato della ruota del calessino e mi è venuto incontro, perché sa che a me piace giocare con lui ; ma oggi no, non voglio che mi salti addosso e sporchi il mio vestito azzurro.                                                    La luce fioca delle lanterne non arriva fino all’orto, il sole è già sceso ed i suoi riflessi già si spengono all’orizzonte.  Sento mio padre gridare : “Nelida!!! Varda varda!!! Si sta facendo scuro e allarmata corro verso di lui perché il suo tono di voce indica che qualcosa di terribile sta accadendo, avvicinandomi scorgo la sua espressione inferocita, quella che tanto temo; non capisco cosa stia succedendo e mentre mi giro sul fianco per vedere le facce dei presenti e capire il motivo di tanta agitazione, sento un colpo secco sulla mia fronte. Che dolore !, mi fa molto male, alzo lo sguardo verso mio padre e mi tocco la testa, lo vedo con un solo occhio, l’altro è coperto di sangue;  papà tiene un braccio alzato e nella mano un oggetto, la Taba.

3

Con una espressione minacciosa agita nell’aria, come minacciando di colpirmi di nuovo,  questo osso di zampa di vacca che usa per divertirsi, per giocare,  con esso mi ha picchiata duramente sulla testa. Sento il dolor e mi tocco dove mi fa male, palpo una ferita aperta, guardo la mia mano insanguinata. Una sensazione di soffocamento sale nel mio petto, mi leva il respiro; enormi gocce di sangue e lacrime scendono dal mio viso verso il bordo della mandibola e si precipitano cadendo direttamene sopra la tela azzurra del mio unico vestito da signorina.                                                  Mi fa male il colpo, mi fa male la ferita, mi fa male non sapere perché, perché ricevere una tale punizione e mi sento indifesa e colpevole. In piena disperazione e angoscia riesco a trovare le braccia aperte di mia madre che mi stringe e consola nel suo grembo morbido e tiepido. Ella, dirigendosi severa e disgustata verso mio padre gli dice : “T’zes ciuc! Ma varda ca l’è ‘n can”.    Mio padre era giunto a confondere la figura di un cane con quella di un maiale, aveva creduto che io avessi lasciato scappare uno dei porcellini  che stava calpestando le piantine di insalata nell’orto.   Mi ha castigato per errore, si è confuso e la sua rabbia   incontrollata e cieca questa volta  si è scatenata contro la minore dei suoi figli, la piccola che compie con accuratezza il suo lavoro lontana da casa, poiché i porci puzzano, che non si lamenta mai e aspetta ansiosa il giorno in cui crescendo le affideranno la cura delle vacche, per poter finalmente galoppare a cavallo per  il campo. Abbassa finalmente il braccio, mio padre, e allo stesso tempo abbassa la testa, si gira e se ne va camminando in direzione della campagna. Non lo rividi fino al giorno seguente.  Mia madre e mia sorella Catalina mi lavarono la ferita con acqua fresca e mi misero una benda sulla testa, dicendo che mi avevano messo una “coroncina”.

Sapevo che la mia testa sarebbe guarita, in qualche giorno si sarebbe chiusa la ferita e non si sarebbe più notato niente, eccetto le macchie di sangue, le macchie sul vestito azzurro e sulla fiducia in mio padre. Entrambe sarebbero state rovinate per sempre. Il giorno seguente, come tutti i lunedì mio padre andò al villaggio all’alba, tornò presto e entrando in cucina mentre io stavo prendendo il mio tazzone di latte appena munto, consegna a Margarita un pacchetto legato con filo e le dice:  “ Oggi mettiti a cucire un vestito nuovo per Nèlida e che sia più bello di quello che aveva ieri !”.                                                                                                                                                  Non avrei saputo dire se questo vestito azzurro, fatto su misura, fosse più carino di quell’altro che per la prima volta mi aveva fatto sentire  signorina, però di qualcosa ero certa, ed è che confondere la sagoma di un cane con quella di un porco avrebbe cambiato dolorosamente e definitivamente il mio modo di vedere l’immagine  di un uomo, mio padre.

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Stabat Mater di Emilia Bersabea Cirillo

massaccio

 

 A Maria Luisa Nappo

Per sempre

 – Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac ut tecum lugeam-

Andrea sapeva che da qualche parte tra il pubblico, sua madre stava piangendo. Per un momento distolse lo sguardo dal leggio, e guardò nell’oscurità della platea. Non vedeva niente. Le sedie del Duomo, gli scanni del coro, perfino l’orchestra di fronte a lui erano occupate da ombre. Il maestro gli fece cenno. Toccava a lui. Strinse le dita a pugno, se li portò al petto. Solo la sua voce, niente altro, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un gran respiro all’indietro. E iniziò a cantare.

 

Carte, sempre carte. Sigarette, posacenere pieni, la lampada sul tavolo accesa. I miei pomeriggi erano sempre stati di lavoro. Da qualche tempo anche pieni di fumo. Mi sono alzata, ho posato gli occhiali. Le sei e mezzo. Ancora poco. Poi televisione, un toast e a letto.

Ho guardato a nord, come tutte le sere. Come se il mio sguardo potesse davvero arrivare lontano, superando la montagna di fronte e i chilometri che mi separavano da Andrea. Che faceva, in quel momento? Aveva freddo? Aveva già mangiato? Stava leggendo? Riusciva a dormire?

Il telefono ha squillato.  Non ho risposto. Ha squillato ancora. Ho risposto per stanchezza.

-Allora, avevi deciso di perderti un concerto importante.-

-Stavo pensando di andare a letto…

-Passo alle otto. Ornella non farmi scherzi. E’ un’orchestra da camera eccezionale.

-Non ho voglia…

-Alle otto. Poi mi ringrazierai.

Eugenio quando si trattava di concerti decideva per tutti e due,. Senza avvisare. Senza chiedere. Ed io non riuscivo ad oppormi. Ho acceso una sigaretta. Fumare dilatava il mio tempo fermo. Ho mandato dietro i vetri un bacio ad Andrea. E ho chiuso la finestra.  Eugenio l’avevo conosciuto un pomeriggio ad una fila al botteghino del teatro S.Carlo, in un’afa insopportabile di giugno. Mi facevo aria con il ventaglio, ma quel movimento ritmico non diminuiva la calura. Davanti a me c’erano almeno quaranta persone. Una mezz’ora di attesa. Avevo i pantaloni di lino appiccicati addosso. Il sudore mi colava dalle sopraciglia. Sembrò non importarmi niente di Mahler e della 5° sinfonia. Volevo riprendere la macchina al parcheggio sulla Marina, imboccare l’autostrada, tornare a casa e farmi una doccia. Chiusi il ventaglio e lo misi in borsa. Uscii dalla fila. Uno dietro di me mi chiamò.

– Prenderò un biglietto anche per lei. Mi può aspettare al Gambrinus, intanto. –

Gli sorrisi. Mi sembrò di conoscerlo. Occhi azzurri e capelli bianchi ricci. Fu per il suo modo di parlare, gentile, trasognato, a dirgli di sì.

-Eugenio Galzerani.

-Ornella De Santis.

Abitavamo nella stessa città tra le colline. Lo avevo visto fare la spesa al supermercato in centro.  Una volta mi aveva preso, da uno scaffale in alto, una confezione di marmellata ai lamponi che avevo promesso ad Andrea.

Arrivò dopo mezz’ora. Nella sala del caffè eravamo in pochi, avvolti dal fresco e dagli stucchi. Avevo già bevuto un succo d’arancia. Lui ordinò un gelato. Cioccolato e nocciola.

– Questo è il suo biglietto.- mi disse.- Quinta fila, la migliore.

– Come ha fatto?

– Trucchi del mestiere.

Ci frequentiamo da allora. Nove mesi, più o meno. Lui mi telefona all’improvviso per invitarmi ai concerti, dovunque siano. Mi aspetta sotto casa con la sua monovolume. Dopo andiamo a cena. In fondo non ci conosciamo, ma ci facciamo compagnia. Sa certamente di Andrea, in questa piccola città si sa sempre tutto. Non fa domande.

A volte, quando è di umore, mi racconta della sua infanzia a Matera, del palazzo di tufo che stava alla fine del Corso e che guardava alle gravine.  Dell’insegnante di pianoforte di Tricarico che andava in casa ad insegnargli il solfeggio. Sua madre lo voleva direttore d’orchestra. A cinquantasei anni dirige una banca, in città.

– Quello che ci voleva per te, per farti uscire da casa.- ha commentato mia sorella Antonella -Vedi, la Provvidenza esiste, e come.

A credere alla provvidenza, in quello che dice mia sorella c’è un fondo di verità. Da tre anni non facevo altro che fumare, lavorare e portarmi le pratiche a casa, per compagnia, raggiungere due volte il mese Volterra, per far visita ad Andrea.

Adesso, tento l’aria della sera.

 

Sono andata a farmi la doccia. Insapono il mio corpo automaticamente. L’acqua calda la sento però come una benedizione. Ho indossato un vestito di lana rosso, alto in vita, vecchio di sei anni. E il cappotto nero.Eugenio ha citofonato alle otto. Preciso come la campana della chiesa.

Mi ha sorriso, aprendomi la portiera.- Sei uno splendore!-

Ha sempre di questi complimenti esagerati.

– Diciamo che sono meno opaca del solito.

Ha messo in moto. Piove lento, all’improvviso. Siamo fermi in una fila, sul corso principale.

-Non potevi perderti questo concerto- ha detto Eugenio guardandomi teneramente. – Pergolesi e Vivaldi. Insieme. Pare che ci sia un controtenore inglese, giovane, dalla voce eccezionale. La critica dice che è molto promettente. Ho chiuso gli occhi. Dovevo scendere dalla macchina, inventare un improvviso malore. Non sono stata pronta. Ho detto solo – Allora andiamo. – Lui mi ha sfiorato la mano con un dito.

E’ la prima volta che vado a teatro in città insieme a lui. Da quando Andrea è a Volterra, cerco di farmi vedere il meno possibile in pubblico. Mi sono fatta trasferire in un tribunale della provincia, per non avere contatti con i colleghi.  Non mi piace che si parli di me, mentre passo tra la gente. Sorrisi, ammiccamenti, commenti, me li sento tutti nelle orecchie. Il foyer del teatro è pieno. Ho intravisto facce conosciute. Coppie cementate dalle rughe.  -Non entro.- ho detto ad Eugenio.

Lui mi ha preso per un braccio. -Non fare capricci. Sei con me. L’ho guardato. Ha un viso puro, come se l’acqua cancellasse continuamente dalla sua pelle ogni traccia del tempo. E una voce che mi avvolge. Ho annuito. Gli ho dato il braccio. Siamo passati veloci in mezzo alla folla. Non ho visto nessuno. Avevo infilato gli occhiali scuri.

– Contenta? – ha detto Eugenio, mentre entravamo nel palco riservato a noi due.

Non ho risposto.

– Ornella, che hai?- ha chiesto avvicinandosi a me. La sua bocca era ad un filo dalla mia. Ho scosso la testa. Mi sono stretta il cappotto addosso.

Ho letto il programma. Stabat Mater di Pergolesi. Gloria di Vivaldi.

La luce si è abbassata. Il cuore batteva velocissimo. Dovevo resistere. Ho tratto dall’astuccio una pilloletta rosa. L’ho ingoiata senza acqua.

-Posso fare qualcosa per te?- mi ha sussurrato Eugenio.

Ho scosso la testa.

-Tu dici troppe bugie. Ne parliamo dopo…

Il concerto stava iniziando.

 

Avevo visto Andrea dieci giorni prima. Lo avevo trovato ancora più magro, pallido, i denti gialli. Ci eravamo abbracciati nella stanza chiusa dalla porta di ferro, mentre il secondino si allontanava. Era tutto quello che ero riuscita ad ottenere dal direttore del carcere. Andrea mi aveva guardato con la sua faccia striminzita, lisciandosi i capelli biondi e fini che cascavano sulla fronte.-Devi portarmi via da qui- aveva detto subito.-Non posso, Andrea.

-Mi sembra di impazzire.

Mi teneva la mano, come quando era bambino, con il pollice stretto sul mio dorso.

– La notte è peggio del giorno. Voci, rumore, spifferi. Non dormo, non sogno, resto con gli occhi chiusi. Penso a casa. A come sarà la mia stanza. Al copriletto rosso che mi comprasti quando compii dieci anni e non abbiamo mai cambiato. Mamma, mi stai ascoltando?-

La sua bella voce quieta. Le sue occhiaie da anemico. Lo scatto nella spalla, quando parlava di cose che lo riguardavano.

Lo ascoltavo. Come non potevo. Non riuscivo a dirgli che nella sua stanza non entravo più da mesi.

-Hai provato a studiare, un poco?

-Non ci riesco. Cantare qui, è impossibile. Non ho silenzio, non ho spartiti, non ho dischi, non ho voce.

Stava mettendosi a piangere. Lo abbracciai. Lagrime circolavano tra le ciglia. Ingoiavo saliva, per non scoppiare. Gli presi l’altra mano.

-Se vuoi, la prossima volta posso portarti gli spartiti. Potrebbe essere una buona cosa.-

– Non hai capito, la mia voce è arrugginita, è ferro vecchio, è spazzatura.

Gli passai le mani tra i capelli. Li aveva sempre morbidi, setosi.

-La tua voce sarà sempre bella, Andrea. Devi credere a tua madre.

Lui aveva poggiato la testa sulla mia spalla.

 

Il controtenore è giovane. Venticinque anni, leggo dalla brochure. Viene da una piccola isola dell’Irlanda.   E’ vestito con una camicia bianca di seta e un pantalone nero. E’alto, robusto, con i capelli rossi mossi, come un angelo di fuoco. Vorrei vedere da vicino il suo viso. Dirgli delle parole di incoraggiamento. Il soprano mi è sembrata alta, legnosa, con i capelli a baschetto e un decolleté inesistente. E’ vestita di nero, con una cintura di strass in vita. Ho tenuto le mani giunte sul grembo, lo sguardo puntato su di loro. Hanno cominciato. “Stabat madre dolorosa.” Due voci eterne. Le spade nel cuore hanno sobbalzato. E’ questa la musica, mi sono detta, la sua  musica. Ho stretto le mani sulla balaustra ricoperta di velluto rosso. Eugenio mi ha preso il gomito. Ho fatto finta di non sentire, ostinata ho guardato dritto, allontanando il ferretto del reggiseno dal costato.

 

-Ti ho portato i libri – gli stavo dicendo – Hölderlin, Rilke, Allen Ginzberg. Non me li ricordo tutti, ma ho rispettato la nota. Il secondino era entrato senza far rumore dietro di noi. L’ora era diventata breve come un respiro. Ci eravamo sciolti dall’abbraccio. Quello era il momento più tremendo. In cui il cuore si scomponeva, come se fosse diventato uno specchio spezzato.

-Non potrebbe farci stare ancora un poco, non diamo fastidio a nessuno.

-Dottoressa, la regola…

-La prego, sia comprensivo.

La pappagorgia dell’uomo aveva tremato. Di fronte alla mia preghiera aveva accennato un sì complice ed era uscito.

Ci eravamo presi per mano. Ci guardavamo senza parlare. Era troppo quello che avevamo da dire. Troppo poco il tempo.  Il calore delle sue mani, le sue dita fragili, l’osso rotondo del polso, la sottile linea azzurra delle vene furono le nostre parole.

Andrea aveva faticato a separarsi da me.

– Mamma, ti raccomando, mamma .- aveva urlato, aggrappandosi al mio braccio. Il secondino con la pappagorgia lo aveva afferrato per un braccio -Non lo tocchi !- avevo gridato. Andrea mi aveva abbracciato con gli occhi. Si era incamminato a testa bassa, senza voltarsi.

Avevo pianto, quanto avevo pianto, mentre la sua voce spariva nei corridoi.

Era la stessa di quando, da bambino, non voleva entrare in classe. – Non mi lasciare, mammaaa – era quella a prolungata, come un dolore insopportabile che me lo faceva affidare alla maestra e scappare fuori, per non sentirlo.  Per tutta la prima elementare Andrea pianse e vomitò. Tornava a casa calmo, indifferente, come se non fosse successo niente. Dovevo capire allora che c’era qualcosa che non andava.  Lui si sentiva abbandonato da me. Più scappavo, più piangeva.

Dovevo rifiutare la promozione. Dedicarmi a lui, come una madre deve. Non lasciarlo solo. Era questo che lui voleva, senza chiedermelo. Non capii. Non ero attenta a lui. Mi sembrava tutto facile, allora. Sopportabile, realizzabile. Accettai l’incarico. Andrea restò col padre. Ritornavo a casa solo il sabato e la domenica. Per due anni la nostra vita furono telefonate, regalini e lontananza. A me sembrava che non gli mancasse niente. Gli mancavo io, invece.

 

La voce del controtenore è un filamento di seta doppia stesa tra due salici. Mantiene costante e morbido il tono della musica.- Fac ut portem – muove le mani come se dai palmi nascessero colombe di pace. IL soprano lo guarda e annuisce. Forse lo ama. Pergolesi scrisse lo Stabat Mater e poi morì. A Napoli. A pochi chilometri da qui. Aveva 26 anni. La stessa età di Andrea, preciso. Lui muore in carcere, un poco al giorno, da tre anni.

 

Quando i carabinieri arrivarono in casa, Andrea era uscito per le prove. Era il 6 aprile. Mercoledì. Dopo una settimana avrebbe dovuto cantare lo Stabat Mater al Duomo.

Nel presentarmi il mandato chiesero scusa, dovevano fare il loro dovere.

La stanza di Andrea era stata messa in ordine al mattino dalla cameriera. Stereo, cd, le stampe antiche di uno spartito di Bach regalo dei diciottoanni, il suo pianoforte, le cuffie, i libri di musica, di poesia, di filosofia, la libreria degli spartiti, le sue foto di ritorno da un concerto in Calabria, lo zaino ancora mezzo pieno.

– Mio figlio è alle prove. Al Duomo.- risposi sincera.

Loro sorrisero. Cip e Ciop pensai. Con la solerzia dei roditori alzarono il materasso, sollevarono lenzuola, spalancarono cassetti, svuotarono l’armadio, gettarono a terra le sue camicie, le mutande, i calzini, sventolarono gli spartiti, scopercharono il pianoforte.

Facevano il loro dovere. Come tanti che lavoravano in procura, con me.

-Andrea non ha fatto nulla di male. Che volete da lui? Lui è un artista.

Parlavo come un personaggio delle telenovele.

– E’ stata uccisa una ragazza. Monica Ricchi. Anni 20. La conosce vero? Le possiamo dire solo questo.- ripresero a cercare, meticolosi, i guanti di lattice alle mani.

– E’ la fidanzatina di mio figlio Andrea.- sussurrai.

– Appunto.- disse uno dei due.

Corsi in cucina. Aprii il rubinetto. Bevvi dal cannello, lasciandomi bagnare il viso e la punta dei capelli. Il cuore era gelato in petto. Pensai alla Madonna Addolorata. Sette coltelli. Sette dolori. Me li sentii arrivare tutti insieme nel cuore.

Andrea amava quella ragazzina bruna dagli occhi grandi e neri. Veniva da Urbino, si era da poco trasferita in città. Aveva la grazia levigata di certe Madonne di Piero della Francesca, le mani dalle dita sottili, la pelle tenera. Per Andrea oltre il canto non c’era che lei. Le aveva dato una sua foto, in cui Monica sorrideva abbracciando il suo barboncino bianco. Le si vedeva  tra l’attaccatura dei seni il tatuaggio, una minuscola farfalla , che aveva scelto con Andrea.

Si erano conosciuti alla corale. Monica era soprano leggero. Non si impegnava come doveva, sprecava un talento naturale. –E’ venuta per gioco, per avere qualcosa da fare. Non studia per niente. – mi aveva confidato Andrea una mattina che facevamo colazione insieme.- Per fortuna, mamma, altrimenti non ci saremmo mai incontrati. E’ così bella, non trovi?-

Volevo bene a quella ragazzina, perché faceva felice Andrea. Perché era la femmina che avevo desiderata e avevo persa al quarto mese di gravidanza. Perché si volevano bene, mano nella mano sempre, per strada, si chiamavano – Amore- e si scambiavano orsetti e marmotte di peluche. In casa c’era un’aria leggera, da quando la foto di Monica era comparsa sulla scrivania. L’amore aveva reso Andrea premuroso, attento, ordinato. Una sera mi disse che voleva tentare l’ammissione ad un corso di alta specializzazione in Francia. E Monica? Gli chiesi? Anche lei lo tenterà.

Il canto e lei. Per sempre.

 

Telefonai al padre di Andrea, come chiamavo Giuseppe da quando ci eravamo separati. Gli urlai di tornare subito, dovunque stesse.

Non ti capiterà mai. Sono cose che si leggono sui giornali. Cose che tengono col fiato sospeso l’Italia per un’estate intera. Mio figlio l’ho cresciuto con i valori, il rispetto degli altri, la condivisione, un democratico senso del benessere, il limite tra bene e male. Ha studiato canto con i migliori maestri del conservatorio. E’ controtenore, un timbro rarissimo. Un dono del cielo, aveva detto un critico musicale. Repertorio barocco. Vivaldi, Pergolesi, Bach. Una carriera luminosa assicurata.

Lui obbediente, premuroso con me, soprattutto dopo la separazione con Giuseppe. Non voleva lasciarmi la sera, per andare alle prove. Sorvegliava la mia solitudine. Troppo, per un ragazzo di sedici anni. Mamma, va bene mamma. Quando mi vedeva triste si sedeva sul mio letto e cantava per me la ninna nanna di Brahms, – Guten Abend, guten Nacht in die Rosen gedacht- e poi mi carezzava i capelli.

Un cruciverba misterioso, la vita dei figli. Diventano altro da noi senza che ce ne accorgiamo. Li guardiamo con gli stessi occhi amorosi, come fossero eterni bambini. Come non potessero diventare mai corpi che desiderino altri corpi, mai destini che cercano altri diversi destini.

Mi sedetti sul letto e piansi, le mani sulla fronte.

 

– Che c’è, mi chiede Eugenio. Non ti ho mai visto così.- Nel buio del palco tenta affettuoso di prendermi la mano. Gliela cedo, lui la stringe, la bacia. E’ elegante nei gesti. Attento. Un vero signore.

– Fac me vero tecum flere crucifixo condolere…- Quando finirà lo strazio di una madre, penso, non finirà mai, andrà oltre le parole, le voci accordate, le viole, i violini, il maestro di cappella, oltre le preghiere e le intenzioni, andrà oltre il corpo del figlio  schiodato dalla croce stretto nelle sue braccia, come il primo giorno che è nato, carne della mia carne sono in croce con te.

Eugenio mi  porge il fazzoletto. Non mi sono accorta di star piangendo. E’per la voce del controtenore, la musica di Pergolesi, il sussulto del ricordo, la controfigura di Andrea che si aggira sul palco, la madre dolorosa ai piedi della croce, i capelli d’oro sghimbesci  sulla veste rossa, il costato squartato, lo strazio muto davanti al corpo del figlio morto. E’ il mio tempo, il suo tempo  che si è fermato tre anni, cinque mesi e quattro giorni indietro.

Eugenio sussurra qualcosa che non capisco. Ha un profumo sordo di verde boscoso, la sua mano bianchissima accarezza la mia. Il suo fazzoletto sa di muschio, lo stropiccio, lo porto alla bocca. Desidero che le lagrime scendano. Che le lame nel cuore si allentino un poco.

 

Monica fu trovata nella tavernetta della sua casa, la testa fracassata, i capelli secchi di sangue. Era domenica mattina, molto presto. Sognavo di immergermi in un fiume piatto, sogno premonitore di lagrime, secondo la cabala familiare. Il telefono squillò a lungo, prima che rispondessi.

Andrea urlava dall’altro capo di correre subito da lui, era assurdo. Da lui dove? A casa di Monica, vieniiiii, è morta, mammaaaa.- e sembrava come se cantasse. Ho ancora nelle orecchie quelle i e quelle a prolungate, come il suono di una fisarmonica tirata a lungo.

Non so come scesi le scale di casa e misi in moto la macchina. Pensavo al tatuaggio di Monica all’attaccatura del seno. Me lo aveva fatto vedere orgogliosa solo qualche mese prima. Era una farfalla con le ali socchiuse, strette intorno al capo.

-Non ho sofferto per niente!- mi aveva confessato- Solo un pizzicorino!

E ora la piccola farfalla aveva preso il volo.

Giuseppe era davanti al cancello della casa di Monica. Ci salutammo con un abbraccio. Temevamo. Tremavamo. Qualche giorno prima Andrea era tornato a casa nervosissimo, aveva dato un pugno nei vetri dell’armadio, si era ferito due dita. Mi urlò addosso che aveva trovato Monica con un altro, nella piazza del Duomo, proprio quando lui usciva dalle prove. Si stavano baciando, a tre metri da me, tutte puttane, le donne sono tutte puttane, l’ho presa a schiaffi, quella piccola puttana,l’ho strappata a quel verme fetente della terra, lei mi ha graffiato sul braccio, l’ho picchiata, puttana, un casino. Nessuno mi vuole bene, nessuno, aveva urlato, e si era chiuso nella sua stanza, alzando il volume dello Stabat al massimo.

– Andrea ti voglio bene, io ti voglio bene- avevo gridato, battendo i pugni sulla porta.- Apri, per piacere, apri. Monica è una ragazzina, certe cose possono capitare…Cerca di essere comprensivo, Andrea…

Lui non aveva risposto. Mi ero seduta nel corridoio, stravolta. Non sapevo ancora che quella musica sarebbe diventata la misura del mio dolore, della sua follia, della nostra lontananza.

Improvvisamente Andrea aveva spalancato la porta.

– Non deve capitare tra due che si amano. Non deve e basta!

– Può capitare. Io e tuo padre ci siamo lasciati perché lui si è innamorato di Fulvia.

– Appunto, una puttana.

– Non è una puttana. Chi si innamora veramente…

– Tu solo non sei puttana. Perché sei mia madre.- e mi aveva abbracciato piangendo.

 

La verità è che ci sentivamo in colpa io e  Giuseppe. Per averlo cresciuto come un adulto, quando adulto non era. Per essere stati ciechi alle sue richieste d’amore. Per aver litigato davanti a lui, come se lui non esistesse. E ora tremavamo. Rosi dal sospetto. Senza dirlo stavamo pensando la stessa cosa. A quando da bambino Andrea aveva scatti così furiosi da rompere la testa dei suoi pupazzi con la forza della sola mano. A quando aveva morso a sangue la babysitter che voleva portarlo a passeggio e lui voleva stare a casa a vedere i cartoni. Tacemmo. Cercammo Andrea che piangeva, seduto sul marciapiede. Lo abbracciai.  Qualcuno della polizia mi riconobbe. Chiesi di vedere Monica. Non mi fecero entrare. Non so chi mi diede le condoglianze. Portai via Andrea, a forza. Lo tenevo per mano. Entrammo in macchina. Tutti e tre. Per l’ultima volta. Il grande evento doloroso aveva riunito la famiglia.

Lo Stabat Mater è finito. Le luci in sala sono accese progressivamente. Gli applausi mi hanno stordito, come sempre. Eugenio ha gridato bravo, al giovane artista che si è inchinato, tenendo per mano il soprano. I capelli rossi si sono mossi come un campo di spighe color sangue. Ero in un angolo del palco, gli occhiali scuri sul viso. Avevo voglia di dare un solo bacio in fronte al controtenore. Nel pensarlo mi sono messa a tremare. Come se la temperatura fosse scesa di colpo e intorno a noi ci fosse neve e ghiaccio, il mondo scivoloso ed incerto del gelo, delle stanze brinate da percorrere nudi, illividiti dalla paura.

Eugenio si è accorto che tremavo. Mi ha abbracciato e baciato i capelli.

-Vieni- ha detto- hai sopportato anche troppo.

Siamo usciti dal palco che cominciava l’intervallo.

– E Vivaldi?

– Era importante che sentissimo Pergolesi.

 

– Fu di sabato santo, i fiori ancora freschi del sepolcro, il Duomo illuminato di candele votive, l’odore di incenso disteso come polvere, che Andrea cantò il suo Stabat Mater. Aveva indossato il vestito nero con la camicia bianca e un papillon di raso rosso, che avevamo scelto insieme nel miglior negozio della città. Aveva i pugni stretti sul petto e gli occhi chiusi, lo vedevo dalla mia quinta fila, immersa in una zona d’ombra che mi ero scelta apposta. Il suo timbro prezioso tenne il filo delle parole, rincorse il lamento straziato del figlio e della madre. Pergolesi sarebbe stato orgoglioso di lui, pensai, mentre le lagrime scendevano scomposte. Stava la madre dolorosa, io ero là, seduta con un velo da lutto sul cuore, certa del futuro che ci aspettava. Per i giorni immobili. Per il canto fermo. Per il silenzio coatto. Per la paura della notte. Per l’angoscia del mattino. Per le albe senza conforto.

Perché la vita si era spezzata e non sapevo più comporla, perché anche quella musica era un lamento insopportabile e la voce limpida di Andrea una beffa del destino.

Quel canto era la sua preghiera di perdono, a Cristo con la faccia in terra.

Andrea si era dichiarato colpevole di aver ucciso Monica, la domenica mattina all’alba, in tavernetta, con una mazza di legno strappata da una catasta. Lo aveva lasciato per un altro, lei glielo aveva confessato.  Così, per un altro e lui non ce la faceva a stare senza di lei.

Non volevo, non volevo, ma una forza sconosciuta ha agito dentro di me, non potevo resisterle, non potevo restare ancora una volta solo. Ho passato un’infanzia a farmi compagnia con le figurine dei calciatori e le costruzioni. Quello che amo, lo distrugge sempre. Perché? Ditemi, perché? A Monica volevo dedicare il concerto. La mia musica, la mia vita.

Poi era scoppiato a piangere.

 

Siamo a casa. Seduti vicini in poltrona. Eugenio beve un bicchiere di vino, mentre gli racconto di Andrea. La mia voce risuona nel salotto ed è cosa nuova, per me.

– Riuscii a convincere il mio collega giudice ad autorizzare Andrea a cantare lo Stabat. Diedi tutte le garanzie, usai tutto il mio potere. Lui cantò… come se stesse rendendo l’anima a Dio…Quando il concerto finì, non ebbi nemmeno il tempo di abbracciarlo. Fu portato direttamente in caserma. Ora lo vedo due volte al mese. E ogni volta è sempre peggio.-

Eugenio annuisce. Posa il bicchiere sul tavolino del salotto. Mi bacia la mano. E’ la sua comprensione a commuovermi.

– Forse dovresti convincerlo  a cantare. A intravedere una prospettiva.

– Non vuole niente, dice che la sua voce è arrugginita.-

Nel cuore le spade ritornano al loro posto, più fisse che mai.

– Deve passare solo il tempo.- dico per farmi coraggio.

Lui mi accarezza la guancia con due dita. Poi la nuca.

– Il tempo va accudito.-

Lo guardo senza capire.

– Significa che devi prenderti cura di tuo figlio, anche contro la sua volontà.- Eugenio mi guarda tenerissimo. -Da bambino sono stato molto malato. Una febbre difterica mi stava consumando poco a poco. Neanche l’acqua più volevo bere. Quello che non fece mia madre…Ero già avvolto nelle nuvole, ma lei non si è arresa, chiamò da Bari un clinico illustre…ed eccomi qua.

– Devo ringraziare lei, allora?

Lo accompagno alla porta. Lui mi bacia la guancia. Sussurra a domani.

 

La casa è tornata silenziosa. Spengo le luci in salotto. Porto il bicchiere in cucina. Guardo fuori, nel buio. Vado nella stanza di Andrea. Accendo la luce. Procedo incerta, tocco la cornice delle stampe, lo stipite del pianoforte, il portacarte di lino grezzo azzurro.

Gli spartiti sono nella libreria, disposti in ordine alfabetico. Sfilo quello dello Stabat Mater. Lo apro, lo sfoglio. E’ pieno dei suoi appunti a matita. Sui bordi scarabocchi e ghirigori. In un angolo dello Stabat, Andrea ha scritto – Monica sei la mia vita- con la sua grafia grossa, rotonda.

Mi siedo sul suo letto. Accarezzo il copriletto rosso. Poso la mano sul cuscino, sull’impronta lasciata dal capo.

 

Avellino, 10-15 settembre 2007

 

 

 

Un mio ricordo del racconto Fuga, letto da Daniele del Giudice.

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Alla sala degli Angeli del suor Orsola Benincasa di Napoli capitai nel 1997 per un seminario sui luoghi dismessi della città e il loro racconto. Dico capitai perché vivevo già ad Avellino e avevo letto di questa convegno sul Mattino.  Ci sarebbe stata una mostra fotografica sulle periferie, vari contributi di architetti ed esperti della materia, video, letture. Mi era sembrata una manifestazione molto interessante per chi come me si era laureata in urbanistica con una tesi sulla memoria dei luoghi e che aveva deciso di  scrivere da qualche tempo.

Capitai al suor Orsola, antico convento di monache di clausura sul corso Vittorio Emanuele, ora Istituto Universitario, non è quindi esatto. Ci andai di proposito, con quella esitazione di chi si è allontanato da una città che amava, in cui credeva di poter vivere e scrivere per sempre, e a cui ritornava con l’incertezza della nostalgia.

Avevo abitato appena sotto il corso, a piazzetta Cariati,  dove i mattini avevano un colore azzurro inviolato, e le discese per i quartieri spagnoli  fino a via Roma sembravano passeggiate reali : Napoli era in quei giorni libertà e destino, gioia profondissima, infinita possibilità.

Poi mi ero ritrovata in una strada a senso unico e così la mia vita aveva preso il sentiero impervio delle montagne, di una città mezzo distrutta dal terremoto, alla quale ero tornata perché sembrava che dovessi , con la mia presenza, ripagare  in qualche modo quelle ferite disastrose. Scherzi dell’ onnipotenza.

Non avevo mai visitato il convento, tra il forte S.Elmo e la strada del corso, completato negli anni oscuri della peste di Napoli del 1656, per volontà del popolo, a spese del governo spagnolo in ossequio alla fondatrice, suor Orsola Benincasa, dalle virtù di guaritrice e di mistica, riconosciuta poi venerabile il 7 agosto 1793 da papa Pio VI. Mi trovai quasi in un castello a più livelli, con chiostri, giardini interni e pensili, passaggi a locali scavati nel tufo, due chiese, feritoie, alte muraglie protettive, con grandi affacci sul mare. Una vera cittadella di silenzio e preghiera. Pensai che le monache teatine,   abitando in quel luogo tra il paradiso e la terra avevano vissuto il loro romitaggio nel miglior dei modi, sempre che l’avessero scelto.

Ritornando al convegno, passai per corridoi ampi, voltati, dai pavimenti di cotto maiolicato, finii nell’incantevole grande chiosco, nel giardino dei quattro continenti con le sue piante rare, per entrare, dopo altri giri, un po’ mi ero persa, confesso, in quel andirivieni di corridoi e sale, accecata dalla netta luce di un primo pomeriggio invernale,   nell’ affollatissima sala degli Angeli,   l’antica chiesa barocca del monastero di clausura, oramai adibita a sala da conferenze. Ne era  appena finita una,  e doveva iniziare una lettura di un racconto, mi disse una gentile signorina, che faceva da hostess,  un fuori programma. Trovai una sedia a stento, di lato, sulla destra, riconobbi il professore Giancarlo Alisio che mi aveva appassionato alla storia dell’architettura, il caro Fabrizio Mangoni che aveva fatto da assistente alla mia tesi, in prima fila il fotografo Mimmo Iodice, forse sue dovevano essere le foto esposte nella sala, e tanti visi e persone, che conoscevo  e che avevo perduto di vista.  E’ che i volti, quando sono tanti e tutti insieme, si confondono, come le folle ritratte nei quadri di Micco Spadaro, se ne ricorda il colore  l’odore, il vocio; eppure quelli di due persone  rubarono la mia attenzione. I due chiacchieravano proprio accanto alla mia sedia -Mi sembra che è ora, che ne pensi?- A parlar così era un signore anziano, dai capelli bianchi, ricci, con un loden abbottonato fino al collo, dall’aria molto fine, forse solo un poco sprezzante per via di due rughe profonde accanto alla bocca, con gli occhi più azzurri che avessi mai visto, che fissai come una bambina guarda la vetrina delle bambole. Conversava con un altro, più giovane, anche lui con un loden abbottonato da cui spuntava il collo sottile su una testa rotonda, ricciuta. L’uomo più giovane sorrideva, e le labbra appena schiuse sembravano dolorosamente sorridenti.

–Si, è ora, vado a dire che iniziamo. E si diressero verso il palchetto. L’uomo anziano si sedette in prima fila, non prima di aver stretto le mani e sorriso ai vicini e il giovane sedette dietro al tavolo della conferenza. Dopo una breve presentazione, il giovane raccontò che in un suo viaggio a Napoli era stato accompagnato a vedere le due grandi opere sociali di Ferdinando Fuga, architetto chiamato a Napoli da Carlo III di Borbone. La prima era stata l’albergo dei poveri, immensa costruzione illuminista che doveva accogliere le masse dei poveri del regno,   e il Cimitero delle 366 Fosse a Poggioreale, per l’Ospedale degli Incurabili, commissionata da Ferdinando IV di Bordone nel 1756. Si trattava di un’opera tipicamente illuminista di edilizia cimiteriale, in cui l’architetto aveva previsto una fossa comune per ciascun giorno dell’anno, per i morti che venivano raccolti per le strade.

“L’unicità di questo cimitero consiste nella particolarità del suo impianto, concepito in maniera tale da consentire l’inumazione ordinata dei morti secondo un criterio cronologico. Le 366 fosse, infatti, consentivano di gestire tutte le sepolture durante tutto l’anno, tenendo conto anche degli anni bisestili.

La procedura prevedeva che ogni giorno venisse aperta una fossa diversa, che a sera venisse poi richiusa e sigillata. La sequenza, che a regime prevedeva l’utilizzazione di tutte le fosse, era fissata secondo un criterio logico: si partiva il 1° di ogni anno dalla riga confinante col muro opposto all’ingresso, procedendo da sinistra a destra sino alla 19ª fossa e da destra a sinistra nella riga successiva e così alternando, fino ad esaurimento.”

La terza costruzione di Ferdinando Fuga, a partire dal 1779 ,imponente più dell’Albergo dei poveri, destinata deposito di grano e vettovaglie, erano stati i Granili, demoliti nel 1953 di cui parla anche Anna Maria Ortese nel Il mare non bagna Napoli.

« Una delle cose da vedere a Napoli, dopo le visite regolamentari agli Scavi, alla Zolfatara e ove ne rimanga tempo, al Cratere, è il III e IV Granili, nella zona costiera che lega il porto ai primi paesi vesuviani “

“Corre la notte, Santino e tu corri con lei.”

La voce di Daniele ci guidò, in una calda notte napoletana, da una strada di un quartiere malavitoso al buio a mala pena rischiarato da una lampada del cimitero, dalle lastre delle tombe su cui erano incisi i giorni del mese al progetto descritto con le parole di Ferdinando Fuga, dallo stupore di Santino, piccolo e impaurito fuggiasco che ha fatto un torto al capo al racconto musicato del luogo per la voce di un saggio e anziano custode, dal terrore di un duello tra i due giovani cammoristi alla crudele sorte dell’inseguitore. La corsa di Santino, fin dentro al muro del cimitero e la  scoperta di un luogo che non avrebbe mai immaginato di vedere in quella città, “perché Napoli è troppo grande per conoscere tutti i suoi luoghi”, un luogo che custodisce la morte e che gli salva la vita, era diventata  corsa e scoperta di tutti i presenti. La voce lenta, attenta di Daniele del Giudice, che non fece una pausa, che non cedette mai, neanche al dialetto delle canzoni napoletane, andò avanti nel silenzio della sala degli Angeli, tra i quadri di Andrea Vaccaro e di Andrea Malinconico, levandosi fino alle volte, fino alle statue dorate, per un tempo troppo breve. Daniele, veneziano,  era riuscito a raccontare di un luogo dimenticato della città facendolo emergere dalla sua nebbia, rivelandone i suoi meccanismi razionali ma anche profondamente umani, teatro di una  tragica speciale pietas.

Poi ci furono applausi, silenzi, commenti, saluti, poi ci fu il mio accostarmi a Daniele,  un complimento, un sorriso, quei suoi capelli ricciolini, quella sua bella fronte spaziosa, quel suo certo riserbo o forse solo stanchezza.

Poi fui io a fuggire  su un taxi verso la stazione, per ritornare ad essere custode del mio recinto, con la consapevolezza che anche quello, il mio recinto irpino, andava percorso e raccontato. Cosa che feci, dopo qualche anno. Grazie, ancora, Daniele.

Dimenticavo, quel signore dagli occhi azzurri più intensi che abbia mai visto era Giulio Einaudi.

 

 

 

 

ParoleTraNoiLeggere, il nostro laboratorio di scrittura e lettura.

L’atto dello scrivere è, in genere, la ricerca di un canale di comunicazione con gli altri: difficilmente si scrive solo per se stessi.

“Può darsi che non vi sia mai nulla di nuovo da dire, ma c’è sempre un nuovo modo per dirlo e, dato che in arte il modo di dire una cosa diviene parte di quel che è detto, ogni opera d’arte è unica e richiede rinnovata attenzione.” Flannery O’Connor

 

presentazione rossa

Lìbrati e vola CONCORSO LETTERARIO DI RACCONTI DI DONNE

Lìbrati e vola

CONCORSO LETTERARIO DI RACCONTI DI DONNE

concorsologhivert
Lìbrati – Libreria delle donne di Padova indice un concorso letterario di racconti rivolto a tutte le donne che amano scrivere.

Il tema su cui dovranno vertere le opere sarà quello del “librarsi”, di un volo liberatorio inteso come capacità di superare le difficoltà che ogni donna incontra nella propria vita. “Librarsi”, dunque, come idea di liberazione dai condizionamenti, per esprimere nuove vie di consapevolezza e nuove forme di realizzazione di sé che sconfiggano la tendenza all’isolamento e al silenzio.

Cerchiamo parole di felicità, slancio, passione, entusiasmo, fantasia, originalità, ironia, tenacia. Storie di donne che hanno vinto sui limiti, siano essi economici, affettivi, privati, pubblici, sociali o culturali. Racconti che si trasformino anche in un gesto in cui la scrittrice librandosi abbia espresso nuova consapevolezza e affermazione di sé, indicando un punto d’arrivo e di partenza in un percorso da condividere.


REGOLAMENTO:


1. Partecipazione al concorso:

È bandita la Prima Edizione del Concorso di racconti inediti “Lìbrati”. La partecipazione al concorso è aperta a tutte le donne. La partecipazione è gratuita.

2. Oggetto del concorso:
Ogni scrittrice dovrà produrre un testo di max 5 cartelle equivalenti a n. 9000 battute (spazi inclusi). I racconti che supereranno tale indicazione non verranno presi in considerazione. I racconti inoltre dovranno rispettare le norme redazionali che si trovano nel file allegato al bando.

3. Termine di consegna, modalità di spedizione:
Il racconto dovrà essere inviato in forma anonima e in duplice copia entro e non oltre il 31/01/2016, all’indirizzo:
Lìbrati – Libreria delle donne di Padova
Via San Gregorio Barbarigo, 91
35141 Padova

Il testo non dovrà indicare in alcun punto il nome dell’autore. Al racconto dovrà essere allegata una busta sigillata contenente i dati anagrafici e i recapiti della partecipante.
La giuria aprirà la busta solo dopo la lettura e la selezione dei racconti, in modo da garantire la totale imparzialità di giudizio.
Il racconto è inviato a titolo gratuito e le copie non verranno restituite. Il nome dell’autrice con i relativi dati personali dovranno essere indicati esclusivamente nel modulo di iscrizione e nella liberatoria per il trattamento dei dati personali scaricabile da questa pagina.

A Lìbrati dovrà essere quindi inviato un plico contenente:
– n. 2 copie del racconto su supporto cartaceo
– n. 1 busta sigillata contenente:
– il modulo di partecipazione comprensivo dei dati personali e del titolo del racconto, sottoscritto in tutte le sue parti dalla concorrente, per accettazione.
– la liberatoria per il trattamento dei dati personali, compilata in ogni sua parte e firmata
– la copia di un documento di riconoscimento valido.

4. Giuria:
Annalisa Bruni, scrittrice e pubblicista
Laura Capuzzo, libraia di Lìbrati, Libreria delle donne di Padova
Saveria Chemotti, scrittrice e docente universitaria
Carla Menaldo, scrittrice e giornalista
Liliana Rampello, scrittrice e saggista
Giulia Belloni, scrittrice ed editor

Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile. I risultati saranno resi noti nel mese di marzo 2016 con una cerimonia dedicata.

5. Premio:
I quindici migliori racconti selezionati dalla giuria saranno pubblicati in volume edito da L’Iguana Editrice. I primi tre classificati riceveranno un buono da spendere presso Lìbrati – Libreria delle donne di Padova, le autrici i cui racconti saranno selezionati per la pubblicazione riceveranno in omaggio una copia del volume. La giuria, il cui giudizio è insindacabile, stilerà una classifica solo dei primi tre racconti. Nel caso di parità tra due racconti, la segreteria del premio avrà la possibilità di esprimere un ulteriore giudizio.

6. Pubblicazione dei racconti:
Saranno pubblicati i quindici migliori racconti.
Qualora la giuria ritenesse che nessun racconto tra quelli inviati dalle partecipanti sia idoneo alla pubblicazione, la giuria si riserva di non procedere alla pubblicazione del volume.

7. Accettazione del regolamento
La partecipazione al concorso implica la conoscenza e l’accettazione piena ed incondizionale del suo regolamento che potrà essere consultato per tutta la durata del concorso sul sito di Lìbrati – Libreria delle donne di Padova, all’indirizzo www.libreriadelledonnepadova.it nella sezione Concorso Lìbrati.

La giuria e la segreteria del concorso si riserva il diritto di verificare, tramite eventuali procedure, che le opere soddisfino i requisiti stabiliti dal regolamento quali l’originalità del materiale inviato. Qualsiasi partecipante che manipoli la procedura di partecipazione al concorso o non soddisfi le regole contenute in questo documento verrà squalificato e perderà la possibilità di accedere al premio.

La segretaria del premio
Dott. ILARIA DURIGON



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Liberatoria


Guida alle norme redazionali

VEGLIA di Maria Teresa di Lascia

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La madre soprassaltò nel cuore della notte perchè una voce severa l’aveva interrogata: Che fai, dormi? Si ricompose dal sonno in fretta, e le mani corsero a stropicciarsi gli occhi. Sentì le palpebre ancora umide al passaggio tremante delle dita, e provò verso loro una specie di rancore: non dormivo, pronunciò a mezzavoce, giustificando che si fossero chiuse.

La stanza era vuota, e la lampada proiettava un fascio di luce bianca su un piccolo tavolo rotondo. Tutto il resto era penombra, che a ondate si animava di un vasto brulichio di cerchi rossi e gialli o di lunghi vermi neri.

Infilò gli occhiali, che teneva legati al collo, ma non vide nulla e cominciò a pulirli dal sale tenace delle lacrima.

Quando tornò la vista ricordò di aver sognato. Si trovava sulla casa sul fiume, la sua prima abitazione da sposata, ed era molto nervosa perchè gli oggetti che vedeva appartenevano alle case successive. Voleva chiamare il marito e interrogarlo su questa strana situazione, ma quando si affacciava alla finestra ricordava che era già morto. Improvvisamente si trovava sotto un grande olmo e sapeva che Leone la spiava, nascosto fra i rami.

Scendi!- gli intimava senza vederlo. – Scendi subito, o quando ti prendo ti uccido con le mie mani! Gli diceva sempre così: ti uccido con le mie mani, che erano state forti e diritte, pronte a picchiare per un nonnulla. E d’altronde, come avrebbe potuto fare da sola, con due bambini arrivati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro?

– Leone!- gli diceva- vado a stendere i panni fuori. Tu gioca con il fratellino.

Ma dopo un poco che era uscita, un alto pianto la richiamava in casa. -Gli ho dato un sacco di botte- diceva Leone con la faccetta cattiva e con i pugni ancora chiusi. E come ti implorava quello scemo! Mamma, mamma, aiuto! Le maestre a turno venivano a lamentarsi di lui, dei suoi continui dispetti ai compagni, di piccole malvagità senza scopo che egli compiva continuamente. Ma- come si dice?- figli piccoli, guai piccoli; sebbene una madre non rinunci facilmente ai suoi diritti, nemmeno quando i figli crescono. Così lei aveva continuato con le minacce orgogliose di sempre: Io ti ho fatto e io ti disfo!- gridava a Leone quando rientrava tardi per cena, e lo inseguiva fino sulla porta se tornava a uscire.

Devo sapere tutto di te!- insisteva- Sono tua madre! A questa pretesa irriducibile Leone la baciava a tradimento, e lei sentiva sulle guance il passaggio pungente della peluria mal rasata. – Di che ti preoccupi? Vado fuori a far felici le ragazze e tu resti con il cocco di mamma… Non sei contenta di rimanere in casa con lui?lui non esce, lo sgobbone! Deve studiare tutta la notte, lui!- concludeva sarcastico. -Non parlare così di tuo fratello! Si inviperiva la madre, mentre lo spingeva fuori di casa.

vai, vai a fae lo stupido per le strade con qualche femminella da quattro soldi.. Allora per consolarsi di Leone, che nella vita non avrebbe combinato nulla di buono, andava dall’altro figlio. -Salvatore!- lo salutava gentile. Lui si girava, distogliendo lo sguardo dai libri e le mostrava il volto, così simile al suo. La madre avrebbe voluto parlargli di tante cose, e avrebbe voluto lamentarsi di Leone, ma Salvatore era schivo per natura e non parlava mai di nulla. Il figlio muto la mamma lo capisce, pensava mentre usciva dalla stanza con l’intenzione segreta di andargli a prendere una fetta di torta. Chissà a chi assomiglia, pensava. Nella mia famiglia siamo tutti chiacchieroni. Tutti come quello stupido di Leone. E anche nella famiglia del padre, buonanima, non si zittivano mai…

Tuttavia, Salvatore era diverso anche dagli altri ragazzi della sua età, e non aveva amici neppure tra i suoi compagni di scuola. A volte, qualcuno era venuto a casa per studiare un pomeriggio o due, ma poi non era più tornato. Perchè?- aveva chiesto la madre quando li incontrava per strada. Ma quelli si stringevano nelle spalle senza saper dire nulla.

Sembrava troppo maturo per l’età che aveva; per questo piaceva alle sue amiche : donne adulte e piene d’esperienza, che non finivano mai di complimentarsi per le spalle diritte, per l’eleganza del portamento, per l’aspetto vibrante. Ciò che riempiva di tenerezza quei vecchi cuori era un’inspiegabile mescolanza di riserbo e di tensione che sembrava emanare da lui. È timido, dicevano comprensive, ma sa il fatto suo, e ti darà tante soddisfazioni!

Con un movimento lieve del capo, la madre assentiva a quei ricordi, abbandonandosi a loro più a lungo che poteva. Sì, ripeteva a se stessa, Salvatore era amato da tutti! Era un ragazzo d’oro, incapace di fare del male…

il giorno degli esami di licenza, era tornato a casa senza dire nulla e si era subito chiuso nella sua stanza. Salvatore!- lo aveva supplicato la madre, trovando la porta chiusa con la chiave. – che è successo Salvatore, sono andati male gli esami? Salvatore, esci subito da qua dentro!- aveva gridato a un certo punto, cominciando a colpire la porta con i pugni.

Allora lui aveva aperto,e, per la prima volta nella vita, la madre aveva avuto il sospetto di non conoscerlo. Salvatore le stava davanti e la guardava senza vederla, come fosse diventata trasparente: desiderò colpirlo con uno schiaffo, ma qualcosa di indecifrabile l’aveva trattenuta.

Viene il tempo in cui le botte non servono più, e nel cuore di un genitore si fa strada uno strano pudore: quasi un’estraneità arrivata non si sa come, non si sa quando. In essa non c’è più consolazione, ma solo il rumore del vento, e della tempesta che si avvicina.

Chi lo sa quando accade che i figli diventano inconoscibili all’amore materno; persone dalla vita segreta e terribile. La polizia venne a portarselo via e a salvarlo dalla furia del quartiere. Il bambino di Nella, la vicina di casa, aveva due anni e un sorriso da strappare i baci: lo trovarono nel pozzo, ma non era annegato.

Salvatore non si difese, e i carcerieri lo ebbero con facilità; al suo passaggio, la madre gridò chiamandolo per nome, ma egli non rispose, e negli occhi gli apparve il biancore del nulla.

Come fosse già morto, pensò la madre, e a questo pensiero il suo cuore ebbe un sussulto straziante, quasi stesse per spaccarsi.

Ah, Madonna addolorata- balbettò- mi sento come se sette spade mi trafiggessero il corpo.

Piangeva, avvolgendo il fazzoletto intorno alle dita scarne, e non si curava più di asciugare le lacrime, che le invadevano il viso e si fermavano nei solchi della bocca. – Non ho capito niente, – continuò in un dolore ossesso- e questo è il mio grande peccato. Non ho saputo leggere nel suo cuore, e ho lasciato cadere ogni domanda…Madonna del dolore- invocò sommessamente- madre di tutti gli uccisi, posso pregarti anch’io… Ho il diritto di farlo anch’io- domandò straziata- Posso pregarti per il mio povero figlio assassino? Appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona; fra poco sarebbe arrivata l’alba.