Sotto la giacaranda in fiore

giacaranda presentazione

Agli inizi dello scorso anno Luisa Cavaliere cominciò a pubblicare ad intervalli più o meno regolari alcuni scritti sulla sua pagina di FB. Si trattava di memorie della sua infanzia nel Cilento, a San Marco di Castellabate, che catturarono subito  la mia attenzione. Conoscevo Luisa per aver partecipato, anni addietro,  a vari  incontri sul “pensiero della differenza sessuale”  e per esserci  viste a San Marco, dove trascorro le vacanze estive e dove lei vive, nella sua bella casa di campagna.

Quei suoi testi avevano una scrittura intensa, a tratti un po’ sofferta, luminosa,  nel sincero intento  di voler narrare ( e quindi svelare) eventi della sua vita.

“ A Castellabate ho imparato a camminare saltellando da un gradino all’altro di tutte le scale, giocato nella piazza, messo i nomi a tutte le cose, ai dolori e alle gioie” e , leggendo,  scoprivo una Luisa che mi piaceva moltissimo, perché sapeva nominare le  emozioni,  E poi parlava di luoghi che conosco e che amo, degli scogli di Licosa, di picnic sotto i pini, di case imbiancate di calce, dei forni per i fichi, delle “buatte” dove fioriscono gerani messe a delimitare i sentieri, del mare e del vento, dell’acqua sale. Tutto senza nostalgia, anzi cercando, come fanno i migliori fotografi, di fare un passo indietro per  meglio mettere a fuoco l’obiettivo.

Sempre da Fb,  le suggerii, non soltanto io, il coro di incoraggiamenti si faceva sempre più nutrito, di farne un libro.  Per molto tempo Luisa tacque, e poi, finalmente, a luglio scorso è stato pubblicato “ Sotto la giacaranda in fiore. racconti , fantasie e ricordi del Cilento” dalla casa editrice Liguori. Il libro, che sarà presentato lunedì 16 alle ore 18 all’all’Angolo delle storie da chi scrive e da Rosetta D’Amelio, si presenta con una bella copertina azzurra, proprio del colore dei fiori della giacaranda. Come il colore della lontananza.

“…da una parte il linguaggio è terra d’esilio, no? Che non abbiamo fondato; che spesso ci fonda e ci determina. E anche quando stiamo nei luoghi nei quali stiamo bene, o tentiamo di stare bene o sentiamo di stare bene – anche lì il linguaggio è terra d’esilio e resta complicato…” ritiene Luisa, che così si è espressa in un dibattito alla Libreria delle donne di Milano su un suo precedente libro “ C’è una bella differenza” , scritto con Lia Cigarini.  Si, il linguaggio è terra di esilio, terra in cui pensare ed elaborare la distanza. Ma anche terra fertile per Luisa Cavaliere, se il risultato è questo libro delizioso, che cattura l’attenzione del lettore e che fa conoscere il Cilento, la meravigliosa terra al di là del fiume Alento.

I suoi scritti, divisi in sei capitoli, hanno la lunghezza di poche pagine. Comincia dagli anno ’50, da un’infanzia felice, accudita, scandita da lunghe estati “non facevamo mai meno di ottanta bagni”, da bambole di pezza, da storie ascoltate dalle domestiche, da gesti di una cura remota trasmessi  quasi senza parlare,  le voci delle amiche della madre   “le signore si raccontavano bugie e verità nei loro meravigliosi pomeriggi del dopoguerra paesano”,   agli anni ’60 la giovinezza i primi amori, fino ai cruciali anni ’70, il femminismo, un progetto politico forte che ha connotato la vita di Luisa, l’incontro con altre donne.  Poi la scelta di ritornare nel Cilento, di trasformare la casa materna in un resort raffinato, “ Giacaranda” in cui riceve amici e ospiti. La sua è un’accoglienza greca, simile al Simposio platoniano, in cui intorno ad una tavola imbandita, si ragione dei valori del  mondo e di noi nel mondo.

“ Non si può essere amanti del cibo se non si ama se stessi. Allo stesso modo, quando apparecchio, mi devo sentire parte di una tavola imbandita per me, ben apparecchiata, con i piatti e i bicchieri giusti, le posate disposte in modo corretto. … Poi c’è la felicità di stare insieme e di parlare a tavola.” ha detto Luisa in una intervista rilasciata per l’Expo2015, che la vede Presidente del WeWoman.

Luisa ha avuto il bisogno di avere cura, di amarsi un po’, di affondare le mani in una materia viva, i ricordi, di trattarli con delicatezza, di scartare, di piegare, di soffrire, di allontanarsene, di lasciare il cassetto in ordine.

“Il cassetto” si chiamava la casa della Szymborska, a Cracovia, perché  appartamento minuscolo in cui si faceva fatica a stare. Ma in cui la poetessa, molto cara a Luisa che ha usato sue frasi come esergo per i capitoli, ha vissuto e ha prodotto le sue opere. Ringrazio davvero Luisa per aver aperto il suo cassetto. Per averci permesso di affondarvi le mani con lei. Per aver condiviso.  Per essersi resa visibile, per come lei è.

pubblicato sul mattino di Avellino sabato 14 marzo 2015

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Parte il laboratorio di scrittura “parole tra noi leggere”

Curato da Emilia Bersabea Cirillo e Anna Catapano presso l’Associazione AnimArte, ogni mercoledì per tre mesi
di Donatella Trotta
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Le parole abitate. Non soltanto nei territori geografici, o negli spazi e nei tempi fisici e mentali, ma nei cinque sensi. Nella memoria e nel progetto. E – soprattutto – nelle relazioni: quelle che legano persone e luoghi. Intelligenza ed emozioni. Lettura e scrittura. «Perchè questo è la scrittura: un segno che chiama il pensiero. E la lettura è il pensiero che risponde», come racconta Roberto Piumini in un suo bel romanzo per ragazzi, «Motu-Iti», echeggiando una convinzione di Anna Maria Ortese, riportata in «Corpo celeste»: «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera».

Sembra partire da queste (e molte altre) premesse illaboratorio sperimentale di scrittura (volutamente senza aggettivi) dal titolo «Parole tra noi leggere»,curato ad Avellino dalla scrittrice Emilia Bersabea Cirillo e dall’editor Anna Catapano nella sede dell’Associazione Artistica AnimArte (Via Benedetto Croce 59) dove domani, dalle ore 17.30 alle 19.30, si terrà la prima di dodici lezioni che ogni mercoledì, per tre mesi, cercheranno di dar vita a un piccolo sodalizio di passioni, a una palestra per il pensiero e a una fucina della creatività narrat(t)iva. A partire dalla misura breve (ma non meno impegnativa del romanzo) del racconto: secondo la migliore tradizione italiana, dal «Novellino» al Boccaccio e oltre.

Una misura, del resto, particolarmente cara a Cirillo, autrice irpina di respiro europeo che dagli anni Novanta ha al suo attivo prose di grande intensità, pubblicate in diverse riviste e in volumi (le raccolte «Fragole», 1996, «Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia», 1999, «Fuori misura», 2001 e «Gli incendi del tempo», 2013), accanto a romanzi come «L’ordine dell’addio» (2005) e «Una terra spaccata» (2010): quest’ultimo una sorta di summa delle competenze della scrittrice, architetto ed «esploratrice dell’esistenza», secondo la nota definizione di Kundera del narratore, legatissima alla sua terra.

Ma come è nata l’idea del laboratorio? «Ad Avellino – spiega Cirillo – non c’è mai stato un luogo per avvicinare le persone alla scrittura attraverso il piacere della lettura. Eppure c’è in giro un grande, confuso bisogno di comunicare. Che paradossalmente, proprio nell’era dell’informazione, non trova adeguato ascolto, e accoglienza. Forse perché scrivere è un fatto assolutamente solitario, che richiede silenzio, tempo, cura, non soltanto tecnica. Perché la scrittura è cercare il proprio sguardo, che si compie attraverso le parole e le storie; è ascoltare la propria voce, mettendone a registro il timbro personale, sentendo e confrontandosi anche con quella degli altri; ed è gustare e annusare il sapore di un testo scavando dentro e fuori di sé e toccando le corde delle emozioni più profonde e autentiche. Per questo – aggiunge Cirillo – abbiamo pensato di tentare questo esperimento: quasi una sfida, nata da un sogno condiviso con Anna Catapano, originaria di Verbania ma residente ad Avellino come me, e attenta editor non a caso uscita dalla scuola della scrittrice napoletana Antonella Cilento, che è stata la prima nel Sud e tra le prime in Italia a insegnare scrittura creativa».

Obiettivi? «La nostra prima aspirazione è ”contagiare“ giovani e meno giovani della città e dei Comuni vicini a mettersi in gioco in questa scommessa di un corpo a corpo con le parole e le cose, vissuta in una sorta di semplice, laica fraternità tesa a costruire rapporti, oltre che scritture. Ma con levità: per questo il titolo ambivalente del laboratorio echeggia lo stesso di Lalla Romano, ma senza l’articolo, perché lèggere e leggère potesse confondersi». Non solo. In campo ad Avellino, da domani, anche un tirocinio di attenzione: «Parola – spiega ancora Cirillo – che per Simone Weil era ”la forma più rara e più pura della generosità“. Ma un’attenzione oserei dire artigianale, proprio come quella che le artiste fondatrici dell’Associazione AnimArte praticano nella sede che ci ospita: Estela Picco, Irene Russo, Arianna Ciamillo e Lidia Martone, impegnate tra pittura, scultura, ceramiche, candele e cucito artistico». Lavori con le mani, e con la mente, che diventano esercizi di stile. E di vita.

Come leggere, e scrivere, appunto: atti che Jean-Paul Sartre usò per scandire la sua autobiografia, «Le parole». Atti per dare un senso al mondo, allo spazio, al tempo, guardandoli con occhi diversi. Per r-esistere, trasformando se stessi e le proprie visioni. E per alimentare le grandi passioni più o meno nascoste in ciascuno di noi, minacciate, ferite a morte o addormentate da quelle che Natalia Ginzburg chiamava le «piccole virtù». Nel laboratorio avellinese lo si sperimenterà per tappe, scoprendo stili registri e tecniche narrative a partire dalla lettura di racconti (con l’aiuto, in molti casi, degli attori del gruppo Vernicefresca guidati da Massimiliano Foà) come «La lezione di canto» di Katherine Mansfield, introduzione al percorso, o «Eveline» di James Joyceo, ancora, «Il nuotatore» di John Cheever.

Ma quanto facilita questo cammino di formazione (o di messa a fuoco di una necessità interiore, per parafrasare Rainer Maria Rilke) una piccola città come Avellino, più raccolta e meno dispersiva di una grande città?

Cirillo è critica. Riprende un ragionamento espresso lo scorso dicembre su suo blog letterario «Fuori Misura. Perché fuori misura è la vita di chi scrive». E osserva: «Personalmente, penso che scrivere abbia a che fare con un luogo, il proprio, e la scrittura debba testimoniare l’appartenenza ad un luogo, così che tu possa essere riconoscibile. Perché chi scrive parte sempre da un luogo per dire se stesso, e i luoghi sono già la tua scrittura. Ma per me un conto è l’Irpinia, che è tanto dei miei scritti, un altro conto èAvellino. L’Irpinia interna, dove la terra trema ed insieme è solida perché all’argilla si mescola la pietra, è stata terra di emigrazione e di ritorni. Richissima, dunque, di storie. Al contrario Avellino è terra di passaggio e passeggi. Un ingarbuglio di tracce, che non hanno mai creato una rotta: poco movimento, poche prospettive. La città è paludosa, e ogni cosa soccombe qui alla logica del perdere con una smania molto italiana, molto modernista del Sud di cambiare, di abbellirsi, di apparire, dimenticando invece che c’è una sostanza a cui guardare. Il proprio sapere. I propri maestri. Francesco De Sanctis, che dovrebbe essere letto nelle scuole insieme con Guido Dorso, tanto per cominciare. Ma poi si dovrebbe tornare ai caffé, alle librerie che invece continuano a chiudere, alle associazioni, ai luoghi del trovarsi, ai luoghi del vedersi, ai luoghi della parola».

La parola abitata, appunto. Fuori delle paludi del conformismo. E dell’indifferenza. La parola radicata, capace di trovare incanti anche nelle periferie e nella marginalità, dischiudendo orizzonti inattesi e preziosi in quel «piccolo orizzonte fatto di montagne e di paesaggi e di silenzio», che, conclude con amarezza Cirillo, «convince i giovani e non solo, sempre di meno a restare. Il laboratorio, in fondo, è anche un tentativo di invertire questa tendenza».

Essere e non essere nello stesso fiume

maria lai i libri cuciti

Sembra che in un anno succeda sempre troppo, ma quando andiamo a fare i conti con il tempo, pare che non sia accaduto niente di così importante da ricordare. Di cose tristi successe in provincia nel 2014, ho risposto a Floriana Guerriero che mi ha gentilmente telefonato per invitarmi a scrivere, non ne voglio parlare. Sembra che noi di Avellino non facciamo altro che lamentarci. Ma superata la sfida, ecco che fatico a ricordare le cose buone, più che belle, che sono accadute quest’anno in Irpinia.

La prima, che è anche l’ultima in ordine di tempo, è la notizia della conclusione positiva della lunga vertenza dei lavoratori della Irisbus di Grottaminarda. Una grande commovente notizia che fa giustizia di una politica ottusa, di scelte cieche, di compravendite di fabbriche manco fossero pacchetti di fazzoletti di carta. Non conosco gli operai personalmente, ho visto Silvia Curcio una volta in provincia, ad una manifestazione con Landini,  ricordo la sua voce determinata, la sua stanchezza, il suo coraggio e la sua tuta blu, che non ha smesso di indossare. Brava Silvia, brava, e viva il movimento operaio, irpino e non solo!

E, per rimanere in Irpinia, come non ricordare le manifestazioni organizzate dal Gal Cilsi e dal Parco letterario De Sanctis, sulla poesia del Sud, sul cibo e le produzioni locali, sulla filiera del grano Senatore Cappelli con  le letture della “Giovinezza” e del “Viaggio elettorale” del grande irpino? Geniale idea, questa, di mettere insieme  saperi e sapori, mi scuso per l’abusato binomio, creando incontri organici al territorio, a partire da quello che siamo e abbiamo. Sembra quasi che si sia recuperato un approccio femminista, “la politica è partire da sé”, che capovolge certi punti di vista tipici degli anni ottanta, per i quali la politica era una entità “altra”, che decideva  strategie e destini per noi e la nostra terra. Talmente altra, che alla fine, sono più i giovani laureati e non che partono dall’Irpinia per cercare lavoro all’estero che gli immigrati che arrivano. Con quali conseguenze per questa terra,  è facile intuire.

Per ritornare alle cose buone accadute in Irpinia, va ricordata la rinnovata manifestazione del Laceno d’oro, festival internazionale del cinema, che si è tenuta ad Avellino, Atripalda e Mercogliano, tra il 18 agosto e il 5 settembre, in luoghi  simbolo, uno per tutti  l’arena Eliseo, a ricordare l’ex cinema che è stato protagonista di una delle pagine più intense della storia del Laceno d’oro. Cosa sarà del palazzo dell’ex Gil e della sala cinematografica interna, barbaramente incendiata anni fa? Diventerà, come tutti noi ci aspettiamo,” la casa del cinema”? Intorno alla necessità di riaprire alla città il cinema Eliseo e di gestire il palazzo dell’ex Gil in maniera coerente alla sua destinazione, si stanno mobilitando da anni le associazioni culturali, a partire dal centro Donna e dal suo insuperato Visioni, a zia Lidia social club, al Circolo Immaginazione, ai giovani critici di Sentieri Selvaggi e, per finire,  al grande entusiasta comitato” Io sto con L’eliseo”, formato soprattutto da giovani artisti avellinesi, che non vogliono far finire il loro sogno, di lavorare per il cinema, con il cinema.

Ci sarebbero tante altre cose da ricordare: l’esperienza de La bella estate, quella di Cairano Setteper, le visite guidate del comitato nel centro Storico, la manifestazione internazionale Flussi, le offerte musicali e culturali del Godot, lo Sponzfest di Calitri, ideato e diretto da Vinicio Caposela, i laboratori teatrali di Vernice Fresca, le lettura della libreria per ragazzi l’Angolo delle storie, il cartellone teatrale del 99 posti, gli incontri di filosofia organizzati dalla Società Filosofica Irpina, e non ultimo, la neonata associazione Mozart Italia con l’instancabile maestro Gianluca Di Donato.

Ma tutte queste cose  appena descritte e menzionate , purtroppo, restano un semplice insieme di elementi, che hanno un comun denominatore: fare cultura, con ogni mezzo economico, a volte rischiando con i propri, in questa terra sempre più marginalizzata.

Questi elementi hanno bisogno di una  struttura, per diventare un sistema. Devono poter avere tra loro  un insieme di relazioni, imposte seguendo una logica condivisa, che producano un sistema funzionante e funzionale, che dia riconoscibilità all’Irpinia.

Il mio augurio per il 2015 è che si possa impostare un percorso, un contradittorio, tra le varie associazioni, progettare, scontrarsi, perché no, ma tessere insieme una possibile “altra Irpinia”  da realizzare,   in cui “essere e non essere nello stesso fiume”, come avrebbe detto Eraclito.

 

 

Perché sono qui

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Che significa mettersi al mondo? E chi ci mette al mondo? Nostra madre, esatto, ma la domanda è in quale mondo ci mette? Ed è questo il mondo che ci accompagna, con il quale facciamo a patti, che ci accoglie o ci scaccia? Credo che siamo noi a decidere, se vogliamo essere accolte o meno, se stiamo a nostro agio o meno.

Mondo. Il territorio reale che è scena delle nostre azioni. Mondo è un piccolo pezzo di terra su cui poggiamo i piedi. Sono i colori e le voci udite. Mondo, di affetti di ricordi di bene. Di paura di negazione di insuccesso. Ogni cosa e il suo contrario sta con mondo.

Allora io sono nata ad Atripalda. Nel 1955.- Il mondo è spazio e tempo. E’ un punto di coordinata nell’asse cartesiano.  Ma non basta. Ci vuole una terza coordinata, variabilissima, che attraversa il piano. E da’ corpo e senso al tutto. E’ il fare. La terza coordinata raccoglie , a partire dal dove e dal quando, il nostro agire. Traccia, smuove, segna un percorso. Fino a formare dei movimenti tridimensionali, figure geometriche che raccontano la nostra esistenza.

Chi niente fa, niente trova scritto. Come un elettrocardiogramma che traccia linee piatte, se il cuore è fermo. Ma io voglio che il tracciato della mia vita abbia senso. Almeno per me.

Allora, ritorna la domanda. Sto al mondo. Ho i piedi sulla terra, questa, Avellino, Irpinia, Campania, Sud Italia, Sud di Francia, di Germania, di Inghilterra, nord di Lampedusa, di Sicilia, Tunisia, Marocco, Grecia, e mi guardo intorno.

In questi anni il guardare e il camminare per questa terra, con i miei occhi, i miei piedi, la mia curiosità, sensibilità, ha prodotto scrittura. Ha prodotto relazioni, poche, ha prodotto una famiglia, la mia casa, il mio restare. Ma volevo restare? Volevo partire? Volevo altri mondi? Volevo proprio questo mondo?

E’ stata la manifestazione al Goleto, Libere di esistere, del 13 novembre, con la presenza delle amiche della Libreria delle donne di Milano, Laura Minguzzi e Marina Santini, e della discussione intorno al loro libro, L’autorità femminile, che mi ha dato modo di riflettere sul mio re-stare. Marina del Goleto, ego abbadessa, come ha detto Marina Santini, forse non aveva scelto di fare la suora benedettina. Ma ha fatto di necessità virtù. Si è guardata intorno e ha fatto di tutto perché la sua vita, al Goleto, fosse la storia di quel convento. Ha lavorato positivamente e con tenacia per dare consistenza e durata alla sua scelta. Si è data una motivazione. Ha agito, non solo per se stessa ma anche per quello che era il suo intorno.

Il terzo punto di coordinata ha prodotto, unito agli altri due, una ricca e forte traiettoria. Marina conosceva il suo territorio, lo governava, con autorità e, credo, con giustizia. Era un riferimento all’epoca. Lo è ancora per noi. E ora il Goleto è là, vivo e vero.

Marina è una traccia, un punto luminoso. Comincia da lei e per lei, la mia idea di voler fermarmi a lavorare sull’Irpinia. Terra che in fondo conosco poco e che, a differenza di Avellino, mi appare più vivace e accogliente, anche nella sua spoliazione.

La coordinata numero tre, riferita ad Avellino, ha una traiettoria minima. Poco movimento, poche prospettive. La città è paludosa, i piedi affondano nella sabbia, si fatica a camminare. Ho cercato nel passato. Riferimenti: le donne, la politica. Non mi sono mai sentita accolta. Non sono riuscita a costruire parola con altri/e, se non in sporadici casi, Lia Libraia, per esempio. E ora con Fiorella e Anna.

In città ogni cosa soccombe alla logica del perdere. Qui tutto muore, appena inizia. Tira un’aria piccola e fredda, quella che, a lungo andare, come i più perfidi spifferi, può provocare polmoniti e malattie respiratorie.

Non si respira, nella valle. Non riesco ad interrogarmi più sulle cause. Prendo il buono , poco , che viene. Il ritorno dei miei figli, un pranzo di domenica con gli amici, la luce dei certe mattine, il mio legame con Tonino, antico e forte, il silenzio della campagna, il mercato del sabato, le contadine con la loro verdura freschissima, il ricordo di Lucio.

Avellino è diventata nel mio 3d uno scarabocchio. Forse lo è sempre stato, con questa smania, molto italiana, molto modernista del Sud, di cambiare, di abbellirsi, di apparire, dimenticando che c’è una sostanza a cui guardare. Il proprio sapere. I propri maestri.  Francesco de Sanctis. dovrebbe essere letto e conosciuto nelle scuole, insieme a Guido Dorso, tanto per cominciare. E poi si dovrebbe tornare ai caffè, alle librerie, alle associazioni, ai luoghi del trovarsi, ai luoghi del vedersi, ai luoghi della parola.

Una ferrovia veloce e leggera che arrivi al centro della città, che ci colleghi con Salerno e Napoli e Bari, per  riportarci al nostro Sud interno, e poi al mare: sogni, speranze, chiacchiere di una vita. Si parte per andare sempre più lontano, verso un orizzonte sconosciuto. Il nostro piccolo orizzonte, fatto di montagne e di paesaggi e di silenzio, convince i giovani e non solo sempre di meno a restare.

La città non da motivo di fondamenta. Resisto a fatica. Resto a fatica. Forse perché non so dove andare. Forse perché amo questi luoghi e mi sembrerebbe impossibile tagliare di netto e andare da un’altra parte. Vivrei di nostalgia, che non è quella greca, il dolore del ricordo, piuttosto quella romantica tedesca, la Sensucht, il voler ritrovare la strada di casa. E allora, come Marina, credo che debba fare di necessità virtù. Debba agire, far andare e venire il mio punto luminoso in queste coordinate spaziali, per disegnare una rotta, che sia segno del mio passaggio. Scrivo, questo è un dato. E non saprei scrivere di altro. Sono qui perché scrivere mi fa conoscere questa provincia, questa sua internità, che sempre mi crea meraviglia.

L’Irpinia è tanto dei miei scritti. L’Irpinia interna, quella che si va spopolando, che si riempie di pulmann per ogni Sagra, che resta vuota, la sera, dopo che il grande sbarco dei turisti di un giorno, è finito. Perché Irpinia. Perché la terra trema ed insieme è solida. Perché all’argilla si mescola la pietra. Perché è stata terra di emigrazione. E’ stata terra di ritorni. Al contrario Avellino è terra di passaggio e passeggi. Un ingarbuglio di tracce, che non hanno mai creato una rotta. Mentre dico questo penso alle comete, alle stelle che più di tutte vediamo e di cui conosciamo il nome.

34 anni fa

34 anni fa c’erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c’era una linea metropolitana, non c’era una Università, c’erano tribunali e ospedali in provincia, non c’era una strada veloce di collegamento per l’Alta Irpinia, ma c’era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C’era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c’è una linea metropolitana, non cè’ Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c’è l’Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c’è più la strada ferrata ‘Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno. Che ho cercato di vivere al meglio, tra le rovine e il futuro, decidendo di restare, di lavorare, di scrivere anche di Irpinia.
La gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via, molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Così lontana e ancora così futura. Lo chiedo con dolore e con speranza. Con il dolore di cittadina e la speranza  madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)

34 anni fa c'erano i paesi di pietra e tufo e la gente nei paesi.
Non c'era una linea metropolitana, non c'era una Università, c'erano tribunali e ospedali in provincia, non c'era una strada veloce di collegamento per l'Alta Irpinia, ma c'era la strada ferrata Avellino-Rocchetta.
C'era forse speranza, o forse no. Il tempo , alla fine, trova le sue spirali intatte.
Ora , dopo 34 anni ci sono paesi di cemento, villette di cemento vuote, villette di cemento abitate in parte e il resto vuote e fredde, perché troppo grandi per essere riscaldate, ci sono paesi ricostruiti che trasudano condensa e sembrano vecchi di cento anni, non c'è una linea metropolitana, non cè' Università, i tribunali e gli ospedali in provincia sono stati chiusi, c'è l'Ofantina bis, ma quanti morti ci costa, e non c'è più la strada ferrata 'Avellino -Rocchetta. Ci sono 34 anni di mezzo. Che pesano come le pietre cadute quel giorno.
E, fondamentale, la gente nei paesi è giusto la metà di allora. Perché chi ha potuto è andato via,  molti giovani, partiti, non tornano più. Che ne sarà di questa terra? Lo chiedo con dolore. Con il dolore di cittadina e madre irpina. ( la foto è di Mimmo Iodice)

un brano tratto dal mio romanzo L’ordine dell’addio

copj13

“…Non abbiamo bisogno dei suoi soldi. Sanno di intonaco macinato, di cemento annacquato. Dopo di lei verranno altri e poi ancora altri. Incanteranno coi -liquidi- come chiama lei il denaro e questo paese diventerà un villaggio per vacanze senza storia. Non abbiamo bisogno di questo. Il paese non diventerà mai il rozzo luna park estivo che le immagina. Non le piace il silenzio? Racconta di noi, lo sa Caccese? Forse per questo le fa tanta paura. E il vento che si alza all’improvviso non la fa sentire dall’altra parte del cielo? Altro che luna park! E la luce dell’est che batte tutte le mattine sui vetri della finestra e le ricorda che è di nuovo vivo tra i vivi non le sembra miracolosa? Non le piace andare a piedi? Misurare le cose con il suo passo? Camminare lenti, osservare, pensare che ogni cosa fa parte di te, anche se non la possiedi nel senso catastale? Vivere di se stessi non le sembra uno stato di grazia? Abbiamo bisogno di piccole cose semplici, Caccese. L’odore del pane di Filomena, il rumore del vento, le storie di Maria. Lei non conosce nessuno che non sia come lei. Questo paese non trarrà vantaggio dal diventare un ritrovo turistico, gestito da un piccolo camorrista come lei…” da L’ordine dell’addio – Diabasis 2006